Medio Oriente: una crisi di legittimità. Intervista ad Alberto Negri
- 09 Novembre 2017

Medio Oriente: una crisi di legittimità. Intervista ad Alberto Negri

Scritto da Jacopo Scita, Francesco Salesio Schiavi e Gabriele Sirtori

19 minuti di lettura

Il Medio Oriente oggi appare sempre più indecifrabile, attraversato da divisioni religiose e settarie e vittima dei giochi di influenza delle superpotenze e delle potenze regionali. Con questa lunga intervista ad Alberto Negri proseguiamo un percorso di approfondimento che Pandora porta avanti da tempo con articoli, recensioni e colloqui con esperti (si può ricordare ad esempio l’intervista a Massimo Campanini). L’intento è quello di contribuire a far luce su cosa stia succedendo oggi in quei paesi “dall’altra parte del Mediterraneo”. Le domande sono a cura di Jacopo Scita, Francesco Salesio Schiavi e Gabriele Sirtori, mentre l’intervista è stata condotta da Gabriele Sirtori.

Alberto Negri è inviato de Il Sole 24 Ore, da 35 anni testimone nei teatri di guerra dei Balcani e del Medio Oriente e ha di recente pubblicato, per i tipi di Rosenberg&Sellier, il libro Il musulmano errante. Storia degli alauiti e dei misteri del Medio Oriente.


Partiamo dalla Siria. Nel suo ultimo libro Lei parla degli alauiti, esponenti di una corrente religiosa minoritaria, occulta e costituente centrale della rete di potere in Siria. Come si è strutturata questa rete di potere? 

Alberto Negri: Nel mio libro racconto una storia che ha più di 1000 anni, dall’VIII – IX secolo fino ai nostri giorni. Questa corrente minoritaria ed esoterica dell’Islam, l’alauitismo, è rimasta sotterranea per secoli e secoli nel quadro della regione, eppure si è conservata fino a oggi. Ma c’è di più: attualmente il regime alauita di Assad è l’unica minoranza al potere in Medio Oriente, un dato questo, dal punto di vista politologico, piuttosto clamoroso. Si tratta infatti di una corrente che rappresenta solo il 10-12% della popolazione siriana.

Per capire come sia giunta al potere dobbiamo guardare ai rivolgimenti geopolitici iniziati con l’avvento delle potenze occidentali, Francia e Gran Bretagna, in Medio Oriente all’indomani della prima guerra mondiale. Sintetizzando il percorso politico compiuto dai paesi arabi in questo secolo, troviamo innanzitutto il fenomeno del nazionalismo arabo, per passare poi al nazionalismo panarabo per arrivare infine, con le correnti integraliste e fondamentaliste più recenti, al panislamismo arabo.

Con gli alauiti siamo di fronte ad una corrente che ha fatto i conti sia con il nazionalismo sia con questo intervento delle potenze occidentali. Dopo essere rimasti per secoli ai margini della storia, rifugiatisi nell’entroterra montuoso a Est delle città costiere di Latakia e Tartous, con l’arrivo dei francesi nella Grande Siria si vedono creato nel 1920 uno Stato alauita su misura per loro. Una mossa questa dei francesi solo apparentemente priva di senso.

Politicamente infatti questa decisione fu motivata da quella bussola che ha da sempre guidato le potenze occidentali in Medio Oriente, ovvero il principio del divide et impera. In altre parole suddividere la realtà del mondo arabo medio orientale per poterlo controllare meglio. In tempi più recenti questa illusione ha guidato la potenza americana nel suo intervento in Iraq nel 2003 portando alla frammentazione del Medio Oriente e alle conseguenze disastrose che sono sotto gli occhi di tutti.

L’arrivo al potere degli anni ’70 degli alauiti con Hafez Assad dunque è il risultato di questo percorso iniziato con l’emancipazione degli alauiti stessi in un loro Stato in seguito scioltosi, proseguito poi con la loro aggregazione alle correnti nazionaliste arabe e infine con la loro adesione al partito baathista, un partito nazionalista e socialista. Due caratteristiche queste che garantivano la cooptazione dentro la società siriana, a grande maggioranza sunnita, di tutte le sue componenti settarie e religiose, nonché sociali. Gli alauiti hanno approfittato dell’ascesa del partito Baath nella regione, e Hafez Assad ne è  un esempio, per entrare nelle forze armate, nei servizi segreti e nell’aviazione, in qualche modo scalando dall’interno gli apparati di sicurezza del Paese. Questo spiega in buona parte la capacità di controllo che ha avuto il regime per molti decenni: si trattava di un regime assolutamente occulto, capace di controllare pervasivamente tutte le componenti della società.

In uno studio molto importante sulla Siria degli anni ’70 e ’80 , lo storico palestinese Hanna Batatu esaminò migliaia di schede di iscritti al partito Baath suddividendoli per appartenenza religiosa e settaria. Da questa ricerca risulta evidente che in quegli anni gli alauiti avevano ormai occupato gran parte dei vertici sia delle forze armate, sia dei sevizi di sicurezza.

Possiamo dire che ancora oggi sia così? Che serva essere alauiti per essere nei ranghi del potere in Siria? 

Alberto Negri: Tutto dipenderà dal futuro peso politico di questa minoranza. Dubito che in futuro essere alauiti vorrà dire continuare a dominare la scena politica e sociale della Siria.

Se da una parte è vero infatti che l’intervento della Russia e dell’Iran insieme agli Hezbollah libanesi hanno mantenuto in sella il regime di Assad, dall’altra non siamo alla fine della storia con la sconfitta territoriale dell’ISIS, ma è solo terminato il primo sanguinoso capitolo di una guerra cominciata nel 2011 e che oggi ancora non è esaurita. La presenza infatti nell’attuale scenario militare, oltre alle forze citate prima, anche di tanti soldati americani, alleati nella lotta al califfato con i curdi siriani e contrari alla permanenza di Assad, condizionerà evidentemente il futuro assetto del Paese.

Essere aluita dunque continuerà a costituire un’identità importante, soprattutto perché la transizione del regime attuale a una fase politica diversa sarà piuttosto complicata: in questo momento all’opposizione non ci sono valide alternative politiche.

Resta però un problema di fondo: siamo di fronte ad una maggioranza di popolazione sunnita che ha appoggiato, in parte, la rivolta contro il potere di Bashar Assad e che è stata sconfitta, ma che in qualche modo deve essere rappresentata al governo e ai vertici degli apparati dello Stato.

Non che prima non lo fosse. Il regime degli Assad infatti non era “monopolista” del potere, ma si avvaleva di accordi e intese di spartizione con i rappresentanti delle altre componenti della società. Tuttavia queste intese hanno fallito nel tenere insieme il regime e la rivolta del 2011 lo dimostra.

La rivolta, iniziata come legittima sollevazione popolare contro un regime dittatoriale e poi evolutasi in una guerra per procura tra le potenze regionali, è un ulteriore motivo per cui la componente alauita non potrà essere così dominante come in passato. Dalla guerra infatti derivano delle lezioni per il regime legate alla sua sopravvivenza, alla sua eventuale transizione e alla ricostruzione del Paese: se si vuole ricostruire la Siria, sia pure con la partecipazione di stati come Russia, Cina e Iran, non si può non avere dalla propria parte almeno una fetta della società sunnita così come delle altre componenti sociali, etniche, e religiose settarie del Paese. Per questo l’alauitismo in sé si dovrà necessariamente stemperare.

Le interferenze Iraniane

Nel suo libro lei cita un episodio cruciale: è il 1973, il grande ayatollah irano-libanese Musa al-Sadr dichiara che gli alaiuti appartengono alle correnti dello sciismo. Da questo momento iniziano i legami tra Iran e Siria. Oggi è l’Iran il migliore alleato di Assad? Che cosa spera di guadagnare l’Iran dal sostegno al regime alauita? 

Alberto Negri: Questa data è importante in quanto da questo episodio si sancisce l’inizio dei rapporti tra lo sciismo duodecimane e gli alauiti. È chiaro che la figura di Musa al-Sadr fu fondamentale, ma non dobbiamo dimenticare però che considerazioni di realpolitik hanno avvicinato i due regimi molto più delle questioni religiose.

Innanzitutto solo Musa al Sadr, tra i grandi ayatollah, ha dato una patente di appartenenza allo sciismo degli alauiti siriani e in parte degli aleviti turchi. Se è vero infatti che l’Iran, soprattutto dopo la rivoluzione del 1979 stringe sempre di più i legami con la Siria di Hafez Assad, è anche vero che gli iraniani sono sempre stati molto attenti a non entrare nelle dispute settarie e religiose interne della Siria.

In secondo luogo il legame oggi è determinato da ragioni geopolitiche. L’alleanza fissatasi negli ultimi 30 anni è sfociata nella costituzione di un asse Tehran-Baghdad-Damasco-Hezbollah libanesi che rappresenta il tentativo di costruirsi uno sbocco sul Mediterraneo da parte della Repubblica Islamica dell’Iran, tentativo accompagnato anche da progetti economici notevoli come oleodotti e gasdotti. Questa alleanza strategica spaventa le monarchie del Golfo che già a metà del 2011 offrono ad Assad un compromesso: avrebbero portato finanziamenti per centinaia di milioni di dollari al regime alauita se questi avesse rotto l’alleanza con Tehran. È questo il punto chiave geopolitico all’origine dell’attuale conflitto in Medio Oriente che vede da una parte Siria e Iran e dall’altra le monarchie arabe con in testa l’Arabia Saudita oltre, naturalmente, a Israele per il fronte aperto che ha sempre con Hezbollah.

Emerge quindi un Iran sempre più al centro degli equilibri regionali, impegnato in diversi contesti al di fuori dei propri confini: in Libano, in Siria, in Iraq e persino in Yemen a supporto dei ribelli Houthi. Possiamo considerarare queste azioni come ingerenze negli affari domestici di altri Stati? L’Iran sta destabilizzando il Medio Oriente, come sostiene il presidente americano Trump? 

Alberto Negri: La risposta è semplice. Chi ha destabilizzato davvero la regione? La regione è stata destabilizzata in due fasi e in due aree che sono strettamente ai confini con l’Iran.

La prima volta è stata nel 1979 quando dopo la rivoluzione iraniana c’è stato l’intervento sovietico in Afghanistan e da lì è partita la rivolta dei Mujaheddin afghani sostenuti dall’Arabia Saudita, da altre potenze arabe e dagli Stati Uniti. Eravamo in piena guerra fredda e quella era l’occasione storica per mettere alle corde l’Unione Sovietica. Poi però l’Afghanistan è uscito fuori controllo, si è instaurato negli anni ’90 un regime sunnita estremista, quello dei Talebani, sostenuto da al-Qaeda e ostile agli sciiti iraniani.

La seconda è stata nel 1980, solo un anno dopo, quando l’Iraq attaccò l’Iran sostenuto da Arabia Saudita e monarchie del Golfo le quali versarono tra i 50 e i 60 miliardi di dollari nelle casse del regime di Saddam per sostenere questo conflitto. Anche USA, Francia, Inghilterra, Italia e altre potenze occidentali in qualche modo vi presero parte nel ruolo di fornitori di armi contro la nascente Repubblica Islamica. Si pensava, lo pensavano tutti, che l’Iran rivoluzionario in quella situazione di crisi sarebbe caduto facilmente sotto i colpi delle forze armate irachene. Invece fu un conflitto che durò 8 anni fino al cessate il fuoco del luglio-agosto 1988.

Di fronte a questa destabilizzazione emerse la necessità per l’Iran di prendere delle contromisure. Questo è evidente. Poi a seguito della guerra del 2003, guidata dagli Stati Uniti, che ha abbattuto il regime iracheno di Saddam Hussein lasciando caos e vuoto di potere, gli iraniani hanno soprattutto sfruttato gli errori clamorosi degli altri, in particolare americani, per estendere la loro influenza dentro la regione.

Lo stesso è accaduto in Libano: l’appoggio dell’Iran a fianco degli Hezbollah, creati dallo stesso regime di Tehran, è stato ulteriormente intensificato con l’attacco israeliano dopo la guerra del 2006. Le mosse iraniane sono sempre state in risposta alla destabilizzazione generata dalle azioni degli USA e dei loro alleati.

Ma ora che si è in una fase di ricerca di nuovi equilibri in vista della presumibile prossima fine del capitolo Stato Islamico, l’Iran non dovrebbe cessare le sue ingerenze e cercare di ritirarsi all’interno del proprio ambito di sovranità? 

Alberto Negri: Domanda provocatoria. Bisognerebbe chiedersi: quali sono i veri confini dell’Iran oggi? Dopo una guerra diretta nel 1980 da parte di Saddam Hussein, dopo l’invasione americana in Iraq del 2003 (ricordiamo che il capo di stato americano, una volta entrato in Iraq, disse “adesso teniamo sotto tiro gli iraniani”), i confini della Repubblica Islamica non sono quelli sulla carta geografica ma sono estesi 500 km oltre i confini iracheni. Una prova è stata quanto è accaduto nel 2014 con l’ascesa dell’ISIS: il califfato, movimento integralista sunnita, ostile a Tehran, è arrivato ai confini dell’Iran sfruttando i vuoti lasciati da chi aveva occupato quella regione per 10 anni, ovvero gli Stati Uniti. È evidente che la Repubblica islamica consideri l’Iraq come una sua estensione e le sue influenze nella regione come la propria “fascia di sicurezza” legata ai propri confini.

Le possibilità di dialogo tra gli attori in campo

Vedendo la presumibile prossima caduta del califfato, in Iraq e in Siria potrebbe esserci un futuro innalzamento della tensione, oppure è possibile intravedere in questo epilogo una possibilità di riavvicinamento e dialogo tra le compagini russo-iraniane e il fronte saudita americano? 

Alberto Negri: Innanzitutto dobbiamo avere ben chiari i rapporti di forza sul campo. È evidente che USA e Russia sono ancora i due attori principali della regione, che possono decidere dove far pendere la bilancia dei rapporti di forza. È una grande novità rispetto agli anni ’80 e ’90: l’Unione Sovietica allora era in difficoltà e in ritirata da molti conflitti aperti. Ora invece ci troviamo in una situazione in cui le due superpotenze sono sul campo militarmente e devono decidere che cosa fare.

La Russia ha come alleati principali l’Iran, Assad e Hezbollah. Gli Stati Uniti hanno un’alleanza assai labile con i curdi siriani e con i curdi iracheni di Massoud Barzani – che però dopo l’indipendenza si sono cacciati in un vicolo cieco – e quindi i maggiori alleati americani restano in realtà Israele e Arabia Saudita.

A differenza di quanto può apparire le due superpotenze non giocano solo nel campo dei loro alleati. In particolare la Russia di Putin manovra anche con le potenze dell’altro schieramento. Vale la pena citare la storica visita di un mese e mezzo fa di Re Salman a Mosca. La Russia infatti ha innanzitutto un interesse strategico di sicurezza: tenere lontano il più possibile tutti i movimenti islamisti integralisti dalla sua area di influenza, ad esempio dal Caucaso. In questo contesto l’intervento in Siria è sì stato giustificato dal sostenere un alleato storico, ma anche dal fatto che la Siria costituisca una sorta di antemurale della difesa strategica russa. Dall’altra parte Mosca ha la necessità di avere rapporti economici importanti con tutti gli Stati della regione, dall’Arabia Saudita alla Turchia stessa.

A questo punto occorre citare le principali partite strategiche in campo. Le prime due sono state vinte dalla Russia, e sono:

  1. Mantenere al potere il regime di Bashar Assad con un’alleanza con il fronte sciita
  2. Ottenere un cambio di campo della Turchia. Ankara resta un Paese della NATO, eppure ha cambiato fronte scendendo a patti sia con Mosca, sia con Tehran. E questo è stato un rivolgimento strategico di primo piano.

Le partite ancora in corso per gli Stati Uniti invece sono:

  1. Pur avendo una presenza militare in Iraq e in Siria, riuscire a contenere le richieste dei loro principali alleati, Arabia Saudita e Israele, che fremono perché contrastino più duramente l’influenza sciita nella regione.
  2. Il principale problema nel contrastare l’influenza sciita è dato dal fatto che il principale alleato degli Stati Uniti, ovvero la Turchia, che ospita anche basi NATO, abbia cambiato campo e si sia alleata con Mosca e con Tehran.

Questi sono i dati strategici.

Quindi non c’è possibilità di riavvicinamento e dialogo tra questi fronti? 

Alberto Negri: Questa è la quinta partita in campo, ovvero le opzioni di negoziazione che hanno davanti le superpotenze e gli attori regionali:

Prima opzione: Russia e Stati Uniti hanno la possibilità di continuare il conflitto manovrando con i loro attori regionali. La conseguenza però sarebbe un’ulteriore instabilità e una destabilizzazione costosissima di tutta la regione.

Seconda opzione: trovare un accordo. Ci sono due tavoli su cui gli attori regionali sono seduti. Uno è quello di Astana voluto dai Russi dove ci sono i siriani, i turchi, gli iraniani e le potenze arabe. L’altro è quello di Ginevra sotto il cappello delle Nazioni Unite. Ad Astana la ripartizione delle influenze regionali è decisa sostanzialmente dalla Russia insieme all’Iran, a Ginevra invece si dovrebbe cercare un accordo sovranazionale sotto l’egida dell’ONU.

Da parte russa vi è la volontà di giungere a un accordo ad Astana perché sia poi certificato da parte dell’ONU a Ginevra ricevendo così una sanzione internazionale. Da parte statunitense invece il problema è che questa spartizione delle influenze regionali si scontra con le pressioni dei loro alleati, cioè di Israele e dell’Arabia Saudita.

Gli israeliani paventano il rischio di un’influenza iraniana attraverso la presenza militare degli Hezbollah ai confini e l’instabilità della componente palestinese nei propri territori. I sauditi invece si trovano di fronte al problema della legittimità del proprio potere di fronte alla sconfitta in Siria, alla mancata vittoria in Yemen, all’avanzata dell’influenza iraniana nel Golfo. Preoccupazioni aumentate alla crisi aperta da Ryad nei confronti del Qatar e con il boicottaggio della Repubblica di Doha che per aggirare l’embargo si è appoggiata sia alla Turchia, sia all’Iran. Indice di questa crisi di legittimità saudita sono le recenti purghe compiute dal giovane principe ereditario Mohammad bin Salman ai danni degli altri membri reali della famiglia saudita.

L’unica possibile soluzione quindi è che USA e Russia scendano a patti per portare Arabia Saudita e Israele a posizioni negoziali e non conflittuali. Questo è il motivo per cui Putin ha aperto il dialogo con l’Arabia Saudita e lo mantiene aperto con Israele.

In conclusione qual è il problema centrale del Medio Oriente? Da una parte ci si ferma ovviamente alle questioni settarie, etniche religiose, e dei confini. Tuttavia a 101 anni da Sykes-Picot, a 100 anni da Balfour in Medio Oriente sono entrati in discussione i confini tracciati dopo la prima guerra mondiale in corrispondenza dei trattati di Sèvres, Losanna, etc. Ma è anche vero che il problema non è solo etnico, religioso e settario ma è soprattutto un problema di legittimità del potere. Dove il potere è legittimo? Questa è la domanda che ci dobbiamo fare per capire fino a che punto e in che modo possiamo arrivare ad una stabilità della regione. Quasi nessun potere in Medio Oriente è ritenuto completamente legittimo.

Faccio qualche esempio:

  1. Il potere degli sciiti non è ritenuto legittimo dalla minoranza sunnita esautorata nel 2003 dopo la caduta di Saddam Hussein. Infatti ha portato tutte le conseguenze che abbiamo visto: guerriglia, terrorismo, diffusione della rete di Al Qaeda e nascita stessa dell’ISIS, che scaturisce da una costa di Al Qaeda in Iraq.
  2. Il potere lì è detenuto da una minoranza, cosa ritenuta non legittima da una gran parte della popolazione. Ed è questo uno dei problemi della transizione siriana.
  3. Qui i palestinesi non ritengono legittimo il potere israeliano. Ci sono un milione di arabi nello Stato ebraico e tutti gli altri vivono o in situazione di occupazione o su territori dove non vi è la sovranità di un vero e proprio Stato.
  4. Arabia Saudita e Monarchie del Golfo. Nessuno di questi Stati è nemmeno lontanamente avvicinabile a una democrazia. Non si vota o gran parte della popolazione è esclusa dal potere. Sono degli Stati in mano a monarchie assolute, con sistemi di governo tradizionalisti e retrogradi. Il problema di legittimità di questi stati è assai grave e non bastano i soldi del petrolio a risolvere il problema.
  5. Questo è un caso di legittimità del potere “a dimensione variabile”. La Repubblica Islamica ha il controllo della situazione interna ma comunque la sua legittimità è sempre messa in discussione dall’esterno, in particolare dagli Stati Uniti e da Israele insieme all’Arabia Saudita. È per questo che il JCPOA, l’accordo sul nucleare del 2015, è stato ricusato e decertificato da Trump. È il tentativo di recare un vulnus alla legittimità della Repubblica Islamica come attore internazionale.

Il costante tentativo di regime change da parte di questi Stati nei confronti della Repubblica Islamica divide il campo occidentale, essendo fonte di contrasto tra USA e Stati europei che invece ritengono l’Iran un attore internazionale credibile.

  1. La Turchia è un altro caso di legittimità “a dimensione variabile”. Qui siamo in presenza di una democrazia avvicinabile al campo occidentale. L’AKP, partito di governo, ha vinto tutte le elezioni dal 2002 a oggi, tranne l’arretramento del giugno 2015 per cui in quelle elezioni anticipate entrò per la prima volta in parlamento il partito curdo HDP. Ora, visto il recente referendum dell’aprile scorso sui poteri della presidenza di Erdoğan, il problema di legittimità si pone di nuovo. Si pone all’interno in quanto oltre 45% della popolazione non è d’accordo con questo sistema dove l’AKP e il suo presidente sono dominanti. Inoltre la deriva autoritaria assunta dal suo partito contrasta con ogni principio democratico. Si pensi soltanto alle decine di migliaia di arresti dopo il fallito golpe del luglio 2016 e al fatto che ci siano circa 150 giornalisti e scrittori in carcere con accuse deliranti.

Stiamo parlando di un paese membro Nato, che ha un processo di adesione al’UE in sospeso e non ufficialmente congelato.

Quindi pensiamo a questi sei problemi di legittimità al di là di quelli legati alle diatribe settarie, religiose, territoriali.

Kurdistan. I nefasti effetti del referendum

Se ne potrebbe aggiungere un settimo? Penso al referendum per l’indipendenza del Curdistan del 25 settembre. Ci si troverà di fronte alla nascita di uno Stato curdo? 

Alberto Negri: Il problema del governo regionale curdo è il settimo punto, ma ritengo non abbia un peso geopolitico equiparabile ai primi sei. Rientra infatti nel problema della rappresentanza delle minoranze comune a molti governi dell’area e causa di mancanza di legittimità. Quello dei curdi è effettivamente uno di questi casi.

La regione curda contemporanea nel 1991 a seguito della no-fly-zone imposta dopo la guerra del Golfo. In questa occasione le potenze occidentali consegnarono ai curdi un’area di amministrazione regionale, di fatto un vero e proprio Stato nello Stato. Tuttavia il potere fu consegnato a Massoud Barzani, rappresentante curdo caratterizzato soprattutto da un forte profilo feudale e familistico.

Accanto a lui c’era Talabani, anche lui con alle spalle un sistema di supporto clanico-tribale. 

Alberto Negri: È diverso, molto diverso. Barzani è l’erede del padre Mustafa, Talabani è un signore che a 18 anni già era combattente per poi si iscriversi al partito socialista. Se è vero che il tribalismo curdo è un dato irriducibile, è anche vero che i due hanno avuto atteggiamenti molto diversi. Dico soltanto che nel 2008 in una conversazione che ebbi con Talabani lui mi disse, riferendosi alla possibilità di un’indipendenza curda: “Non è tempo di piccole patrie, ma di grandi unioni”.

L’attuale referendum per l’indipendenza è quindi solo il frutto dell’azione di un “piccolo padre?” 

Alberto Negri: L’attuale indipendenza non è solo questione di un piccolo padre, ma bisogna prendere atto di alcune questioni.

Prima di tutto l’entità curda che nasce nel 1991 diventa subito una sorta di piccolo Stato con una certa dose di autonomia. In secondo luogo, il governo guidato da Barzani, dopo un tentativo americano di destabilizzazione del regime iracheno, nel 1995-6 trova un accordo con il regime di Saddam per esportare il petrolio iracheno in Turchia di contrabbando, portando il clan familiare di Barzani a immensi guadagni. Infine, nel 2003, quando cade il regime, i famosi peshmerga, estremamente sopravvalutati qui in occidente, che in realtà costituiscono un esercito unito solo sulla carta, non arrivano a Kirkuk. Questo è un punto importante: non entrarono mai a Kirkuk se non nel 2012 quando gli americani si ritirarono e consegnarono loro la zona dell’aeroporto.

Ne consegue che la zona curda di cui parliamo quindi sia molto più piccola di quella che i curdi stessi rivendicano.  A questo si aggiungono le divisioni al loro interno che complicano il processo di indipendenza. La verità è che Barzani ha fatto votare l’indipendenza nella speranza di rafforzare il proprio potere sapendo che questo ormai è contestato dal 40-50% degli stessi curdi.

La situazione geografica del Kurdistan, una regione enclavata e senza sbocchi, obbliga chi la governa a stringere accordi e ad arrivare a compromessi con gli Stati confinanti: Iraq, Turchia e Iran, tutti e tre contrari ad una eventuale indipendenza.

L’unica soluzione è quella dello Stato federale, dove però in questo caso si arrivi a una reale spartizione delle risorse petrolifere. Questo coinvolge non soltanto il milionario Barzani, ma deve chiamare in causa anche la minoranza sunnita. La stabilizzazione dell’Iraq parte da qui.

Qual è stato quindi l’effetto di questo referendum per la stabilità del fragile sistema politico della regione? 

Alberto Negri: Questo referendum è stato un disastro, è stata la più grande sconfitta recente dei curdi. Ha determinato la ritirata da Kirkuk facendo perdere loro in un colpo solo il 45% delle risorse petrolifere. È stata la mossa più disastrosa che si potesse fare e il maggiore responsabile è Barzani.

Per quanto possano sembrare forti le milizie curde, in realtà non avrebbero ottenuto alcun risultato senza il supporto di un’altra potenza, come in questo caso la NATO o l’Iran. Durante l’avanzata dell’ISIS nel 2014 a difendere Suleymaniya, nel cuore del Kurdistan, non c’erano i peshmerga di Barzani, bensì i pasdaran di Tehran, che hanno preso in carico alcune milizie curde e con loro hanno affrontato una colonna dello Stato Islamico che si era persa.

Il “condominio” Iraq

Parlando sempre di Iraq, è di pochi giorni fa la notizia di alcuni incontri tra importanti personaggi del Paese con esponenti dell’Arabia Saudita. Mi riferisco al recente incontro tra il premier iracheno Heidar al-Abadi e il Re saudita Salman, oltre alla visita a Ryad di Muqtada al-Sadr, uno dei religiosi più carismatici del Paese. Si tratta di un progressivo riavvicinamento dell’Iraq al fronte USA-Ryad e lontano dall’Iran? 

Alberto Negri: Muqtada al-Sadr e al-Hakim, due importanti leader religiosi del Paese, sono andati entrambi a Ryad. Mentre la visita di Heidar al-Abadi è solo una visita di Stato, importante certo, ma che rientra nell’ottica di questioni di rapporti fra Stati, il fatto che Muqtada al Sadr, il campione dello sciismo duro e puro, fosse nella capitale dell’Arabia Saudita è una faccenda che merita di essere approfondita.

Sia al-Hakim, sia al-Sadr, erano dai sauditi per cercare una sponda nei vari giochi interni iracheni. I giochi iracheni implicano, oltre ai rapporti con il potere centrale, anche la spartizione del potere con i sunniti, e soprattutto coinvolgono la successione al titolo di grande ayatollah nelle città sacre di Najaf e Karbala, centri dello sciismo mondiale. La leadership religiosa oggi è detenuta da al-Sistani, personalità di riferimento anche al di fuori dei confini iracheni, con seguaci persino in Iran, che ora però è molto anziano. Per il gran numero di taleb, ovveero discepoli, è ritenuto Marja’-e taqlid, ovvero “fonte di imitazione”, titolo più alto per un religioso sciita, che al momento pochissimi come lui possono vantare.

Dunque la successione a Sistani è una questione importante e gli attori che ambiscono a questo titolo spesso non hanno i titoli religiosi necessari e fanno di tutto per avere più appoggi possibili.

Il ruolo di grande ayatollah in Iraq è importante anche perché correlato alla successione a Guida Suprema in Iran.

Il rapporto tra Iran e Iraq, a differenza di quello con gli alauiti in Siria, è profondamente segnato dall’aspetto religioso. In Iraq ci sono Najaf e Karbala, due luoghi sacri dello sciismo e divenuti mete di un pellegrinaggio che in qualche modo per gli iraniani diventa sostitutivo di quello alla Mecca che per un anno era stato loro interdetto dai sauditi.

Muqtada al-Sadr e al-Hakim sono andati dunque a cercare una sponda in casa saudita perché ambirebbero a gestire il pellegrinaggio degli iracheni e in parte degli iraniani alla Mecca. Se dovessero riuscirci troverebbero ancora maggiore legittimazione dal punto di vista di leader religiosi, e quindi politici. Ecco il perché di questa manovra per intensificare i rapporti con Ryad.

La posta in gioco è la gestione della hawza di Najaf, una sorta di multinazionale dello sciismo mondiale. Ora, è chiaro che ottenere il controllo di Najaf e Karbala e la gestione del pellegrinaggio sciita alla Mecca dà una fetta di potere enorme in Iraq. L’Iraq infatti possiamo definirlo un condominio.

È un condominio iracheno, iraniano, ma in gran parte ancora americano, dato che sono gli USA a rifornire di armi l’esercito iracheno e gestiscono un’importante base vicino a Mosul. Questa è una situazione comune anche ad altri Stati della regione, come la Siria. Dentro questo livello di condomini tutti cercano di avere la voce più grossa. Per questo Najaf e Karbala sono così importanti, sono una carta fondamentale da giocare per spostare i rapporti di forza: Tehran ambisce da sempre ad avere influenze sui questi pellegrinaggi frequentatissimi dagli iraniani, senza contare la questione della gestione della successione di al-Sistani e di quella di Ali Khamenei, entrambi anziani.

Che cosa può influire allora nel futuro dell’Iraq e del mondo sciita in generale? La successione a Sistani e a Khamenei è lo snodo più importante per determinare anche quali saranno i futuri assetti delle correnti sciite in Iraq, in Siria e in Libano. Oggi i due personaggi guida del mondo sciita dal punto di vista politico sono Khamenei in Iran e Nasrallah in Libano.

Nasrallah riveste un ruolo primo piano per le sue capacità politiche e intellettuali. Decisamente ha assunto un ruolo sempre più prestigioso.  

In questo “condominio” medio orientale dunque, quali dovrebbero essere i prossimi passi degli attori in campo per garantire la pace nel territorio?

Alberto Negri: Partiamo da un dato di fatto: chi può essere interessato a modificare i confini non sono né gli Stati Uniti né la Russia. Entrambi sono più inclini a sostenere delle soluzioni federali. La dimostrazione è il caso curdo: né Washington né il Cremlino sono intervenuti a sostegno del referendum sull’indipendenza lanciato da Barzani. Ne deriva che le due superpotenze guardino a soluzioni che garantiscano la rappresentanza delle minoranze in quanto questa è la chiave della sistemazione dei conflitti in Medio Oriente. Laddove questa non è garantita scaturisce il conflitto.

Sunnismo e sciismo secondo Alberto Negri. Un’interpretazione utile ma parziale

Parlando sempre di sciismo, il tema del settarismo appare sempre più centrale nei tentativi di interpretare le tensioni medio-orientali. Secondo Lei quella dello scontro tra sunniti e sciiti è una linea analitica produttiva oppure esiste il rischio di adoperare una narrativa potente ma non del tutto corrispondente alla realtà politica? 

Alberto Negri: La risposta può essere lunghissima ma anche molto breve. Le ragioni politiche e geopolitiche sono spesso quelle che determinano questa contrapposizione tra sunnismo e sciismo. Quando nel 1980 l’attacco di Saddam Hussein dà luogo al primo grande conflitto tra queste due correnti dell’Islam in realtà sappiamo perfettamente che la guerra viene avviata su una considerazioni politiche e non religiosa, cioè sull’idea, poi dimostratasi sbagliata, da parte di Saddam Hussein, di poter conquistare rapidamente l’Iran allora nel pieno dei rivolgimenti rivoluzionari. L’assunto era solo in parte religioso, tanto è vero che gran parte degli sciiti iracheni combatterono nell’esercito di Saddam contro l’Iran. La contrapposizione non era tanto tra sunniti e sciiti quanto tra potenza irachena e iraniana e tra arabi e persiani.

Non si trascuri il fatto che il fattore sciita interno iracheno era un problema annoso che Saddam aveva affrontato condannando a morte un certo numero di influenti ayatollah di Najaf e Karbala, e che dall’altra parte ci fu un tentativo di uccisione nel 1978 di Tareq Aziz, braccio destro di Saddam, ancora prima dello scoppio della guerra del 1980. Esisteva senza dubbio una dimensione interna sciita ma era in gran parte confinata alle sedi religiose di Najaf e Karbala e a settori politici clandestini delle correnti sciite in contrapposizione al potere di Saddam. Ma la dimensione che scatena il conflitto Iran-Iraq è sicuramente determinata da fattori geopolitici: il desiderio di conquistare parte del territorio iraniano. La volontà di potenza è più forte delle distinzioni settarie che vengono manovrate e strumentalizzate dagli attori in campo.

Il Medio Oriente sembra polarizzarsi sempre più attorno a fazioni identitarie e politiche. Accanto alla linea settaria sunnismo-sciismo appare, come ha delineato prima, una contrapposizione tra il fronte Arabia Saudita-USA e Iran-Russia. Secondo Lei queste due fratture sono sovrapponibili? 

Alberto Negri: Non del tutto. Partiamo dalla fondazione della Repubblica Islamica nel 1979 che costituisce un momento fondamentale. Viene abbattuto uno Shah, un monarca, sostenuto dagli Stati Uniti, sostituito da una Repubblica Islamica ostile agli USA e al mondo occidentale, e questa viene subito percepita come nemica dalle monarchie del Golfo in particolare dai sauditi custodi dei luoghi santi di Mecca e Medina. È giudicata ostile per due motivi: primo perché sono sciiti, ma in secondo luogo perché sono anti-monarchici. Tutti quei paesi (Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Giordania, Emirati) erano e sono monarchie assolute o quasi. La contrapposizione deriva anche da questo e non solo dalla frattura sunnismo-sciismo.

Il modello della costituzione iraniana ad esempio si pone in modo antitetico alle monarchie arabe, per una serie di motivi. Si convocano elezioni, si elegge il presidente, si elegge la Guida suprema anche se indirettamente, si eleggono i consigli comunali, il parlamento. Anche se è vero che tutti quelli che vengono eletti sono scelti dentro al sistema, essendoci un filtro alle candidature, la contrapposizione tra i due modelli resta.

A questa contrapposizione aggiungerei quella, ben più datata, tra persiani e arabi.

Quindi bisogna considerare in questa contrapposizione tutti i dati: quelli geopolitici, sulla influenza regionale effettiva, quelli politici derivati dal fatto che siamo di fronte a strutture di sistemi politici.

Scritto da
Jacopo Scita, Francesco Salesio Schiavi e Gabriele Sirtori

Jacopo Scita è nato 1994, si è laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna – Campus di Forlì e attualmente (estate 2017) sta scrivendo una tesi sulle Relazioni Internazionali dell’Iran come conclusione dell’MSc in Middle East Politics presso la SOAS, University of London. Francesco Salesio Schiavi è nato a Bologna nel 1990, è laureato triennale in Storia e laureando in Scienze Storiche e Orientalistiche presso l'Università di Bologna con curriculum scienze orientali. Gabriele Sirtori è nato a Lecco nel 1996, è studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 2 anni tra Iran, Egitto, Kurdistan (iraniano) e Venezia. Ha seguito corsi presso l'Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. Attualmente studia presso l'Università Ca Foscari di Venezia.

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