Medio Oriente: una crisi di legittimità. Intervista ad Alberto Negri

Alberto Negri

Il Medio Oriente oggi appare sempre più indecifrabile, attraversato da divisioni religiose e settarie e vittima dei giochi di influenza delle superpotenze e delle potenze regionali. Con questa lunga intervista ad Alberto Negri proseguiamo un percorso di approfondimento che Pandora porta avanti da tempo con articoli, recensioni e colloqui con esperti (si può ricordare ad esempio l’intervista a Massimo Campanini). L’intento è quello di contribuire a far luce su cosa stia succedendo oggi in quei paesi “dall’altra parte del Mediterraneo”. Le domande sono a cura di Jacopo Scita, Francesco Salesio Schiavi e Gabriele Sirtori, mentre l’intervista è stata condotta da Gabriele Sirtori.

Alberto Negri è inviato de Il Sole 24 Ore, da 35 anni testimone nei teatri di guerra dei Balcani e del Medio Oriente e ha di recente pubblicato, per i tipi di Rosenberg&Sellier, il libro Il musulmano errante. Storia degli alauiti e dei misteri del Medio Oriente.


Partiamo dalla Siria. Nel suo ultimo libro Lei parla degli alauiti, esponenti di una corrente religiosa minoritaria, occulta e costituente centrale della rete di potere in Siria. Come si è strutturata questa rete di potere? 

Alberto Negri: Nel mio libro racconto una storia che ha più di 1000 anni, dall’VIII – IX secolo fino ai nostri giorni. Questa corrente minoritaria ed esoterica dell’Islam, l’alauitismo, è rimasta sotterranea per secoli e secoli nel quadro della regione, eppure si è conservata fino a oggi. Ma c’è di più: attualmente il regime alauita di Assad è l’unica minoranza al potere in Medio Oriente, un dato questo, dal punto di vista politologico, piuttosto clamoroso. Si tratta infatti di una corrente che rappresenta solo il 10-12% della popolazione siriana.

Per capire come sia giunta al potere dobbiamo guardare ai rivolgimenti geopolitici iniziati con l’avvento delle potenze occidentali, Francia e Gran Bretagna, in Medio Oriente all’indomani della prima guerra mondiale. Sintetizzando il percorso politico compiuto dai paesi arabi in questo secolo, troviamo innanzitutto il fenomeno del nazionalismo arabo, per passare poi al nazionalismo panarabo per arrivare infine, con le correnti integraliste e fondamentaliste più recenti, al panislamismo arabo.

Con gli alauiti siamo di fronte ad una corrente che ha fatto i conti sia con il nazionalismo sia con questo intervento delle potenze occidentali. Dopo essere rimasti per secoli ai margini della storia, rifugiatisi nell’entroterra montuoso a Est delle città costiere di Latakia e Tartous, con l’arrivo dei francesi nella Grande Siria si vedono creato nel 1920 uno Stato alauita su misura per loro. Una mossa questa dei francesi solo apparentemente priva di senso.

Politicamente infatti questa decisione fu motivata da quella bussola che ha da sempre guidato le potenze occidentali in Medio Oriente, ovvero il principio del divide et impera. In altre parole suddividere la realtà del mondo arabo medio orientale per poterlo controllare meglio. In tempi più recenti questa illusione ha guidato la potenza americana nel suo intervento in Iraq nel 2003 portando alla frammentazione del Medio Oriente e alle conseguenze disastrose che sono sotto gli occhi di tutti.

L’arrivo al potere degli anni ’70 degli alauiti con Hafez Assad dunque è il risultato di questo percorso iniziato con l’emancipazione degli alauiti stessi in un loro Stato in seguito scioltosi, proseguito poi con la loro aggregazione alle correnti nazionaliste arabe e infine con la loro adesione al partito baathista, un partito nazionalista e socialista. Due caratteristiche queste che garantivano la cooptazione dentro la società siriana, a grande maggioranza sunnita, di tutte le sue componenti settarie e religiose, nonché sociali. Gli alauiti hanno approfittato dell’ascesa del partito Baath nella regione, e Hafez Assad ne è  un esempio, per entrare nelle forze armate, nei servizi segreti e nell’aviazione, in qualche modo scalando dall’interno gli apparati di sicurezza del Paese. Questo spiega in buona parte la capacità di controllo che ha avuto il regime per molti decenni: si trattava di un regime assolutamente occulto, capace di controllare pervasivamente tutte le componenti della società.

In uno studio molto importante sulla Siria degli anni ’70 e ’80 , lo storico palestinese Hanna Batatu esaminò migliaia di schede di iscritti al partito Baath suddividendoli per appartenenza religiosa e settaria. Da questa ricerca risulta evidente che in quegli anni gli alauiti avevano ormai occupato gran parte dei vertici sia delle forze armate, sia dei sevizi di sicurezza.

Possiamo dire che ancora oggi sia così? Che serva essere alauiti per essere nei ranghi del potere in Siria? 

Alberto Negri: Tutto dipenderà dal futuro peso politico di questa minoranza. Dubito che in futuro essere alauiti vorrà dire continuare a dominare la scena politica e sociale della Siria.

Se da una parte è vero infatti che l’intervento della Russia e dell’Iran insieme agli Hezbollah libanesi hanno mantenuto in sella il regime di Assad, dall’altra non siamo alla fine della storia con la sconfitta territoriale dell’ISIS, ma è solo terminato il primo sanguinoso capitolo di una guerra cominciata nel 2011 e che oggi ancora non è esaurita. La presenza infatti nell’attuale scenario militare, oltre alle forze citate prima, anche di tanti soldati americani, alleati nella lotta al califfato con i curdi siriani e contrari alla permanenza di Assad, condizionerà evidentemente il futuro assetto del Paese.

Essere aluita dunque continuerà a costituire un’identità importante, soprattutto perché la transizione del regime attuale a una fase politica diversa sarà piuttosto complicata: in questo momento all’opposizione non ci sono valide alternative politiche.

Resta però un problema di fondo: siamo di fronte ad una maggioranza di popolazione sunnita che ha appoggiato, in parte, la rivolta contro il potere di Bashar Assad e che è stata sconfitta, ma che in qualche modo deve essere rappresentata al governo e ai vertici degli apparati dello Stato.

Non che prima non lo fosse. Il regime degli Assad infatti non era “monopolista” del potere, ma si avvaleva di accordi e intese di spartizione con i rappresentanti delle altre componenti della società. Tuttavia queste intese hanno fallito nel tenere insieme il regime e la rivolta del 2011 lo dimostra.

La rivolta, iniziata come legittima sollevazione popolare contro un regime dittatoriale e poi evolutasi in una guerra per procura tra le potenze regionali, è un ulteriore motivo per cui la componente alauita non potrà essere così dominante come in passato. Dalla guerra infatti derivano delle lezioni per il regime legate alla sua sopravvivenza, alla sua eventuale transizione e alla ricostruzione del Paese: se si vuole ricostruire la Siria, sia pure con la partecipazione di stati come Russia, Cina e Iran, non si può non avere dalla propria parte almeno una fetta della società sunnita così come delle altre componenti sociali, etniche, e religiose settarie del Paese. Per questo l’alauitismo in sé si dovrà necessariamente stemperare.

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: Gli alauiti nel futuro della Siria

Pagina 2: Le interferenze Iraniane

Pagina 3: Le possibilità di dialogo tra gli attori in campo

Pagina 4: Kurdistan. I nefasti effetti del referendum

Pagina 5: Il “condominio” Iraq

Pagina 6: Sunnismo e sciismo secondo Alberto Negri. Un’interpretazione utile ma parziale


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Jacopo Scita è nato 1994, si è laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna – Campus di Forlì e attualmente (estate 2017) sta scrivendo una tesi sulle Relazioni Internazionali dell’Iran come conclusione dell’MSc in Middle East Politics presso la SOAS, University of London.

Francesco Salesio Schiavi è nato a Bologna nel 1990, è laureato triennale in Storia e laureando in Scienze Storiche e Orientalistiche presso l’Università di Bologna con curriculum scienze orientali.

Gabriele Sirtori è nato a Lecco nel 1996, è studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 2 anni tra Iran, Egitto, Kurdistan (iraniano) e Venezia. Ha seguito corsi presso l’Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. Attualmente studia presso l’Università Ca Foscari di Venezia.

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