L’Iran di Rouhani e le proteste dei bazarì: tra crisi economica e opposizione politica

Rouhani bazari

“Non è colpa dell’America, i bugiardi siete voi”, “lascia perdere la Palestina, pensa a noi”, “meno diseguaglianze”.

Questi sono solo alcuni degli slogan che si sono sentiti proclamare negli scorsi giorni per le strade iraniane quando nuove proteste hanno infiammato la capitale, affiancate da altre emergenze di diversa natura come la scarsità di acqua potabile e di elettricità in diverse città nel sud-ovest del paese, dove sono scoppiate ulteriori manifestazioni. Accanto alle ultime, sporadiche scene di euforia per i risultati ottenuti ai mondiali, hanno cominciato a levarsi nuove voci di dissenso.

I bazar e diversi negozi, soprattutto di elettronica, hanno chiuso in più città, con la classe dei bazarì, i mercanti, in sciopero per le ormai disastrose condizioni economiche in cui versa il paese e che, secondo le voci popolari, sembrano peggiorare di giorno in giorno. Lunedì 25 giugno, i commercianti del bazar di Tehran hanno incrociato le braccia, abbassato le saracinesche e marciato verso il parlamento. I social media, come sempre strumenti prediletti dagli iraniani per testimoniare in diretta quel che succede all’interno del paese, raccontano di gente inseguita nei vicoli e bastonata con i manganelli, vetrine rotte e negozi incendiati. Come spesso succede in Iran, agli slogan economici hanno fatto presto eco quelli contro il regime, come l’intramontabile “morte al dittatore”, scandito nel 1979 contro lo scià e negli ultimi anni sempre più spesso contro l’Ayatollah Khamenei.

Gli scontri, circoscritti a Tehran alla zona del bazar e dintorni, non hanno interessato in modo significativo altre zone del paese, né hanno avuto la portata delle ultime manifestazioni avvenute non più di sette mesi fa, ma non sono da sottovalutare per almeno un motivo fondamentale: hanno visto per la prima volta da molto tempo il coinvolgimento di un gruppo sociale, quello dei bazarì, tradizionalmente poco partecipe delle grandi manifestazioni degli ultimi anni (nel ’99, nel 2009 e ancora, a dicembre 2017), e sono quindi sintomatiche di un profondo disagio economico, sociale e politico nel paese. Le cause del malcontento sembrano simili a quelle delle scorse proteste: un ulteriore deprezzamento del rial, la moneta locale, quotato al cambio informale con il dollaro a 1: 90.000, che ha perso più del doppio del suo valore nell’ultimo anno divenendo una tra le valute più deboli al mondo. Un ulteriore colpo alla già precaria economia del paese, e un inaccettabile, ulteriore fardello per una popolazione che se aveva accolto con entusiasmo l’accordo nucleare e l’apertura internazionale, ormai è disillusa e sfiduciata.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Proteste a Tehran

Pagina 2: Il ruolo dei bazarì nelle crescenti tensioni interne

Pagina 3: Quali prospettive per Rouhani?


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Nata in Italia nel 1991 ma di origini iraniane, ha sempre viaggiato e vissuto tra i due paesi. Dottoranda in sociologia all'Università di Milano Bicocca con un progetto sui cambiamenti dei ruoli di genere tra i giovani in Iran. In precedenza ha studiato Studi Internazionali a Bologna e Studi Afro-Asiatici a Pavia. I suoi temi di ricerca principali sono l'Iran e il conflitto israelo-palestinese, le tematiche di genere e la condizione giovanile.

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