“L’isola al centro del mondo” di Manlio Graziano
- 04 Febbraio 2019

“L’isola al centro del mondo” di Manlio Graziano

Recensione a: Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 392, 19 euro, (scheda libro)

Scritto da Alberto Prina Cerai

8 minuti di lettura

Come argomenta Manlio Graziano nel suo volume recentemente edito dal Mulino, la storia degli Stati Uniti ci suggerisce come la democrazia americana abbia costantemente fatto i conti con l’incepparsi dell’American way of life, dando credito a un’inquietudine che in termini politici ha assunto le vesti dell’isolazionismo. Grazie all’utilizzo sapiente della geopolitica e al confronto con i retaggi ideologici americani, l’autore ci guida in un viaggio secolare per comprendere questa tensione inscritta nella storia sociale e politica americana e scandita, con spunti e riflessioni originali, lungo una parabola gaussiana del loro percorso internazionale: l’ascesa, la maturità e il declino relativo.

Una Repubblica eccezionale o un mero prodotto delle relazioni internazionali?

Superando le narrazioni più tradizionali, nella visione dell’autore l’originalità dell’esperimento americano derivò da una serie di circostanze favorevoli: l’inviolabilità del territorio americano, che ha contribuito a consolidare l’ideologia isolazionista e a difenderne le peculiarità dello sviluppo economico; l’originaria mentalità capitalista, libera delle incrostazioni ancien régime, delle tredici colonie. Due fattori che sostennero livelli di produttività e produzione inediti e che finirono per alimentare l’idea che i successi materiali americani fossero il frutto della Provvidenza. Anche la nascita dello stato-nazione americano – involucro di una società fortemente plurale e proprietaria – fu tutto fuorché un esperimento in totale estraneità al Vecchio Mondo e al contesto atlantico: come scrive Graziano, nacque come «effetto collaterale […] della rivalità tra Francia e Gran Bretagna», a cui seguì una rivolta anticoloniale che finì per cementare istanze e interessi economici contrapposti.

La sopravvivenza del sistema democratico necessitava di un perfetto bilanciamento tra la fonte del potere (il popolo) e i corpi intermedi all’interno della cornice capitalista per tutelare i capisaldi della società americana: la proprietà, l’accesso al consumo e i conseguenti diritti politici. La Convenzione di Philadelphia e la sottoscrizione della Carta Costituzionale del 1787 sugellarono queste necessità, garantendo la flessibilità per affrontare le trasformazioni che sarebbero giunte con l’allargamento della frontiera continentale – ampliando i cleavages tra l’America rurale e quella costiera – e in seguito con le avventure oltreoceano.

Da questa riflessione sulle origini, Manlio Graziano deduce due costanti: Frontiera e Isola, in sostanza «i due estremi […] di tutta la politica estera degli Stati Uniti»[1]. Al nazionalismo americano, privo di salde radici territoriali, viene spesso attribuita una naturale propensione all’espansione, alimentata da una costante riproduzione del capitale che ha spesso ecceduto le capacità di assorbimento della società. Un processo economico che con il tempo, coniugandosi con l’ideologia dell’eccezionalismo, ha forgiato diversi approcci: dall’imperialismo, all’esportazione della democrazia sino ai dogmi dell’America First. Declinazioni, in realtà, mai del tutto assolute e spesso ibridatesi a vicenda. Seppur battezzati dal monito di George Washington, fu la formazione stessa degli Stati Uniti – «un puro prodotto delle relazioni internazionali […] e del mercato mondiale»[2] – a suggerire che l’ideologia americana avrebbe dovuto adeguarsi alla mutevole realtà geopolitica. Non solo: ben presto sarebbe divenuta il vero vantaggio relativo, mobilitando quando necessario la Nazione per il perseguimento dell’interesse nazionale.

Un meccanismo non sempre scevro da imprevisti e politicamente infallibile. Concetti e slogan come il return to normalcy, Make America Great Again – che per Graziano non significano «ritornare indietro nel passato, ma riprendersi qualcosa che è stato indebitamente sottratto»[3] – sono spesso anacronismi nel campo della geopolitica, ma strategie politicamente persuasive. Questo meccanismo di cieca obbedienza e di ricorso all’ideologia ha indotto gli Stati Uniti a commettere errori strategici grossolani e senza apparenti motivazioni, ma ha anche fornito le basi per la costruzione del secolo americano.

Mercato, leadership ed equilibrio di potenza: i pilastri dell’egemonia statunitense

La politica commerciale degli Stati Uniti fu per lunghi tratti della loro storia dominata dal protezionismo. Una una scelta dettata tanto dall’immensa disponibilità di risorse quanto dalla volontà di consolidare l’industria nazionale. Quando il meccanismo di riproduzione del capitale verso l’Ovest si interruppe, oltre ad allargare il bacino democratico e a scatenare le prime «rivolte jacksoniane», la necessità di sfogare la produttività e le tensioni interne indussero la classe dirigente a proiettare il paese oltreoceano. Nel frattempo, la guerra civile e l’interesse industriale avevano spazzato via la schiavitù, gettando i semi per il consolidarsi dell’American Way of War e dello slancio imperiale. Dalla Dottrina Monroe fino alla guerra ispano-americana, la supremazia sull’Emisfero Occidentale fu una questione geopolitica oltre che provvidenziale. Tuttavia, l’intervento militare nelle Filippine, la gunboat diplomacy in Estremo Oriente e l’affermazione della politica della ‘Porta Aperta’, oltre ad essere di vitale interesse commerciale e ad aver assicurato «l’insularità sul piano geostrategico», avrebbero distrutto per sempre «l’insularità sul piano geopolitico» poiché a quel punto la proiezione globale americana «non avrebbe più consentito agli Stati Uniti di tenersi fuori dalle complicazioni internazionali»[4].

All’inizio del Novecento gli Stati Uniti, secondo gli indicatori economici, erano a tutti gli effetti una potenza mondiale. Per tradurre quella crescente superiorità economica in egemonia politica ci sarebbero voluti due conflitti mondiali, l’ultimo sussulto dell’ormai fatiscente ordine internazionale eurocentrico. L’erosione dell’equilibrio di potenza in Europa e i vantaggi assicurati con l’iniziale neutralismo durante la Grande Guerra – il quale aveva permesso al «big business […] sulla stessa lunghezza d’onda del suo Presidente […] di fare affari con tutti»[5] – consentirono agli Stati Uniti di estendere l’egemonia del dollaro e di accelerare il declino europeo. Un’indiscussa supremazia economica che non si tradusse in supremazia politica: il naufragio del progetto wilsoniano inaugurò un ventennio di «instabilità egemonica». Il trionfo dei sentimenti isolazionisti finirono per condizionare la politica monetaria e commerciale nel dopoguerra, che vide gli Stati Uniti riversare capitali e prestiti in Europa seguendo una cruda logica di profitti immediati. L’aumento delle esportazioni e la bilancia commerciale a sfavore dei paesi europei saturarono il mercato di capitali interno il quale, quando sforò il tetto di assorbimento e rivelò la selvaggia de-regolamentazione, provocò la più grande crisi economica della storia.

La crisi interna, nonostante il progetto newdealista, rientrò soltanto con l’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale. La minaccia di una singola potenza o di una coalizione di potenze ostili dominanti sul continente eurasiatico – sul solco della recepita lezione geopolitica di Mackinder e Spykman[6] – finì per saldare nuovamente gli interessi industriali e la visione strategica della classe dirigente, imprimendo una svolta nel conflitto e consacrando gli Stati Uniti a potenza egemone.

A differenza del 1919, fu un’egemonia pianificata: nel 1945 gli Stati Uniti promossero un nuovo ordine internazionale, costruito sulla lezione dell’equilibrio di potenza, su regole e istituzioni multilaterali a guida americana. In questa parte emerge l’originalità della lettura dell’Autore, che vede in un duplice approccio (collaborazione/rivalità) con la Russia il perno geopolitico dell’ordine mondiale. Una guerra fredda che, perlomeno nella sua veste ideologica, viene ridimensionata da Graziano per dar spazio alla comune causa anticoloniale delle due superpotenze[7].

In questa visione, gli Stati Uniti ereditarono l’architrave geopolitico che fu dell’Impero britannico: evitare la convergenza d’interessi tra una grande potenza industriale – la Germania – e una potenza demografica ed energetica che in quella congiuntura era proprio la Russia. Un paese che a lunghi tratti era stato lontano dall’essere una minaccia diretta e che, aggravato da criticità strutturali, non rappresentava altro che uno spauracchio per mantenere il balance of power in Eurasia. La stessa dottrina del contenimento, riconoscendo le debolezze del regime sovietico, stabiliva che gli Stati Uniti avrebbero potuto mantenere il ruolo egemonico soltanto se potenze dormienti come «Germania, Giappone e eventualmente un giorno [la] Cina»[8] fossero state estromesse dai rapporti con la Russia.

Un Declino Manifesto? Limiti e criticità del potere americano nel mondo multipolare

Nella parte finale del volume, la narrazione procede con l’intrecciarsi di due concetti chiave: la latente multipolarità dell’ordine globale e lo strisciante declino relativo degli Stati Uniti. Secondo Manlio Graziano, neppure la guerra fredda fu caratterizzata da un sistema bipolare puro. In particolare, a partire dalla fine degli anni Sessanta il baricentro economico incominciò a spostarsi verso nuovi poli di potere. È una tendenza che prima coinvolse l’Europa e il Giappone, due attori la cui straordinaria ripresa economica – patrocinata in funzione anti-sovietica – finì per sfidare la stessa egemonia statunitense. La politica del contenimento venne equivocata per via dell’«irriducibile rivalità tra Stati Uniti ed Unione Sovietica» in termini messianici di lotta «tra democrazia e comunismo», ma fu utilizzata anche come spauracchio per «tenere sotto» i rivali in Europa e in Asia. L’URSS divenne così una pedina centrale nel nuovo ordine mondiale, ma di converso data la rivalità geopolitica anche un’opzione diplomatica in mano a tutti coloro che avrebbero voluto «mercanteggiare con gli Stati Uniti»[9].

In questa visione, anche la nascita della NATO, nel 1949, si presta ad una lettura meno convenzionale. Con la firma del Patto Atlantico gli Stati Uniti si sarebbero garantiti una presenza militare costante sul suolo europeo, capace di influenzare e condizionare i rapporti dei paesi aderenti con la Russia e, dunque, di avere voce in capitolo rispetto alla magnitudine del processo d’integrazione europea. Come anticipato, l’arsenale ideologico finì per storpiare a livello strategico e morale la politica estera americana. L’appoggio a regimi autoritari e il coinvolgimento forzoso in quadranti geografici apparentemente ininfluenti inquinò l’immagine benevola degli Stati Uniti e li costrinse alla sovra-estensione. La convergenza d’interessi tra USA e URSS con la nascita di Israele e la crisi di Suez – «un vero spartiacque per la storia geopolitica del Novecento» – ebbe l’effetto collaterale di persuadere Parigi dell’ingombrante influenza americana e di «dare vita a una superpotenza alternativa, aprendo la strada alla riconciliazione con la Germania e all’integrazione europea»[10].

La lotta senza quartiere al comunismo indusse al coinvolgimento in Corea e in Vietnam, ma furono strategie, per Graziano, che salvaguardarono l’indipendenza del Giappone, altro anello vitale per la sicurezza in Estremo Oriente. Una logica geopolitica che ben si applicò negli anni Settanta con l’apertura alla Cina, mossa che vent’anni prima con l’imperversare della guerra civile e l’isteria anti-sovietica non fu politicamente perseguibile. Ed è proprio con Nixon e Kissinger che l’Autore individua il primo decennio in cui gli Stati Uniti iniziarono a riconoscere i primi segni del declino, ansiosi di recuperare credibilità e leadership e di confrontarsi con l’ascesa di nuovi competitors. Una realtà multipolare con cui il paese era destinato a fare i conti, nonostante il crollo dell’Impero del Male e dell’apparente ‘fine della storia’. Dietro a quella narrazione fantasiosa, la roboante crescita dell’economie emergenti indusse alla risposta neoliberista con la quale si cercò di inseguirle «sul terreno dei loro vantaggi competitivi», ovvero «salari, protezione sociale e deficit pubblici più bassi». Una scelta liberale che ha sottratto all’ordine internazionale sorto nel 1945 la sua stampella, l’Unione Sovietica, a cui seguì un approccio trionfalista, fiducioso nel processo di globalizzazione e poco sensibile ai primi segnali del disordine globale tuttora imperante.

Nei «decenni perduti» tra il 1991 e il 2008, infine, Graziano denota una linea di continuità nella strategia americana, con l’approccio sempre ambivalente all’integrazione europea e la crescente preoccupazione per l’ascesa cinese. Un primo punto sta nel ritrovare nell’allargamento della NATO ad Est una strategia preventiva, data l’ostilità americana «[…] a ogni accordo bilaterale tra Europa e Russia»[11] e un secondo fattore nella rinnovata ingerenza in Medio Oriente in un’ottica pro-iraniana, per imporre le negoziazioni sul petrolio a svantaggio di Pechino e indurre l’UE a concentrarsi su priorità secondarie nel Mediterraneo. Strategie frustrate dagli insuccessi della ‘guerra al terrore’ a cui l’amministrazione Obama ha cercato di porre rimedio, riorientando retorica e priorità degli Stati Uniti.

Nella parte finale Graziano prova a soppesare gli effetti della Presidenza di Donald Trump. La vittoria dell’America First è imputabile alla capacità di Trump di intercettare istinti e pulsioni del pubblico americano nell’era della globalizzazione. Le frustrazioni e le ansie del XXI secolo hanno contribuito ad accentuare la paura del declino del paese che, in parte impersonificato con la sua figura, rifiuta di poter diventare, un giorno, «un paese normale». In politica estera questa sensazione si è tradotta nel ricorso al mito dell’Isola tanto caro al suo elettorato e ad un approccio spiccatamente unilaterale. Proseguire su questo tracciato potrebbe accelerare la discesa degli Stati Uniti, paradossalmente, lungo la «strada del declino relativo» e dunque verso «la fine del loro ruolo di potenza egemone mondiale»[12]. Come ricorda Paul Kennedy, «quando un Paese si indebolisce sul piano economico e produttivo, prima o poi si indebolirà anche sul piano politico internazionale».

In definitiva, l’esperta penna di Manlio Graziano ci aiuta ad ascrivere la storia degli Stati Uniti dentro la geopolitica internazionale, caratterizzata da sempre da una moltitudine di poli ed equilibri a cui il paese ha cercato di applicare strategie e contromisure per favorire la propria posizione relativa. Frutto di una commistione senza precedenti di fattori ideologici e geopolitici che ha contribuito ad elevarli a potenza egemone, gli Stati Uniti dovranno fare i conti con la propria identità culturale e ripensarsi nei nuovi equilibri globali, spogliandosi di un’autorappresentazione eccezionalista che rischia di annebbiare un’analisi seria sul declino americano. Un libro non completo di tutti i passaggi cardinali, ma stimolante, originale e suggestivo nella misura in cui offre al lettore una ricostruzione a tratti non convenzionale di alcune presunte verità. A patto di abbracciare il vangelo della geopolitica.


[1] Ivi., p. 79.

[2] Ivi., p. 82.

[3] Ivi., p. 87.

[4] Ivi., p. 169.

[5] Ivi., p. 197.

[6] Cfr. Francis P. Sempa, ‘Geopolitics and American Strategy: A Reassessment’, «Strategic Review», Vol. XV, No. 2, pp. 27-37.

[7] È interessante notare come all’interno del volume Manlio Graziano scelga, a giudizio di chi scrive, di riferirsi con più frequenza alla ‘Russia’ piuttosto che all’Unione Sovietica, proprio per evidenziare come la rivalità fosse più geopolitica, dovuta alla natura espansionista ed aggressiva tipica di Mosca.

[8] Ivi., p. 235.

[9] Ivi., p. 253.

[10] Ivi., p. 295.

[11] Ivi., p. 332.

[12] Ivi., p. 370.

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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