“L’isola al centro del mondo” di Manlio Graziano

Manlio Graziano

Recensione a: Manlio Graziano, L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 392, 19 euro, (scheda libro).


Come argomenta Manlio Graziano nel suo volume recentemente edito dal Mulino, la storia degli Stati Uniti ci suggerisce come la democrazia americana abbia costantemente fatto i conti con l’incepparsi dell’American way of life, dando credito a un’inquietudine che in termini politici ha assunto le vesti dell’isolazionismo. Grazie all’utilizzo sapiente della geopolitica e al confronto con i retaggi ideologici americani, l’autore ci guida in un viaggio secolare per comprendere questa tensione inscritta nella storia sociale e politica americana e scandita, con spunti e riflessioni originali, lungo una parabola gaussiana del loro percorso internazionale: l’ascesa, la maturità e il declino relativo.

Una Repubblica eccezionale o un mero prodotto delle relazioni internazionali?

Superando le narrazioni più tradizionali, nella visione dell’autore l’originalità dell’esperimento americano derivò da una serie di circostanze favorevoli: l’inviolabilità del territorio americano, che ha contribuito a consolidare l’ideologia isolazionista e a difenderne le peculiarità dello sviluppo economico; l’originaria mentalità capitalista, libera delle incrostazioni ancien régime, delle tredici colonie. Due fattori che sostennero livelli di produttività e produzione inediti e che finirono per alimentare l’idea che i successi materiali americani fossero il frutto della Provvidenza. Anche la nascita dello stato-nazione americano – involucro di una società fortemente plurale e proprietaria – fu tutto fuorché un esperimento in totale estraneità al Vecchio Mondo e al contesto atlantico: come scrive Graziano, nacque come «effetto collaterale […] della rivalità tra Francia e Gran Bretagna», a cui seguì una rivolta anticoloniale che finì per cementare istanze e interessi economici contrapposti.

La sopravvivenza del sistema democratico necessitava di un perfetto bilanciamento tra la fonte del potere (il popolo) e i corpi intermedi all’interno della cornice capitalista per tutelare i capisaldi della società americana: la proprietà, l’accesso al consumo e i conseguenti diritti politici. La Convenzione di Philadelphia e la sottoscrizione della Carta Costituzionale del 1787 sugellarono queste necessità, garantendo la flessibilità per affrontare le trasformazioni che sarebbero giunte con l’allargamento della frontiera continentale – ampliando i cleavages tra l’America rurale e quella costiera – e in seguito con le avventure oltreoceano.

Da questa riflessione sulle origini, Manlio Graziano deduce due costanti: Frontiera e Isola, in sostanza «i due estremi […] di tutta la politica estera degli Stati Uniti»[1]. Al nazionalismo americano, privo di salde radici territoriali, viene spesso attribuita una naturale propensione all’espansione, alimentata da una costante riproduzione del capitale che ha spesso ecceduto le capacità di assorbimento della società. Un processo economico che con il tempo, coniugandosi con l’ideologia dell’eccezionalismo, ha forgiato diversi approcci: dall’imperialismo, all’esportazione della democrazia sino ai dogmi dell’America First. Declinazioni, in realtà, mai del tutto assolute e spesso ibridatesi a vicenda. Seppur battezzati dal monito di George Washington, fu la formazione stessa degli Stati Uniti – «un puro prodotto delle relazioni internazionali […] e del mercato mondiale»[2] – a suggerire che l’ideologia americana avrebbe dovuto adeguarsi alla mutevole realtà geopolitica. Non solo: ben presto sarebbe divenuta il vero vantaggio relativo, mobilitando quando necessario la Nazione per il perseguimento dell’interesse nazionale.

Un meccanismo non sempre scevro da imprevisti e politicamente infallibile. Concetti e slogan come il return to normalcy, Make America Great Again – che per Graziano non significano «ritornare indietro nel passato, ma riprendersi qualcosa che è stato indebitamente sottratto»[3] – sono spesso anacronismi nel campo della geopolitica, ma strategie politicamente persuasive. Questo meccanismo di cieca obbedienza e di ricorso all’ideologia ha indotto gli Stati Uniti a commettere errori strategici grossolani e senza apparenti motivazioni, ma ha anche fornito le basi per la costruzione del secolo americano.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Una Repubblica eccezionale o un mero prodotto delle relazioni internazionali?

Pagina 2: Mercato, leadership ed equilibrio di potenza: i pilastri dell’egemonia statunitense

Pagina 3: Un Declino Manifesto? Limiti e criticità del potere americano nel mondo multipolare


[1] Ivi., p. 79.

[2] Ivi., p. 82.

[3] Ivi., p. 87.


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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