“L’Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon” di Miguel Gotor
- 18 Marzo 2020

“L’Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon” di Miguel Gotor

Recensione a: Miguel Gotor, L’Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon, Einaudi, Torino 2019, pp. XVIII – 572, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Calogero Laneri

5 minuti di lettura

Proporre una storia d’Italia, un Paese che come scriveva Silvio Lanaro «ha sempre pagato prezzi esagerati per diventare normale»[1], non è certo un compito agevole. Tuttavia, coniugando rigore scientifico e capacità divulgative, con L’Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon, Miguel Gotor[2] riesce a misurarsi proficuamente con questa complessa sfida. Indagando i momenti fondamentali che hanno segnato la storia novecentesca del Paese, lo studioso propone ai lettori un’originale ricostruzione che, pur dispiegandosi per più di cinquecento pagine, si caratterizza per un registro narrativo estremamente accessibile.

Per Gotor la sconfitta di Adua del 1896 chiude un secolo in maniera mortificante e proietta l’Italia verso un Novecento «all’insegna della scommessa e della sfida»[3]. A partire da questo quadro interpretativo prende corpo il percorso proposto dallo storico che, nei primi capitoli del testo, passa in rassegna gli eventi chiave della prima metà del Novecento italiano: l’uccisione di Umberto I, il sistema giolittiano, la Grande guerra, il ventennio fascista, la Seconda guerra mondiale e la Resistenza. L’accuratezza del lavoro è confermata da un vasto apparato bibliografico che qualifica l’itinerario di ricerca dell’autore. Quest’ultimo, misurandosi con un vasto arco temporale, compie di volta in volta l’oculata scelta di soffermarsi su alcuni passaggi che, più di altri, vengono ritenuti meritevoli di considerazione. È questo il caso del ventennio fascista al quale Gotor dedica ampio spazio scandagliando, con grande meticolosità, lo sviluppo di una complessa vicenda che nell’epilogo di Piazzale Loreto vede celebrarsi un rito di espiazione «giusto nella sua empietà, empio nella sua giustizia»[4].

Il racconto prosegue con il lungo dopoguerra che vede il consolidarsi della cosiddetta “Repubblica dei partiti”, il cui «tortuoso evolversi»[5], dagli anni del centrismo ai governi di centrosinistra sino alla stagione della solidarietà nazionale, viene approfondito con dovizia di dettagli. In queste pagine, emerge la grande capacità dello studioso di tradurre le dinamiche della politique politicienne in una narrazione ricca di momenti letterariamente suggestivi. Difatti, pur privilegiando gli aspetti politici, il testo è arricchito da continui rimandi alla cultura popolare capaci di evocare i contesti entro i quali si colloca il susseguirsi delle vicende narrate.

Le pagine sul Sessantotto, ad esempio, non si configurano come una semplice cronaca dei tumultuosi eventi che segnano quell’anno. Connettendo il fenomeno ad un’onda lunga che affonda le radici nella metà degli anni Sessanta e produce riverberi ancora nella metà del decennio successivo, viene restituita la profondità di quel «fascio di desideri e di sogni» che, nondimeno, «la realtà si sarebbe incaricata ben presto di tradire»[6]. In tal senso, rispetto agli anni Settanta – il «lungo e rigido inverno della Repubblica»[7] – il volume ha il merito di dedicare non poco spazio ad un altro movimento giovanile, quello del Settantasette: una vicenda che nei lavori storici sull’Italia repubblicana viene troppo spesso ignorata, giacché ritenuta un mero epilogo del Sessantotto o un trascurabile prologo del caso Moro, e che invece si configura come un osservatorio utile a comprendere i mutamenti che in questa fase investono il Paese[8]. Proponendo una riflessione che supera lo stereotipo di un movimento formato da due correnti rigidamente contrapposte, quella pacifica e quella armata, l’autore raccoglie le suggestioni offerte dalla storiografia più recente per fornire una interessante riflessione intorno alla questione della contiguità, «sovrana e sfuggente»[9], tra le due anime. D’altra parte, sebbene l’esperienza storica del Movimento del Settantasette si esaurisca pressoché nell’arco di quello stesso anno, «le culture politiche – si legge nel testo – sono come particelle solide che quando esauriscono la loro funzione pratica non evaporano per disperdersi nell’aria, ma si sedimentano sul fondo e si rimescolano in attesa di tempi e occasioni migliori per ritornare in superficie»[10].

Ed è così che, riannodando il filo del racconto del «continuo gioco dell’oca del potere italiano»[11], Gotor non può che soffermarsi sull’affaire Moro, il tema che più di tutti ha caratterizzato il suo percorso di studioso[12]. Nell’interpretazione proposta, la morte del Presidente della Democrazia cristiana, esito della convergenza di forze nazionali e internazionali, consente ai partiti, sempre meno rappresentativi, di sopravvivere a sé stessi ancora per una stagione.

Degli anni successivi alla morte di Moro, lo storico indaga innanzitutto la diffusione di massa di nuovi valori sociali, come l’edonismo e il rampantismo, che irrompono nella società italiana mutandone i costumi. Una metamorfosi, questa, che in breve tempo investe anche il ceto politico: «in quello spazio immaginario – spiega Gotor – tra la crisi dei partiti come agenzie di formazione di uno spirito pubblico e i cambiamenti della società […] era avanzato un nuovo spirito secolarizzato e sfuggente, che aveva un cifra libertaria di tipo individualista, ma anche un tratto psicologico di solitudine e di smarrimento»[13].

È alla luce di questi mutamenti che, nei capitoli finali del libro, lo studioso si misura con la «grande slavina» – celebre definizione di Luciano Cafagna[14] – che investe il Paese a cavallo tra anni Ottanta e Novanta. Tenendo bene a mente l’intreccio tra dimensione nazionale e internazionale, il testo mette in luce i «colpi secchi della storia»[15] sotto i quali tramonta definitivamente la “Repubblica dei partiti”. A quest’ultima, rigettando la diffusa definizione di “Seconda Repubblica”, Gotor fa seguire la «Repubblica dell’antipolitica»[16] che si articola in due distinti momenti: la fase dell’alternanza tra il centrodestra e il centrosinistra – che va dal 1994 al 2011 – e quella contrassegnata da alleanze post voto (che perdura ancora oggi). In tale riflessione, debitrice delle suggestioni offerte da autori come Salvatore Lupo e Giovanni Orsina[17], l’antipolitica ha una natura polisemica che, a seconda degli interessi da tutelare, si manifesta in molteplici varianti. È da questo assunto che muove l’originale chiave di lettura attraverso la quale, a partire da una condivisa postura anti-establishment, vengono accostati tutti i protagonisti della politica italiana emersi negli ultimi venticinque anni. Berlusconi, Segni, Di Pietro, Prodi, Bossi, Monti, Grillo, Renzi e Salvini, pur nelle evidenti differenze, nell’opinione di Gotor sono accomunati dal ricorso ad una narrazione costruita intorno a un’idea di rottura rispetto al sistema dei partiti vigenti e all’immagine del politico di professione.

Volgendo lo sguardo al tempo a noi coevo, in chiusura vengono presentate alcune riflessioni sul legame tra l’affermazione di nuovi processi economici, come l’e-commerce, e la crisi della democrazia rappresentativa. Nel giudizio dell’autore, il combinato disposto dei due fenomeni «aumenterà inevitabilmente la paura e la frustrazione dell’emarginato, la cui posizione sociale è ormai così atomizzata e disarticolata da non essere in grado di organizzare una reazione»[18]. Le appassionate parole che chiudono il volume disvelano un senso di angosciosa impotenza verso un futuro cosiffatto. D’altra parte, per tornare alle parole che chiudono la Storia dell’Italia repubblicana di Lanaro, non è certo compito degli storici impartire consigli: «nemmeno in cauda»[19].


[1] S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni novanta, Venezia, Marsilio, 1992, p. 455.

[2] Miguel Gotor è Docente di Storia Moderna presso l’Università degli Studi di Torino.

[3] M. Gotor, L’Italia nel Novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon, Torino, Einaudi, 2019, p. XVI.

[4] Ivi, p. 155.

[5] Ivi, p. 227.

[6] Ivi, p. 238.

[7] Ibidem.

[8] Su questa interpretazione si veda S. Bellassai, Un trauma che si chiama desiderio. Per una storia del Settantasette a Bologna, in A. De Bernardi, V. Romitelli, C. Cretella (a cura di), Gli anni Settanta Tra crisi mondiale e movimenti collettivi, Bologna, Archetipo libri, 2009, pp. 213-234,

[9] M. Gotor, L’Italia nel Novecento…, cit., p. 325.

[10] Ivi, p. 289.

[11] Ivi, p. 352.

[12] Si fa qui riferimento a Id. (a cura di), Aldo Moro. Lettere dalla prigionia, Torino, Einaudi, 2008; Id., Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano, Torino, Einaudi, 2011; Id., Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica, Roma, Paper FIRST, 2019.

[13] M. Gotor, L’Italia nel Novecento…, cit., p. 428.

[14] L. Cafagna, La grande slavina. L’Italia verso la crisi della democrazia, Venezia, Marsilio, 2012 (1a ed. 1993).

[15] M. Gotor, L’Italia nel Novecento…, cit., p. 453.

[16] Ivi, p. 454.

[17] Cfr. S. Lupo, Antipartiti. Il mito della nuova politica nella storia della Repubblica (prima, seconda e terza), Roma, Donzelli, 2013 e G. Orsina, La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica, Marsilio, Venezia, 2018.

[18] Ivi, p. 511.

[19] S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana…, cit., la citazione è a p. 455.

Scritto da
Calogero Laneri

Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche presso l’Università di Bologna. Attualmente è Dottorando di ricerca in Scienze politiche all’Università di Pisa. I suoi interessi di ricerca ruotano intorno alla storia della sinistra italiana.

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