L’India di Modi e la sua strategia. Intervista a Matteo Miavaldi
- 22 Gennaio 2026

L’India di Modi e la sua strategia. Intervista a Matteo Miavaldi

Scritto da Daria Casale, Ruben David, Giulia Passini, Martina Rizzoli, Marianna Scarinci, Dario Soprano, Benedetta Tamelli, Claudia Vannini

10 minuti di lettura

Reading Time: 10 minutes

Matteo Miavaldi è giornalista e saggista specializzato in Asia meridionale e orientale. Nel suo ultimo libro, Un’altra idea dell’India (add editore 2025), racconta un Paese in profonda trasformazione, lontano dagli stereotipi occidentali che ancora dominano la narrazione mainstream. Attraverso un’analisi che intreccia politica, cultura e dinamiche sociali, Miavaldi smonta l’immagine rassicurante di una “democrazia spirituale” per restituire un quadro molto più complesso e contraddittorio.

L’India contemporanea si presenta come una superpotenza emergente, ma dietro la retorica della crescita economica e dell’innovazione tecnologica si celano tensioni profonde: il nazionalismo hindu promosso dal governo Modi, la marginalizzazione delle minoranze, la stretta autoritaria su media e società civile. In questa intervista, Miavaldi analizza le strategie comunicative del governo indiano, le contraddizioni di una democrazia sotto pressione, il ruolo dell’India nel nuovo multipolarismo asiatico, interrogando anche i limiti delle categorie occidentali nell’interpretare le trasformazioni in corso. L’intervista è stata realizzata nell’ambito del corso 2025 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.


In Un’altra idea dell’India emerge l’immagine di un’India dalle molteplici identità contrastanti in cui convivono spiritualità ancestrale e avanzamento tecnologico, povertà assoluta e innovazione. In un contesto tanto polarizzato, quanto differisce la percezione occidentale dell’India dall’immagine che il Paese vuole proiettare di sé? C’è uno scarto nell’autorappresentazione che l’India trasmette ai suoi cittadini rispetto a quella che costruisce per il contesto globale?

Matteo Miavaldi: Gli immaginari che l’India propone differiscono fortemente fra pubblico interno indiano e pubblico internazionale. L’India non è interessata ad auto-raccontarsi come la patria della spiritualità ai propri cittadini, perché l’opinione pubblica indiana, almeno come viene percepita dalla classe dirigente, vuole sentirsi raccontare che l’India è una superpotenza. Vuole sentire che le cose vanno bene, che ora contano nel mondo, che l’India è un Paese muscolare, anche pensando al confronto con il Pakistan, e che non ha niente di meno rispetto alle altre superpotenze del mondo. Questo racconto, però, non può funzionare con l’Occidente che, al contrario, non vuole sentirsi dire che l’India è una superpotenza. Dal punto di vista occidentale sarebbe l’ennesima potenza asiatica che restringe il campo d’azione dell’Europa e degli Stati Uniti. L’Occidente, inteso come Europa, Stati Uniti e Canada, è il “vecchio mondo”, verso cui l’India, quando vuole raccontarsi, si presenta come una potenza docile, di cui non bisogna avere paura, perché è un alleato, è una democrazia e il grande Paese asiatico su cui si può contare per circoscrivere l’avanzata cinese. Questa retorica è durata a lungo e infatti tutta la narrativa sulla spiritualità, sullo yoga, ha enorme presa in Occidente e viene diffusa in inglese, la lingua veicolare con cui si parla al pubblico occidentale. Se invece si ascolta cosa dice il governo in hindi o nelle lingue locali, cioè quando parla al proprio pubblico interno, i riferimenti alla spiritualità sono pochi e marginali.

 

Infatti, la propaganda internazionale di Narendra Modi è molto pacata: lui si mostra sempre gentile e posato. Ha usato le soft skill come la promozione della Giornata Internazionale dello Yoga proprio per attrarre un pubblico che forse non avrebbe mai votato per lui, o che non avrebbe visto l’India come un “fiore all’occhiello”.

Matteo Miavaldi: Assolutamente. In Occidente, prima che Modi diventasse Primo ministro, quindi prima del 2014, poche persone sapevano chi fosse, cosa avesse fatto e da dove venisse. Chi lo conosceva sapeva anche cose di cui Modi probabilmente non va orgoglioso: nel 2002, quando era Chief Minister del Gujarat, ci fu un massacro di musulmani e molte persone accusarono lui e il suo governo locale di non aver fatto nulla per fermarlo. All’epoca Modi era considerato scomodo nella diplomazia internazionale: gli venne revocato il permesso d’ingresso negli Stati Uniti e anche nel Regno Unito, perché nessuno voleva farsi vedere con lui. Quando poi nel 2014 divenne Primo ministro, l’operazione della Giornata Internazionale dello Yoga fu un’operazione di maquillage totale. Tantissime persone che non sapevano chi fosse, lo scoprirono così: come il Primo ministro yogin, che si siede a gambe incrociate a New Delhi e fa asana con 30.000 persone. Indagando le sue origini politiche però si scopre che Modi è nato e cresciuto in un’organizzazione estremista hindu e che si accompagnava, e continua a farlo, con persone accusate anche di terrorismo. È un personaggio molto controverso, la cui complessità noi occidentali tendiamo a ignorare, perché ci piace pensare che l’India non abbia figure del genere, ma solo persone tranquille e sorridenti, che non ci preoccupano.

 

L’India è spesso definita “la democrazia più grande al mondo”. Tuttavia, vediamo che è attraversata da conflitti identitari e spaccature interne. Da quando Modi è al potere si parla sempre più di deriva autoritaria: impera il nazionalismo hindu e le minoranze sono discriminate. È giusto considerarla ancora una democrazia a tutti gli effetti?

Matteo Miavaldi: Il tema della crisi della democrazia non vale solo per l’India, ma riguarda il sistema democratico in generale, che in tutto il mondo è in crisi. Potrei fare la stessa domanda sugli Stati Uniti: sono ancora una democrazia? Anche loro sono descritti come la più grande democrazia del mondo – non in senso numerico, perché quelli dell’India sono di gran lunga maggiori, ma per la loro importanza – eppure, sono un Paese dove il Presidente manda la Guardia Nazionale nelle città governate dall’opposizione politica. Dobbiamo chiederci cosa significhi davvero “essere una democrazia” e smettere di usare questa parola solo come etichetta positiva. Anche Israele è una democrazia, e ha appena ucciso oltre 70.000 palestinesi nella Striscia di Gaza. Essere una “democrazia” non significa necessariamente essere una nazione “buona”. Questa consapevolezza in Asia è molto più presente. Siamo noi occidentali che teniamo tantissimo a dirci “democratici”, proprio in un momento in cui la democrazia, ovunque, sta arretrando, per motivi molteplici e complessi.

 

A proposito di questo, nel conflitto tra India e Pakistan per la regione del Kashmir, a prevalenza musulmana, l’India sembra mantenere una logica ereditata dal passato coloniale, che continua a influenzare la propaganda politica. In un Paese così eterogeneo dal punto di vista geografico e culturale, il tentativo del governo di creare uno Stato più “etnico” rappresenta una contraddizione?

Matteo Miavaldi: Questo è il piano su cui si muovono, più o meno esplicitamente, le forze di governo che guidano l’India dal 2014. Ma è un rischio enorme, perché rappresenta platealmente la negazione dei principi su cui l’India era stata pensata e costruita nel 1947. L’India è riuscita miracolosamente a rimanere unita dal 1947 a oggi proprio perché, in una certa misura, ha avuto la capacità di far credere alle persone che fosse possibile essere un grande Paese unito nonostante le tante differenze interne. Ed è una bellissima ambizione, anche da un punto di vista umano. Se prendiamo la Cina, l’altra grande superpotenza asiatica, vediamo come abbia agito esattamente al contrario: ha deciso che c’è un solo modo di essere cinesi e lo ha imposto con la repressione delle religioni locali, con l’imposizione dell’uso del mandarino e con la semplificazione e uniformazione della lingua scritta, così che tutti possano leggerla. In India, invece, la diversità è rimasta. Il problema oggi è che Modi, insieme alla classe dirigente nazionalista hindu, vuole far credere alle persone che si possa essere indiani solo in un modo: professando l’induismo e rispondendo a certi canoni culturali. Non è detto che questa operazione sia possibile, e sicuramente non sarà un processo facile, anche perché si vede già una grande resistenza, soprattutto nel Sud, dove la cultura è molto diversa dal modello che Modi vuole imporre. Una delle poche cose che lega il Sud e il Nord dell’India è proprio il senso di “essere parte dell’India”. Se togli quel collante, non rimane molto: non parlano la stessa lingua, non condividono lo stesso passato, hanno riferimenti culturali diversi, ascoltano musica diversa, guardano cinema diverso, mangiano cose diverse. È come mettere insieme i siciliani con gli svedesi: se togli l’Unione Europea hanno pochissimo in comune.

 

L’assetto politico mondiale si sta ridefinendo e l’India sembra non aver ancora scelto dove collocarsi. C’è stato un riavvicinamento agli Stati Uniti, ma anche una parziale distensione con la Cina. La sfida attuale è capire se l’India cerchi una maggiore stabilizzazione e in quale posizione intende collocarsi: su un versante più occidentale, più asiatico, o largamente autonomo?

Matteo Miavaldi: Dobbiamo fare lo sforzo di interpretare la geopolitica mettendoci nei panni degli altri. Proviamo un piccolo esercizio di ruolo: io sono l’India. Sono il Paese più popoloso del mondo, uno dei più giovani per età media, la quarta economia globale (e probabilmente presto la terza). Da dieci anni ho un PIL che cresce più velocemente di tutte le grandi economie. Il mio problema non è tanto “da che parte stare”, perché grazie alla mia crescita economica sono una nazione molto appetibile con cui avere dei rapporti. Sono io il perno, sono io che devo decidere come diventare una superpotenza. Io, come India, mi percepisco su un piano inclinato verso la crescita: so che diventerò più forte, e che la mia nuova generazione contribuirà a un’espansione gigantesca. Sono gli altri che devono adattarsi, e sono io che posso permettermi di scegliere, di volta in volta, da che parte stare. La divisione classica tra blocco occidentale e blocco asiatico è ormai superata. È un modo pigro di raccontare la geopolitica. In Asia si parla già da decenni di multipolarismo: ci sono tanti micro-gruppi nel mondo, ognuno con un Paese di riferimento e dove le alleanze o, meglio, le convergenze di interessi, possono cambiare e ricomporsi rapidamente. Ecco perché l’India può stringere rapporti sia con Donald Trump che con Xi Jinping e persino con Vladimir Putin. Il problema non è dell’India, è dell’Occidente. Trump, ad esempio, è imprevedibile, non solo nei confronti dell’India ma in tutti i rapporti commerciali esteri. Lo abbiamo visto anche noi come europei. Per quanto riguarda la Cina, invece, la questione è molto meno radicale di come viene narrata. Entrambe le nazioni hanno interesse a mettere in gioco dinamiche di propaganda che si riflettono nella narrazione del loro rapporto. La realtà è che la Cina al momento ha un potere economico sproporzionato rispetto all’India. Negli anni di tensione, persino dopo l’incidente sull’Himalaya, dove morirono dei soldati, il commercio tra Cina e India non si è mai fermato. Esistono problemi diplomatici e territoriali di derivazione storica antica, che non si risolveranno certo ora, ma non esiste un’inimicizia atavica. Sono come due compagni di scuola: uno è il primo della classe, l’altro sta cercando di recuperare. L’obiettivo dell’India è quello di superare economicamente la potenza della Cina, ma per ora necessita di avere degli scambi commerciali con questa. Quindi no, non è vero che i Paesi asiatici si stanno coalizzando contro l’Occidente. È una lettura obsoleta, che non ha più senso già a partire dagli anni Novanta del secolo scorso.

 

Quindi l’Asia ragiona già in termini di multipolarismo e convergenze di interessi variabili, mentre l’Occidente fatica ancora ad abbandonare la logica dei blocchi?

Matteo Miavaldi: Assolutamente. L’Unione Europea fatica ad entrare in questa logica e ad agire di conseguenza. Rimane la credenza che l’Asia sia in qualche modo ancora arretrata e da questa concezione consegue la difficoltà, in Occidente, ad accettare di trattare da pari un territorio che per secoli è stato considerato inferiore.

 

Nel 2025 si sono viste molte proteste in diversi Paesi asiatici da parte della Generazione Z, ad esempio in Bangladesh, Nepal e Indonesia. In India, invece, sotto la presidenza Modi, sembra esserci una condizione di censura e limitazione della libertà di parola. Quali sono le aspirazioni della Generazione Z indiana e come stanno cambiando gli equilibri politici interni?

Matteo Miavaldi: Ho riflettuto molto sulla questione della Gen Z in Asia meridionale, ma non ho ancora una risposta definitiva. Vi posso però offrire alcuni spunti su cui sto ragionando. In India, questa “esplosione” generazionale ancora non è avvenuta. Da una parte le cose vanno relativamente bene rispetto ai Paesi vicini dove invece le proteste ci sono state. Nepal, Bangladesh e Sri Lanka, negli ultimi quattro anni, hanno vissuto momenti di grande caos. Uno degli elementi interessanti è che in India non c’è TikTok: è l’unico Paese della regione ad averlo bandito. Approfondendo la questione si scopre che tutta la Gen Z dell’area si “guarda” su TikTok, reciprocamente. Ci sono simboli che ritornano nelle manifestazioni, come la bandiera dei pirati di One Piece. Vederla dal Nepal allo Sri Lanka, dal Bangladesh fino all’Indonesia, ci racconta della presenza di un retroterra culturale comune tra giovani che magari non parlano neanche la stessa lingua. TikTok è diventato un veicolo potentissimo di connessione e anche di ispirazione per i movimenti giovanili. Dall’altra parte, però, il governo indiano è anche più solido e ha un controllo molto capillare del territorio. Il suo potenziale repressivo è chiaro a chiunque pensi di scendere in piazza e mettere in discussione la classe dirigente. Quando il governo indiano reprime, lo fa pesantemente: nella migliore delle ipotesi, con arresti e anni di carcere. Basta guardare al Kashmir per capire cosa è successo negli ultimi dieci anni, con numerose violazioni dei diritti umani e casi di fosse comuni. Nella “più grande democrazia del mondo” non è così facile manifestare.

 

Qual è invece oggi la condizione della donna a livello sia culturale che politico in India? Ci sono condizioni di autodeterminazione femminile o persiste ancora una subordinazione patriarcale, tenendo conto delle differenze tra parte meridionale e settentrionale del Paese?

Matteo Miavaldi: Questo è un tema vastissimo e devo premettere che non sono un esperto: sono un uomo, perdipiù bianco, e quindi non faccio esperienza di questa forma di discriminazione. Quello che posso osservare, per quanto riguarda la traiettoria dei diritti delle donne, è che molto viene fatto dalle donne stesse in India. Ci sono state diverse manifestazioni e numerose battaglie che hanno generato un seguito non indifferente. Ricordo, per esempio, il cambiamento degli slogan usati durante le manifestazioni: in un primo momento si scendeva in piazza per chiedere maggiori punizioni per gli stupratori, mentre oggi si manifesta per chiedere libertà per le donne. È un cambiamento importante. Le piazze sono sempre più partecipate e questo è un segnale forte. Tuttavia, questo governo, e a dire il vero nessun governo indiano recente, non ha mai messo l’emancipazione femminile tra le priorità. Ma, onestamente, questo tema non è in cima all’agenda di quasi nessun governo nel mondo. In altri contesti, come quello europeo, abbiamo potuto osservare un passaggio fondamentale per la condizione femminile: l’autonomia economica. Una donna che lavora ha molte più probabilità di ribellarsi a una condizione ingiusta. E in India il problema del lavoro femminile è enorme. Quindi, diritti e lavoro vanno di pari passo perché, se si riuscirà a creare le condizioni per un’occupazione femminile diffusa, anche l’emancipazione farà un passo avanti.

 

Per concludere con una domanda più personale: cosa l’ha spinta a studiare e raccontare il continente asiatico, in particolare l’India e la Cina? C’è stato un episodio che ha cambiato radicalmente il suo modo di vedere il mondo e l’Asia?

Matteo Miavaldi: Vengo da una cittadina della pianura padana, i miei genitori sono benestanti, ma non sono mai stati grandi viaggiatori. Nessuno in famiglia aveva fatto il giornalista prima di me. Quando avevo tredici anni, mia madre (o forse mio padre, o entrambi) mi mise in mano Un indovino mi disse di Tiziano Terzani, che mi piacque tantissimo, e ho pensato: “voglio fare quella vita”. Ora sono conscio che quella vita non si può replicare, ma sono riuscito, per una serie di fortune, a fare esperienza di una vita che si vi si avvicina molto. Quando ho iniziato l’università, nel 2004, si parlava tanto della Cina che stava “arrivando”, della nuova superpotenza economica. Io, che avevo fatto il liceo linguistico, mi interrogavo ed ero anche affascinato da questa nazione misteriosa. Chi sono i cinesi? Che lingua parlano? Che storia hanno? Mi sembrava interessante provare a rispondere a queste domande, forse un poco anche per capire dove stessimo andando noi. Così ho studiato lingue orientali e sono andato in Cina durante la triennale. Poi, dalla Cina, mi sono interessato all’India: avevo una compagna che si sarebbe trasferita là e mi sono spostato anch’io. Anche questa volta c’era lo stesso ragionamento dietro: della Cina ormai si parlava molto, mentre dell’India quasi mai, e mi sono interessato alle storie che mezzo miliardo di persone potevano raccontare. Così sono rimasto in India per tanti anni. Vivere in un posto dove la maggioranza delle persone non ti somiglia ti fa capire che tutto è relativo, prospettico. In Asia ti rendi conto che sei molto meno importante di quanto ti hanno raccontato. Capire gli altri diventa fondamentale e questo ti aiuta tantissimo, nel giornalismo e non solo.

Scritto da
Daria Casale

Scritto da
Ruben David

Lavora presso l’Ufficio legislativo di un gruppo parlamentare, dove si occupa di clima, ambiente ed esteri – i suoi principali ambiti di specializzazione. Su questi temi ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Trento. Nel corso della sua carriera ha lavorato per think tank, enti e centri di ricerca, tra cui il CMCC e l’ISPI. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Giulia Passini

Scritto da
Martina Rizzoli

Laureata in Scienze internazionali e diplomatiche e studia giornalismo e comunicazione politica, entrambi presso l’Università di Bologna. Si interessa di esteri e politica internazionale, con un focus particolare sui processi politici e culturali del Subcontinente indiano. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Marianna Scarinci

Laureata in Italianistica e culture letterarie europee all’Università di Bologna. I suoi interessano riguardano la sociologia della letteratura, la critica letteraria e gli studi di genere. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Dario Soprano

Scritto da
Benedetta Tamelli

Scritto da
Claudia Vannini

Laureata in Sociologia e ricerca sociale all’Università di Bologna, ha maturato esperienza nella ricerca sul campo collaborando con la Città Metropolitana di Bologna in un progetto d’indagine sui giovani caregiver. Si occupa attivamente di facilitazione e percorsi di autocoscienza. Ha partecipato al corso 2025 di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila!

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, è anche possibile regalare l’abbonamento. Grazie!

Abbonati ora

Seguici