“L’ircocervo e noi” note su un convegno di sinologia critica
- 17 Maggio 2021

“L’ircocervo e noi” note su un convegno di sinologia critica

Scritto da Davide Regazzoni

9 minuti di lettura

Come si esce dalle “grandi narrazioni” sulla Cina? Questa è stata la domanda che ha accompagnato il convegno in memoria della giornalista Angela Pascucci dal titolo “L’ircocervo e noi: spazi e prospettive per la sinologia critica”, tenutosi il 24 aprile 2021 e organizzato da Federico Picerni, dottorando di letteratura cinese presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, e da Gaia Perini, docente di lingua e letteratura cinese presso le Università di Bologna e di Modena. Come spiega Federico Picerni nel discorso introduttivo, l’obiettivo del convegno è stato quello di presentare un’immagine critica della Cina e di fornire una panoramica delle dinamiche in corso, uscendo dalla “gabbia” delle grandi narrazioni e superando lo stereotipo tipico che racconta la Cina come monolitica e immutabile.


Una Cina e tante Cine fra ieri e oggi

Fra rivoluzione e istituzionalizzazione: un cenno ai dibattiti interni del PCC

Come scrisse Michel Foucault in L’archeologia del sapere, lo studio della storia è lo studio del movimento, della continuità e della discontinuità: è questo il modo con cui bisogna approcciare ogni discorso sulla Cina, spiega Gaia Perini, perché l’obiettivo è di visualizzare il film, cioè il processo degli avvenimenti, mentre la narrazione comune si ferma alla foto, che appiattisce inevitabilmente ogni discorso. Il Partito Comunista Cinese, ad esempio, ha da sempre subito questo tipo di semplificazioni, venendo descritto come un’istituzione immutabile e ombrosa nei processi decisionali.

I primi anni dalla fondazione del Partito Comunista Cinese, a differenza di come vengono sempre narrati, furono caratterizzati da intensi dibatti e scambi di idee che avevano l’obiettivo di definire un’ideologia comune che servisse da fattore coesivo e cogente. Estremamente importante fu infatti il dibattito che tra gli anarco-comunisti, guidati da Ou Shengbai, e i marxisti-leninisti, guidati da Chen Duxiu, primo segretario del Partito Comunista, che permise la definizione del tipo di organizzazione e l’adesione al marxismo. L’importanza fondamentale che è riconosciuta a questo tipo di dialettica, come spiega Perini, non si lega solo a quei primi anni di vita del Partito, ma viene ribadita anche dallo stesso Mao negli anni successivi. Quando nel 1926 scrisse L’analisi delle classi nella società cinese, Mao Zedong inaugurò una nuova tematica che attraversò tutto il Novecento cinese: la distinzione tra amici e nemici. La questione focale per Mao non era il dibattito in sé, anche se nel testo Sulla contraddizione ne affermò l’importanza vitale per il Partito, ma con chi avere questo dibattito: solo capendo la differenza fra chi sono i nemici, con i quali chiudere la discussione, e chi gli amici si poteva avere un dibattito arricchente e utile per il Partito; la campagna dei cento fiori inaugurata dallo stesso Mao nel 1956 ne è un esempio.

Da questa analisi, Perini fa emergere una diversa prospettiva del Partito Comunista, non più visto come un’organizzazione monolitica, ma come un’istituzione all’interno della quale sono presenti fazioni in dialogo tra loro, in cui la questione fondamentale, conclude Perini, è analizzare il grado di libertà che assume il dibattito e il grado di partecipazione pubblica.

 

Storia di donne, storia di Partito: le basi rosse del Minxi nel periodo 1929-1934

L’esigenza di un cambio di prospettiva si avverte anche quando si analizza come il comunismo cinese si sia radicato nelle campagne. Con la rottura del primo fronte unito nel 1927, il Partito Comunista Cinese si spostò per la prima volta dalle città alle zone rurali, dove contribuì a far nascere un nuovo soggetto politico, la donna rurale. Sabrina Ardizzoni, docente di lingua cinese presso l’Università di Bologna, analizza come questo trasferimento nelle zone rurali, al contrario della narrazione tradizionale, non suscitò subito una pronta e forte militanza. Infatti, la lealtà dei contadini, invece che appartenere a ideali politici, era rivolta al clan di appartenenza, e lo stesso valeva per le donne rurali, sottomesse a questa realtà patriarcale che il Partito cercava di estirpare garantendo loro nuovi diritti politici. Queste istanze però, emerse da una realtà femminista urbana che vedeva il raggiungimento dell’emancipazione solo attraverso l’ottenimento di una maggiore libertà politica, erano ben lontane dalle necessità materiali delle donne contadine.

Per cercare di avvicinare le donne al Partito, Mao propose di analizzare le istanze femministe partendo dai problemi reali delle contadine e, attraverso delle inchieste, esortò il Partito a parlare di temi come la salute, l’istruzione e l’educazione dei figli. Queste inchieste permisero quindi di avere maggiore cognizione della condizione delle donne rurali e di intervenire in ambiti familiari molto pratici, come il divorzio. Successivamente al miglioramento delle loro condizioni materiali, il coinvolgimento nel sistema elettorale permise loro di essere elette negli organi di governo, sia a livello territoriale, sia a livello centrale; un esempio è Fan Lechun, sposa bambina analfabeta, che diventò presidente del soviet Jiangxi-Fujian. In conclusione, Ardizzoni afferma che questa trasformazione nella figura della donna ha creato nuovi presupposti per una inedita configurazione nella storia delle donne cinesi, spostando l’attenzione dall’ambito urbano a quello contadino, riconoscendone quindi una più profonda complessità e soggettività.

 

Il mondo in Cina e la Cina nel mondo

Dalla civiltà spirituale allo spirito cinese: il valore politico della cultura nella Repubblica Popolare Cinese nel XXI secolo

Un altro aspetto a cui spesso i media non fanno riferimento è l’ideologia del Partito Comunista, tema centrale all’interno del discorso politico, e che nel periodo post-maoista viene spesso chiamato come la questione spirituale. Come spiega Beatrice Gallelli, professoressa di sociologia dei Paesi asiatici presso l’Ateneo di Bologna e di lingua e traduzione cinese all’Università Ca’ Foscari di Venezia, con l’avvio della politica di riforma e di apertura negli ultimi anni Settanta, il Partito aveva la necessità di ridefinire una ideologia che non andasse a “inquinarsi” con idee e dottrine provenienti dall’esterno. In uno studio commissionato dal Partito Comunista riguardo le cause del crollo dell’URSS, fu rivelato che la popolazione sovietica aveva perso la fiducia nei confronti dell’ideologia ufficiale e nei confronti della classe dirigente del Paese. Per evitare ciò, il Partito Comunista Cinese inaugurò una serie di campagne di educazione patriottica che, attraverso l’indottrinamento della popolazione, avevano l’intento di costruire una nuova civiltà spirituale.

Con la salita di Xi Jinping al potere si avviò un periodo di transizione: dall’enfasi sul costruire una civiltà spirituale, che implicava una profonda partecipazione della società, il Partito iniziò invece a promuovere lo spirito cinese, che ha come prerequisito fondamentale l’accettazione della definizione stessa di spirito, cioè di spirito nazionale e spirito dell’epoca, ammettendo perciò solo una partecipazione nella sua promozione. L’attenzione del Partito quindi si è rivolta verso un maggiore controllo dei media, ma anche verso il sistema di istruzione, enfatizzandone il ruolo fondamentale per la costruzione di una nuova società post-industriale. In conclusione, Gallelli fa notare come anche lo stesso Xi Jinping, in un recente discorso alla Qinghua Daxue, ha enfatizzato l’importanza del ruolo degli intellettuali e dell’istruzione universitaria per il raggiungimento dell’obiettivo di rinascita nazionale.

 

Lettura e rappresentazione della Cina e dei cinesi in Occidente e in Italia

Le semplificazioni dei media riguardo alla Cina hanno inevitabilmente prodotto un dibattito pubblico che Alessandro Albana, membro dell’Asia Institute presso l’Ateneo di Bologna, definisce superficiale. I momenti principali nel dibattito contemporaneo, in cui sono avvenute queste semplificazioni, possono essere riassunti in tre punti principali. Nel primo decennio degli anni Duemila, la Cina sottolineava le caratteristiche pacifiche della propria ascesa. Ad Occidente però si percepiva solo l’ascesa in quanto tale, disinteressandosi completamente della prospettiva e delle caratteristiche proprie della crescita cinese, perdendo così un’occasione che avrebbe forse permesso di instaurare un dialogo pubblico approfondito su questa ascesa. Con l’avvento di Xi Jinping, l’Occidente si è accorto che la Cina non era più in ascesa, ma si era già affermata come un attore consolidato sul piano internazionale. Questa constatazione ha portato ad un allarmismo diffuso, da cui è scaturita la necessità di porre un freno e di contrastare l’affermarsi di questa potenza non occidentale. Infine il Covid-19 è stato un passaggio fondamentale perché nell’arco di qualche mese la Cina si è trasformata da fonte del problema a modello a cui fare riferimento per il contenimento della pandemia. Però, anche sulle considerazioni delle soluzioni da prendere in prestito dalla Cina, l’Europa si è limitata a vedere solo un aspetto, l’autoritarismo, che in questo caso non era più fonte di possibili critiche ma un modello da prendere ad esempio per contrastare la pandemia, lasciando sullo sfondo un importante fattore che riguarda il modo in cui la popolazione cinese si è rapportata ad un’esperienza che l’ha colpita collettivamente.

Negli ultimi anni, come spiega Albana, l’autoritarismo è diventato il simbolo del nuovo modo di fare politica all’interno della Cina, ma rappresenta anche la narrazione che l’Occidente propone quando parla del Paese del Centro, usando l’autoritarismo alternativamente come critica del modello cinese, come opportunità di imitazione o ignorandolo deliberatamente a favore di interessi materiali. Albana conclude sottolineando che si è di fronte ad un dibattito pubblico che fa fatica a inquadrare quali sono le reali questioni su cui bisogna ragionare per avere un rapporto con la Cina, che non significa criticare in toto il modello cinese, ma significa operare un ragionamento di contestualizzazione.

 

La Cina fra contaminazioni e polarizzazioni

Lingua e linguistica: fra importazioni e uso politico

All’inizio del Novecento, in un clima politico e culturale in cui molti intellettuali cinesi, come Liang Qichao e Zhao Yuanren, cercavano di favorire l’incontro tra il pensiero occidentale e quello tradizionale cinese, anche la linguistica fu un ponte che legò le due parti del macro-continente euroasiatico. Come spiega Carlotta Sparvoli, professoressa di lingua e linguistica cinese presso l’Università di Bologna, questa disciplina fu un tramite per l’avvicinamento di due pensieri analitici distinti che favorirono un dialogo fertile tra Lü Shuxiang, intellettuale cinese, e Otto Jespersen, illustre linguista danese. Lü Shuxiang, insieme ad altri linguisti cinesi, fu capace di sistematizzare le teorie di Jespersen, anticipando di decenni l’esegesi che si è avuta nella semantica contemporanea a partire dagli anni Settanta del Novecento. Come è stato possibile quindi che gli intellettuali cinesi siano riusciti a sistematizzare le teorie linguistiche di Jespersen anticipando la semantica dei mondi possibili e la semantica condizionale, insieme a molte altre teorie che oggi rappresentano un binario sicuro degli studi linguistici?

Tutto questo è stato possibile, come riferisce Sparvoli, per due motivi principali: il primo fu legato all’incontro tra i circoli intellettuali cinesi e il pensiero che derivava dalla migliore tradizione accademica occidentale, che non tentava di filtrare il pensiero tradizionale cinese ma gli permise una confluenza nell’analisi sistematica delle nuove teorie linguistiche, facendo emergere una nuova tradizione di linguistica generale. Il secondo motivo fu l’ondata di studi di logica che attraversarono la Cina durante i primi anni del Novecento. Come spiega Sparvoli, questo aspetto fu importante perché un fertile dialogo interculturale deve essere necessariamente legato all’utilizzo di nuovi strumenti analitici non provenienti solo dalla propria tradizione di pensiero, ma provenienti anche dal sistema di pensiero occidentale, e questi circoli intellettuali cinesi non ebbero nessuna remora a utilizzarli. Fu anche grazie alla presenza di una preesistente tradizione analitica cinese che lo studio di questo strumento di analisi sia stato particolarmente utile e abbia portato poi ad una riflessione profonda sulle teorie di Jespersen.

 

Cina/Occidente: come uscire dalla gabbia delle grandi narrazioni

La narrazione orientalistica dell’Occidente nei confronti della Cina si è spesso macchiata, citando Jack Goody, di furto della storia, rappresentandola come un oggetto immodificabile e immarcescibile. Questa visione, come spiega Amina Crisma docente di filosofie dell’Asia orientale presso l’Università di Bologna, crea però un duplice occultamento: quello della pluralità dei soggetti concreti e quello di una profonda unità tutti sotto il cielo (天下), cioè la radicale solidarietà di specie. Questi stereotipi impediscono qualsiasi ragionamento approfondito e ostacolano anche la costruzione di qualsiasi discorso che sia allo stesso tempo universale e concreto.

La posizione dicotomica Cina-Occidente è un discorso di potere che può essere decostruito anche attraverso il contributo del lavoro critico della filologia. Come spiega Crisma, esiste infatti una storia fertilissima di incontri e di interazioni tra Cina e Occidente, nata e sviluppatasi sotto i padri gesuiti nel 1600, che hanno contribuito a formare l’immagine che abbiamo oggi della Cina e, allo stesso tempo, hanno contribuito a formare l’idea di Cina che essa stessa trasmette al mondo. Anche quando si parla di elementi che vengono presentati come la quintessenza della sinità, come la medicina tradizionale cinese o il confucianesimo, in verità si tratta di costrutti interculturali, frutto di questo primo incontro; un esempio è il Confucius Sinarum Philosophus del 1687, prima mondializzazione del confucianesimo, in cui compaiono gli elementi interpretativi “natura e ragione” che saranno fatti propri dagli illuministi come chiave di lettura del pensiero di Confucio, in una linea ermeneutica che si ritrova fino negli scritti del filosofo Li Zehou, negli anni Ottanta del XX secolo. La sinità millenaria che ostenta la Cina, perciò, è diventata un marchio legittimante, che non sempre racconta il vero, e che collide, allo stesso tempo, con la velocità drammatica dei cambiamenti di cui la Cina si è resa protagonista, rivelando in realtà la natura complessa dell’universo cinese, che non si presta quindi a banali semplificazioni.

La possibile soluzione per riuscire a decostruire questa narrazione, come suggerisce Crisma, è di partire dalle individualità concrete che sono i testi: solo attraverso la loro lettura si riesce a raggiungere la conoscenza del particolare concreto, decostruendo i luoghi comuni che continuamente vengono narrati nell’universale astratto. Anche per lo stesso confucianesimo la descrizione di filosofia autoritaria, in realtà, è solo una delle possibili interpretazioni. Ad esempio, il filosofo John Dewey consigliava agli studenti del movimento del 4 maggio, di non accantonare la loro tradizione, poiché in essa potevano trovare degli elementi di democrazia. Anche per quanto riguarda i diritti umani, che secondo una concezione eurocentrica appartengono solo all’Occidente, Pier Cesare Bori, illustre ermeneuta e maestro di interculturalità, rilevò nel suo Per un consenso etico fra culture del 1991 che nel dibattito che li aveva elaborati era stato presente il contributo della cultura cinese attraverso il riferimento a Mencio, il principale discepolo di Confucio, e alla sua tematizzazione dell’universalità della compassione. Queste riletture dei testi aiutano a demistificare e a decostruire i racconti affabulatori che, come spiega Crisma, sono diventati un dogma nella narrazione sulla Cina. Il rischio infatti è che se rimangano tali, da semplici discorsi che auto-narrano una legittimazione di superiorità nazionalista, si possano poi trasformare in comportamenti concreti che, come il Novecento ci ha insegnato, possono portare a gravi conseguenze.

In definitiva, le chiavi di lettura che sono emerse dai diversi panel hanno permesso di guardare al di là del “fermoimmagine” con cui la Cina è sempre stata descritta. Responsabile però di questa narrazione è anche la Cina stessa che, in certe forme della propria autopromozione internazionale, alimenta non solo un’idea orientalistica di sé, ma anche un’immagine di forza e di un modello funzionante, da cui l’Occidente indebolito rimane estremamente affascinato. Concludendo, Federico Picerni, afferma che per uscire dalla gabbia delle grandi narrazioni, ma anche per riuscire a trasmettere un’immagine critica della Cina che non sia limitata ai circoli accademici, è necessario promuovere spazi di dialogo che, non fermandosi alla “foto”, aiutino ad analizzare criticamente la Cina attraverso nuove prospettive e nuovi approcci. Tutto ciò dimostra che la costruzione della sinologia critica ha bisogno che cento fiori fioriscano.

Scritto da
Davide Regazzoni

Nato nel 1996, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze storiche e orientalistiche all’Università di Bologna. I suoi interessi principali riguardano i rapporti politici, religiosi e culturali tra Chiesa Cattolica e Cina sia in epoca medioevale che contemporanea.

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