La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina nell’era dell’intelligenza artificiale. Intervista ad Alessandro Aresu
- 16 Luglio 2025

La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina nell’era dell’intelligenza artificiale. Intervista ad Alessandro Aresu

Scritto da Gianluca Brazzioli, Rossella Cerlino, Beatrice Comuzzo, Marta De Zolt, Camilla Diakite, Andrea Pessotto, Giulia Salvador, Emilio Vangelista

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Nell’ottobre 2024 si è svolto a Bologna il Festival del Presente “Intelligenza. Umana, artificiale, globale” organizzato da Pandora Rivista. Tra i tanti temi affrontati nel Festival, un ruolo centrale lo ha avuto lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, una sfida economica e strategica che sta riconfigurando le relazioni internazionali.

Nell’ambito di “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”, un percorso di formazione promosso da Pandora Rivista, si è svolta questa intervista a uno dei relatori presenti al Festival, Alessandro Aresu: saggista, consigliere scientifico di «Limes» ed esperto di affari internazionali. Tra le sue numerose pubblicazioni: Geopolitica dell’intelligenza artificiale (Feltrinelli 2024), Il dominio del XXI secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia (Feltrinelli 2022), I cancelli del cielo. Economia e politica della grande corsa allo spazio. 1950-2050 (con Raffaele Mauro, Luiss University Press 2022) e Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina (La nave di Teseo 2020).

L’intervista – a cura di Gianluca Brazzioli, Rossella Cerlino, Beatrice Comuzzo, Marta De Zolt, Camilla Diakite, Andrea Pessotto, Giulia Salvador ed Emilio Vangelista – ruota dunque attorno al tema dell’intelligenza artificiale, “l’invenzione definitiva dell’umanità” e delle trasformazioni, tanto tecnologiche quanto geopolitiche, che essa porta con sé. L’intervista è stata raccolta alla fine di ottobre 2024.


Dai suoi libri emerge che il destino del XXI secolo sarà deciso dalla tecnologia e il tema dell’intelligenza artificiale oggi è al centro del dibattito pubblico, con posizioni che spaziano dallo sfrenato ottimismo alle visioni apocalittiche. Il premio Nobel per la Fisica nel 2024 Geoffrey Hinton in un’intervista rilasciata a Repubblica ha affermato: «L’intelligenza artificiale sarà molto positiva per la medicina, l’ambiente, i nanomateriali, ma non c’è modo di fermarne lo sviluppo. Un giorno diventerà più intelligente di noi umani, cosa mai accaduta nella Storia. E allora potrebbe accadere di tutto. Anche in politica». Come commenta queste affermazioni?

Alessandro Aresu: Oggi c’è un’attenzione crescente per gli sviluppi scientifici, politici e sociali dell’intelligenza artificiale, che è un “capitolo” di quella digitalizzazione del mondo già in corso da decenni, e non va quindi considerata come qualcosa di separato. Il premio Nobel per la Fisica assegnato a Geoffrey Hinton e John Hopfield riflette questo ambiente in continuo fermento, e non a caso Hinton è anche uno dei personaggi presenti nel mio libro Geopolitica dell’intelligenza artificiale. Va però ricordato che ognuno ha un proprio campo di specializzazione: in questo caso parla uno specialista di reti neurali, non di questioni sociali ed economiche. Il fatto che Hinton sia uno straordinario scienziato e ricercatore, di per sé, non garantisce una consapevolezza delle dinamiche economiche, politiche e imprenditoriali in atto nel mondo, tutti aspetti che non sono riducibili al miglioramento del funzionamento delle reti neurali. Quindi non sono d’accordo con alcune conclusioni che Hinton trae sul piano economico, politico e sociale. Ritengo che la linea da seguire sia un’altra, e la approfondisco nel mio libro.

 

Il campo dell’intelligenza artificiale è in continua evoluzione, ma qual è lo stato attuale in cui si trova? 

Alessandro Aresu: Grazie al lavoro e agli sforzi di persone come Hinton ci sono stati alcuni grandi progressi negli ultimi anni. Ma con l’espressione “intelligenza artificiale” si indicano in realtà vari aspetti dello sviluppo tecnologico. A partire dal 2012, gli avanzamenti a cui abbiamo assistito in quest’ambito sono stati resi possibili grazie a due fattori di straordinaria importanza: da una parte, gli elementi dell’infrastruttura di calcolo – in particolare le GPU di NVIDIA, all’interno di sistemi sempre più complessi – che hanno addestrato gli algoritmi creati dai ricercatori, ottimizzandone così il funzionamento; dall’altra, la grande disponibilità di dati presenti su Internet, che è stata usata proprio nel corso dell’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale. Dobbiamo sempre considerare questi elementi per non costruire una visione di questo settore legata esclusivamente all’altro elemento di quella che viene chiamata la “triade” dell’intelligenza artificiale, e cioè gli algoritmi sviluppati da scienziati come Hinton, la cui incidenza in genere viene sopravvalutata.

Se consideriamo la centralità delle infrastrutture, è evidente come lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sia molto legato allo sviluppo contemporaneo del capitalismo digitale del XXI secolo. Il discorso specifico sulla scienza è inscindibile da quello sullo sviluppo economico e sulle sue implicazioni sociali. Questo avviene perché il sistema che oggi chiamiamo “intelligenza artificiale” è ormai basato su investimenti sempre maggiori in conto capitale, per acquistare l’infrastruttura che consenta l’addestramento e il funzionamento dei programmi, che poi ci forniscono alcuni risultati.

 

In che modo è possibile valutare l’efficacia di questi risultati?

Alessandro Aresu: Potremmo parlarne su diversi ambiti. Il primo è relativo alla valutazione del funzionamento di queste tecnologie e di come modificano e influenzano le relazioni di potere. Senza comprendere come concretamente funziona la filiera infrastrutturale ed economica che consente di “fare” l’intelligenza artificiale si rischia di parlare senza contezza dei fatti. Il secondo aspetto riguarda il modo in cui le tecnologie alterano problemi e questioni specifiche, e quindi l’impatto che queste producono in un ambiente circoscritto. Ad esempio, come cambierà il settore dei call center nei prossimi mesi o nei prossimi anni? I compiti di un call center possono probabilmente essere svolti in modo efficace dall’intelligenza artificiale, nelle capacità attuali di alcuni prodotti in cui è presente. O ancora: come sta cambiando quella parte del lavoro che coinvolge i programmatori? C’è poi una terza questione, ovvero la possibilità che questi rapidi sviluppi possano sfuggirci di mano. Visto che abbiamo delle questioni pressanti e di breve termine da affrontare, perché dovremmo focalizzare la nostra attenzione in modo onnicomprensivo su un fatto ipotetico e avere un dibattito divorato solo da ciò? È molto importante capire come siamo arrivati fin qui, non solo da un punto di vista scientifico, ma anche imprenditoriale, politico e ambientale, perché tutti questi aspetti hanno un impatto economico e sociale, e perché se non capiamo la struttura di questo capitalismo, se non conosciamo le aziende che compongono questa filiera, allora non possiamo avere una consapevolezza della posta in gioco. Poi, analizzate queste questioni stringenti e attuali, si può affrontare il discorso da un punto di vista concettuale e in prospettiva. Ma è evidente, soprattutto negli ultimi due anni, quanto si tenda spesso a mettere da parte tutti gli altri aspetti per parlare solo dell’intelligenza artificiale che potrebbe prendere il controllo sull’umanità. L’attenzione andrebbe invece riportata sul processo in atto, in tutta la sua complessità, per dare spazio solo in un secondo momento ad alcune concettualizzazioni ipotetiche: esse stesse, d’altra parte, sono in buona parte il riflesso di alcuni interessi, come gli interessi economici delle aziende che le avanzano.

 

Nel suo libro Il dominio del XXI secolo si parla di “guerra invisibile” come di una guerra che non usa la violenza come suo strumento principale. Cosa si intende per “guerra invisibile” e quali sono le dimensioni che la caratterizzano? 

Alessandro Aresu: L’assetto economico-industriale del mondo funziona attraverso alcune interconnessioni tra imprese che rendono possibile la realizzazione dei prodotti che fanno parte della nostra vita, come smartphone, automobili, strumenti elettronici, ecc. In sintesi, la “guerra invisibile” riguarda la modalità in cui vengono ideati e prodotti questi oggetti, che presentano componenti spesso invisibili a occhio nudo, perché si trovano sottoterra, sotto il mare o nello scheletro di ciò che vediamo in superficie. La loro importanza deriva dal fatto che sono alla base di macro-concetti quali la transizione digitale o la transizione ecologica. Queste due transizioni, infatti, si fondano sullo sviluppo e sulla produzione su vasta scala delle componenti elettroniche e chimiche e dei data center. La transizione ecologica non è quindi un concetto astratto o generico ma è un insieme di industrie, di capacità chimiche e di prodotti realizzati su una certa scala. Non è che una persona cammina per strada e si imbatte nella transizione ecologica; piuttosto, nella sua vita o nella sua attività ha a che fare con un pannello solare costruito con precise componenti e da una specifica azienda.

La questione che si pone è che la crescita economica cinese degli ultimi quarant’anni ha portato Pechino a ricoprire un ruolo prominente nella struttura manifatturiera mondiale, con l’ambizione di giocare un ruolo sempre più significativo all’interno di filiere cruciali, da cui dipendono anche gli aspetti militari e la sicurezza. La crescita repentina del mercato cinese e il suo utilizzo come leva per dominare queste catene produttive ha generato una forte risposta da parte degli Stati Uniti, anche per la natura del potere americano.

 

Quali sono gli strumenti e le “armi” tipiche della “guerra invisibile”?

Alessandro Aresu: Gli strumenti con cui si combatte sono i sussidi, le politiche industriali, l’uso politico dell’antitrust, il controllo degli investimenti (sia interni che esterni), le sanzioni, i controlli sulle esportazioni. Si tratta di strumenti molto ampi che ho identificato con l’espressione “sanzionismo” nel mio libro Il dominio del XXI secolo, al quale rimando per approfondimenti.

 

Come si vince la “guerra invisibile” e come è possibile trovare un eventuale accordo?

Alessandro Aresu: È una domanda molto appropriata. È interessante notare come né gli Stati Uniti né la Cina abbiano definito con precisione cosa significhi per loro “vincere”. Negli Stati Uniti c’è un dibattito sia politico che strategico su cosa possa rappresentare una vittoria contro la Cina. Alcune risposte intermedie includono l’obiettivo di mantenere lo sviluppo cinese di alcune tecnologie diverse generazioni indietro rispetto a quello degli Stati Uniti (questo è per esempio ciò che ha espresso il consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden, Jack Sullivan). Oppure, si tratterebbe di evitare un’azione militare cinese contro Taiwan. La Cina, invece, può definire la sua vittoria come l’internalizzazione di alcune filiere; quindi, il conseguimento dei risultati di autosufficienza tecnologica in alcuni settori dichiarati nel piano Made in China 2025; ancora un’altra definizione potrebbe essere la riunificazione con Taiwan. Possono anche esserci definizioni di vittoria più estreme: gli Stati Uniti, ad esempio, potrebbero considerare una vittoria il cambio di regime in Cina e di conseguenza la fine del Partito Comunista Cinese. Al contrario, la Cina potrebbe definire la vittoria come la distruzione della società americana, la ripetizione di quanto accaduto a Capitol Hill per decine di volte, fino a rendere il sistema così disfunzionale da non poter più considerare gli Stati Uniti la superpotenza mondiale.

Per arrivare a un eventuale accordo, prima di tutto sarebbe necessario definirlo. Un accordo, ad esempio, potrebbe essere un nuovo assetto delle istituzioni politiche ed economiche internazionali. Invece di avere il G7 allargato e i BRICS+ in collaborazione e competizione, si potrebbe parlare di una specie di nuovo accordo di Bretton Woods, quindi una (improbabile) intesa in grado di cambiare realmente le istituzioni economiche internazionali; oppure si potrebbero avere accordi su aspetti più limitati, come una specie di gentlemen’s agreement tra Stati Uniti e Cina in cui si garantisce che a Taiwan non accadrà nulla dal punto di vista militare, in modo tale che la questione venga messa da parte per alcuni anni.

 

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina si è manifestato anche con la previsione di restrizioni circa l’uso di TikTok su dispositivi governativi statunitensi, fino a tentarne il divieto totale come nel caso dello Stato del Montana nel 2023. Quali potrebbero essere i possibili futuri sviluppi di queste misure restrittive? È giusto limitare lo spazio d’uso dei social media?

Alessandro Aresu: In primo luogo, c’è la questione della reciprocità tra i due sistemi di mercato, quello statunitense e quello cinese. Nei fatti, in realtà, questa reciprocità non esiste, soprattutto per quanto riguarda i social media americani, che non possono operare nel mercato cinese (diverso è il discorso per l’hardware statunitense). TikTok, il social media onnipresente negli Stati Uniti ma disponibile anche nella Repubblica Popolare Cinese (si tratta di una versione peculiare, soggetta a monitoraggio da parte del governo nazionale e conosciuta con il nome di Douyin) è di proprietà del gruppo cinese ByteDance, che ha peraltro tra i suoi azionisti alcuni investitori americani. Negli ultimi cinque anni ho proposto varie ricostruzioni nei miei libri (in particolare nel già citato Il dominio nel XXI secolo) e in alcuni saggi, per esempio su Le Grand Continent sulla peculiare storia di TikTok, ai quali rimando per approfondimenti, visto che si tratta di una vicenda lunga, dove si intrecciano diversi aspetti. La questione legale di TikTok rimane tuttora aperta, come hanno evidenziato alcuni casi e sentenze in merito. Infine, bisogna prestare attenzione a un altro fattore, ossia la presenza di altri attori internazionali in questa competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Nel 2020, l’India, ha bandito TikTok e altre applicazioni cinesi perché sostanzialmente non voleva che il suo mercato diventasse terreno di conquista per attori legati a Pechino. L’ascesa tecnologica di alcune potenze mondiali determina la maggiore presenza di un certo nazionalismo tecnologico. In un prossimo futuro, potremmo forse vedere qualcosa come il bando dei social network statunitensi in India, ad esempio.

 

Nel suo libro Geopolitica dell’intelligenza artificiale emerge come un altro terreno di battaglia della “guerra invisibile” tra Stati Uniti e Cina sia rappresentato dall’intelligenza artificiale e dal ruolo delle aziende che ne alimentano lo sviluppo. Con quali modalità Washington e Pechino stanno sviluppando l’intelligenza artificiale? Quale delle due potenze sarà in grado di sviluppare più velocemente e solidamente questa industria nel futuro prossimo? 

Alessandro Aresu: Come accennato in precedenza, l’infrastruttura di calcolo è essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, poiché fa parte del vasto ecosistema del capitalismo digitale, in cui ha grande rilievo l’hardware, senza cui l’intelligenza artificiale non esisterebbe. In questo ambito esiste un vantaggio molto significativo da parte degli Stati Uniti, in particolare grazie alla grande azienda al centro di questo sviluppo, NVIDIA, che è protagonista del mio libro Geopolitica dell’intelligenza artificiale e che chiunque abbia osservato il mercato finanziario negli ultimi anni probabilmente conosce. Come ho spiegato, NVIDIA si prepara da almeno quindici anni a realizzare la sua tesi di investimento: l’azienda cofondata da Jensen Huang non fornisce un “chip”, ma un sistema molto specializzato e costoso, grazie all’apporto di numerosi fornitori.

Dall’altro lato, in Cina, si può leggere che Huawei sta superando NVIDIA. Nel mio libro parlo di cosa può fare Huawei, delle sue prospettive, dei suoi limiti e del fatto che, per varie ragioni, non sta veramente superando NVIDIA in quest’ambito; e del resto nessuno sta veramente superando NVIDIA. Anche se ci sono altre aziende degli Stati Uniti che dicono “siamo più veloci ed efficienti di NVIDIA”, a conti fatti, se consideriamo l’ecosistema e la capacità di mercato, questo non è vero. Inoltre, bisogna ricordare che nel blocco americano non opera esclusivamente NVIDIA, ma esiste una filiera molto ampia e un gruppo di grandi aziende tecnologiche, come Microsoft e Google, che scommettono e finanziano l’innovazione nell’ambito dell’intelligenza artificiale attraverso gli investimenti in conto capitale, che abbiamo visto aumentare nelle ultime trimestrali. La Cina ha un apporto significativo con grandi capitali pubblici, oltre che con aziende come Baidu e Alibaba, ma presumibilmente inferiore. Nel resto del mondo, non ci sono attori rilevanti come l’ecosistema di NVIDIA o come le Big Tech statunitensi o cinesi. Possiamo parlare di nicchie europee all’interno della filiera elettronica, ma gli attori principali di questa competizione sono Stati Uniti e Cina, e, in termini di capitale, gli Stati Uniti hanno una forza maggiore.

Un aspetto cruciale è dato però anche da altri attori che, nel mondo, possiedono grandi capitali, come ad esempio i Paesi del Golfo, il cui schieramento internazionale diviene un fatto di interesse. Tuttavia, non sono rilevanti solo i capitali, ma anche l’infrastrutturazione energetica, su cui la Cina ha importanti capacità, e questo è un argomento di cui si sta discutendo molto nella Silicon Valley e a cui ho dedicato anche alcuni dei miei articoli. Inoltre, è rilevante il capitale umano. La storia dell’intelligenza artificiale, ma in generale la storia recente della tecnologia americana, è anche una storia che ci mostra il grande ruolo delle comunità asiatico-americane, un bacino di talenti sia di manager che di ricercatori che ha fatto senz’altro la fortuna degli Stati Uniti.

Quindi, per capire lo stato dell’arte del capitalismo dell’intelligenza artificiale, dobbiamo considerare la centralità dell’infrastruttura di calcolo, i vari interventi politici sulla base della sicurezza nazionale e il capitale umano come fattore competitivo. Questo ci consente di interpretare i processi in atto evidenziando sia l’accelerazione nello sviluppo di questa industria, sia la crescente concentrazione di risorse verso i due principali attori citati. Per questo motivo è importante unire il discorso tra lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e lo sviluppo del capitalismo su un piano non solo economico, ma anche politico. Infine, il fatto che l’intelligenza artificiale sia in sostanza anche un insieme di fabbriche, deve portarci a considerare la questione del lavoro in senso tradizionale: il lavoro in quelle fabbriche e il suo rapporto con il capitale.

 

Spostando la riflessione sul mondo industriale e imprenditoriale, in Italia si è parlato molto di Comau, una realtà specializzata nell’automazione industriale e nella robotica avanzata, e della sua cessione da parte del gruppo Stellantis. Anche a partire da questo caso specifico, qual è la posizione che l’imprenditoria italiana dovrebbe assumere in merito al tema delle acquisizioni, in particolare americane o cinesi all’interno dello scontro bipolare tra i due Paesi?

Alessandro Aresu: Visto che stiamo cambiando il campo d’azione, è necessario fare alcune premesse prima di rispondere. Innanzitutto, l’accelerazione della competizione tra Stati Uniti e Cina è un fatto evidente nel mondo in cui viviamo e si gioca sul possesso di alcune tecnologie, oltre che sulla struttura dei vari mercati. In primo luogo, l’Italia non si colloca al centro di questa dinamica competitiva, che interessa invece soprattutto il centro manifatturiero del mondo contemporaneo, cioè l’Asia orientale, e altre questioni, come per esempio il trasferimento della produzione dalla Cina al Vietnam, all’India, al Messico, da parte di aziende quali Apple e Foxconn. In secondo luogo, l’accelerazione della competizione tra Stati Uniti e Cina ha portato a un nuovo equilibrio tra le ragioni della sicurezza nazionale e le ragioni del mercato, tema da me approfondito nel libro Le potenze del capitalismo politico. Ciò significa che, in un mondo in cui i mercati rappresentano il principale strumento di sviluppo dell’economia e di creazione del benessere, si impongono dei vincoli di sicurezza nazionale crescenti. Tali vincoli sono dei limiti al funzionamento del mercato, che si manifestano secondo varie modalità: ad esempio, attraverso l’impedimento dell’acquisizione di un’azienda americana da parte di una cinese o della possibilità che un’azienda americana possa vendere ai cinesi i suoi prodotti attraverso semplici transazioni di mercato. Tali vincoli interessano anche altri sistemi, come si è visto negli ultimi dieci anni dall’estensione degli strumenti di controllo degli investimenti con cui i governi intervengono su alcune transazioni di mercato.

Il tema centrale, in questo contesto, non è dunque più esclusivamente la proprietà pubblica delle imprese, che rappresenta uno dei classici modi di porre il rapporto tra politica ed economia, ma gli interventi dei governi, effettuati sulla base della sicurezza nazionale, al fine di tutelare alcuni asset di proprietà intellettuale o asset aziendali importanti dal punto di vista industriale e tecnologico.

 

Il caso di Comau è utile anche per provare ad impostare un ragionamento complessivo in merito al dibattito sul golden power e sull’adeguatezza di tale strumento.

Alessandro Aresu: Ho scritto molto sul golden power negli ultimi quindici anni; pertanto, penso che ci sia un grosso fraintendimento nel dibattito pubblico che forse è utile affrontare. Dobbiamo anzitutto chiederci: perché esiste l’insieme delle normative dei poteri speciali, o golden power? Esiste per tutelare aziende ritenute strategiche per la sicurezza nazionale, soprattutto quando si ritiene che si presentino concrete minacce ad essa, cosicché lo strumento agisca impedendo l’acquisizione di tali aziende o imponendo condizioni a chi intende acquistarle. Il problema dell’Italia però è un altro, e riguarda la questione dello sviluppo industriale. In Italia abbiamo poche grandi aziende e quelle che hanno successo non acquistano altre aziende italiane per crescere di dimensioni, se non in alcune eccezioni. Ecco, questa a mio avviso è la vera questione da considerare, altrimenti diciamo “golden power” come “al lupo! al lupo!” e poi non affrontiamo i problemi. Prendiamo ad esempio, appunto, la vicenda di Comau, una grande azienda italiana nel settore della robotica. La domanda che dobbiamo porci è: chi voglio che sia il proprietario di Comau? Chi sarebbe il proprietario e il gestore ideale, una volta che si sa che l’attuale proprietario, Stellantis, vuole vendere? Personalmente, avrei voluto che altre aziende italiane, magari attive nel settore della robotica, del packaging o della componentistica, si unissero per acquistarla. Avrei voluto un grande progetto di impresa privata, con un’eventuale piccola partecipazione pubblica, e una gestione affidata a chi ha le competenze per far crescere l’azienda. Questo era il mio disegno per il futuro di Comau, ciò che mi pareva più ragionevole, visto il contesto e viste le nostre necessità. C’è però una differenza tra ciò che è auspicabile e ciò che è realizzabile nella realtà. A ottobre 2024 il Governo ha autorizzato, indicando alcune prescrizioni da rispettare, la cessione di Comau al fondo d’investimento statunitense One Equity Partners.

Il punto resta che il golden power, di per sé, non è lo strumento che può far cambiare le realtà con cui abbiamo a che fare. Non ha questo ruolo, perché si tratta di un’altra cosa. Si limita infatti a stabilire se, quando qualcuno vuole acquistare un’azienda, il governo possa opporsi o imporre condizioni. Il vero nodo è che questo strumento non crea di per sé le condizioni affinché ci siano soggetti italiani pronti a comprare. Creare un contesto in cui gli imprenditori italiani abbiano la volontà e la capacità di acquisire grandi aziende strategiche non è semplice: è sia una questione culturale che di policy. In Italia, da un lato, abbiamo senz’altro un capitalismo pubblico, con aziende come Eni, Leonardo, Fincantieri, che sono ancora rilevanti e innovative, pur non essendo leader mondiali (non dobbiamo nemmeno sopravvalutarle, altrimenti costruiamo una narrazione inaccurata). Dall’altro lato, ci sono imprenditori privati, soprattutto nelle medie imprese, che sono eccezionali, in particolare in regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. I francesi, ad esempio, ci invidiano queste realtà. Tuttavia, queste imprese non crescono a sufficienza e non acquisiscono aziende come Comau per creare grandi gruppi industriali. Sicuramente essere più piccoli rende più flessibili, ma allo stesso tempo, esempi come l’azienda italo-francese EssilorLuxottica dimostrano come si possa essere leader mondiali e continuare a crescere, acquistando quote di aziende giapponesi e sviluppando tecnologie avanzate, come gli occhiali smart per Meta di Mark Zuckerberg. È incredibile che tutto questo succeda ad Agordo, in provincia di Belluno! Ma è stato reso possibile grazie a una storia di crescita, fino alla grande dimensione.

Insomma, per la mia esperienza e per la comparazione internazionale che ho indicato nei miei studi, posso concludere che il problema italiano non lo risolviamo solo impedendo alcune acquisizioni. Se dico che un attore straniero non può comprare un’azienda italiana, allora chi la compra? L’unico modo di risolvere il problema è un sistema in cui le nostre medie imprese diventano più protagoniste, crescono e guidano lo sviluppo. Sono quelle che hanno portato benessere e sviluppo in Italia; poi, a onor del vero, va aggiunto che anche loro, come tutti, in Italia hanno pagato poco, troppo poco, i dipendenti. In sintesi, dobbiamo guardare con profondità questi aspetti collegando la questione della sicurezza nazionale a quella della politica industriale, ma senza tirare per la giacchetta in modo costante degli strumenti che hanno una funzione diversa da quella che si cerca di dare loro. Questo è l’unico modo per affrontare con onestà intellettuale e con efficacia il problema reale che ho ricostruito e per capire veramente quelli che altrimenti sono solo casi o fatti di cronaca che si susseguono.

 

Nel suo lavoro, ad esempio in questa intervista su Formiche, ha citato il primato chimico dell’Europa come mezzo che potrebbe aiutare il Vecchio Continente ad inserirsi all’interno del dibattito bipolare tra Stati Uniti e Cina. In che modo ciò potrebbe avvenire?

Alessandro Aresu: Ad oggi diverse aziende chimiche, tra cui anche grandi imprese europee, hanno spostato in modo crescente la produzione verso la Cina e altri mercati. In primo luogo, dobbiamo analizzare, all’interno di queste filiere, dove l’Europa ha una posizione consolidata in ambito industriale. Secondo, dobbiamo decidere in modo concreto ed essere trasparenti con i nostri cittadini e dire: “Vuoi che ci sia un impianto chimico inquinante nel tuo territorio, oppure no? Se non lo vuoi, sarà fatto da un’altra parte”. Ma questo impianto inquinante serve per realizzare i processi della transizione ecologica: questo è il paradosso. Dal mio punto di vista, considerato che la transizione ecologica è fatta di azioni realizzate anche da aziende chimiche attraverso i loro impianti industriali, questi stessi dovrebbero essere realizzati anche in Europa. Pertanto, non mi sembra razionale che ci sia una regolamentazione che impedisca a questi impianti di stare qui, né mi pare razionale, o utile, che si aumenti ulteriormente il peso regolatorio e burocratico che queste imprese devono affrontare.

Non dovremmo dire alle nostre aziende che non sono in grado di gestire il rischio: sono in grado di farlo, perché nella loro storia e nel loro percorso di sviluppo c’è questa capacità e perché, se pensiamo che nei processi produttivi non ci siano rischi, tanto vale rinunciare a produrre qualunque cosa. Dunque, bisogna creare le condizioni affinché le aziende europee possano operare qui. Questo, come tutto, avrà dei costi, ma il costo più alto per il nostro continente è la deindustrializzazione, che significa sottosviluppo. Non possiamo deindustrializzare, altrimenti ci impoveriamo e, per il ruolo che svolge attualmente l’Europa nelle emissioni di CO₂, non potremo neanche risolvere i problemi ambientali. Quello sulle capacità europee è comunque un discorso difficile e vedo tutto questo processo con preoccupazione perché, come mostrano i dati raccolti da Mario Draghi nel suo rapporto, in questo secolo le cose per l’Europa non sono andate bene dal punto di vista industriale e tecnologico. Ci sono fenomeni che non è in nostro potere cambiare, come la centralità che ormai ha raggiunto la manifattura dell’Asia orientale, mentre ciò che in teoria possiamo cambiare dipende in pratica dagli accordi politici di Stati che, in sintesi, hanno spesso opinioni divergenti.

Un altro passaggio importante, oltre al riconoscimento delle proprie nicchie e delle proprie capacità, è, per esempio, saper inserire la digitalizzazione nei processi delle aziende tradizionali, con risultati che possono essere anche sorprendenti. Un esempio interessante è quello della catena di supermercati Lidl che ha realizzato una propria divisione digitale di cloud (storage e sicurezza dei dati degli utenti per evitare di inviarli ad altri servizi di cloud esteri, in particolare cinesi e statunitensi) traendo grossi profitti dalla vendita di questi servizi. Ciò vuol dire che la digitalizzazione di processi tradizionali, ad esempio quelli dei supermercati a cui non penseremmo immediatamente, può dare buoni risultati.

Più che riflessioni generiche su quale può essere il ruolo dell’Europa tra Stati Uniti e Cina, servirebbe una maggiore concretezza nei discorsi, perché nel generale non c’è partita. Perché dobbiamo continuare a perdere tempo con quest’illusione? Analizziamo, invece, la nostra industria, capiamo dove siamo e cosa hanno fatto e cosa possono fare le nostre aziende. Teniamo poi in considerazione le persone: molti lavoratori delle aree tecnologiche se ne sono andati perché non pagati abbastanza, così come tanti italiani se ne vanno dall’Italia perché pagati poco. La questione dei salari è evidentemente importante, non possiamo considerarlo un aspetto di terz’ordine. Affinché ci sia un futuro per l’Europa le persone devono essere pagate molto di più ed è opportuno che ci sia una grande attenzione politica e sociale sulle retribuzioni attuali. Dobbiamo capire cosa le nostre aziende possono fare tra due o tre anni, come quelle della robotica o del packaging in Emilia-Romagna e in Piemonte; come si trattengono i ricercatori; come Intesa Sanpaolo – la banca migliore d’Europa – può apportare miglioramenti al sistema imprenditoriale italiano. Abbiamo tantissimo su cui lavorare ma per l’Europa non esiste alcun gigantesco “bazooka” che ci farà tornare al ruolo globale che avevamo prima delle due guerre mondiali, né esiste alcuna potenza normativa: sono altri gli aspetti, militari, commerciali e tecnologici, su cui ci si deve misurare. Non possiamo, in quanto Europa, tornare al centro del mondo, ma possiamo decidere di concentrarci sul miglioramento e sul potenziamento della nostra industria.

Scritto da
Gianluca Brazzioli

Laureato magistrale in Economia e politica economica all’Università di Bologna, appassionato di politica internazionale, economia e giornalismo. Crede nell’importanza di raccontare e comprendere il mondo attraverso i dati e l’informazione. Ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Rossella Cerlino

Laureanda in Filologia, letteratura e tradizione classica all’Università di Bologna, collabora con la casa editrice Cue Press. Ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Beatrice Comuzzo

Laureata in Scienze internazionali e diplomatiche all’Università di Trieste. Attualmente studia Giornalismo e comunicazione politica all’Università di Bologna. Ha prodotto il podcast “Seveso. Fumo negli occhi” e co-conduce “Unilife”, entrambi realizzati in collaborazione con l’Università di Bologna. Appassionata di cinema, frequenta la scuola di sceneggiatura Bottega Finzioni e ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Marta De Zolt

Laureata triennale in Scienze politiche, indirizzo Studi internazionali, all’Università “Cesare Alfieri” di Firenze. Appassionata di comunicazione e partecipazione politica, si è laureata con una tesi sulla democrazia deliberativa. Ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Camilla Diakite

Dopo aver conseguito la laurea triennale in Sociologia e progettazione sociale all’Università di Trento, ha proseguito il proprio percorso accademico iscrivendosi al corso di laurea magistrale in Sociologia e sfide globali all’Università di Firenze, dove si sta laureando. I suoi interessi di ricerca riguardano la condizione giovanile e il mutamento sociale. Ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Andrea Pessotto

Studente del corso di laurea magistrale in Giurisprudenza e allievo del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Editor della «University of Bologna Law Review». Si interessa di populismi, design costituzionale e diritto pubblico in prospettiva comparata. Ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Giulia Salvador

Studentessa di Giurisprudenza all’Università di Bologna e allieva del Collegio Superiore. Collabora in qualità di associate editor con la «University of Bologna Law Review» del Dipartimento di Scienze Giuridiche. Ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

Scritto da
Emilio Vangelista

Studente del Corso di laurea magistrale in Scienze storiche all’Università di Roma “La Sapienza”. Tra i suoi interessi di studio la storia politica e culturale, in particolare dell’Italia degli Anni Sessanta e Settanta del Novecento. Ha partecipato al corso 2024 della scuola di formazione “Traiettorie. Scuola di lettura del presente”.

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