La destra americana vista dall’Europa. Intervista ad Andrea Venanzoni
- 24 Marzo 2026

La destra americana vista dall’Europa. Intervista ad Andrea Venanzoni

Scritto da Luca Picotti

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Osservando la destra americana si nota come essa sia una galassia composita e sfaccettata dove agiscono una pluralità di soggetti e visioni eterogenee: nuova destra conservatrice, destra religiosa, paleolibertarismo, Alt-Right, MAGA e Dark MAGA, destra post-liberale, accelerazionismo e pensiero neoreazionario. Senza dimenticare la “tecnodestra” e la saldatura tra Silicon Valley e presidenza Trump, tra i cui massimi esponenti figura Peter Thiel – fondatore di Palantir – che ha recentemente tenuto a Roma un ciclo di seminari sull’Anticristo.

Per cogliere alcune delle coordinate delle nuove forme della destra contemporanea statunitense, e per provare a capire in che modo possano influenzare il rapporto tra Stati Uniti ed Europa, abbiamo intervistato Andrea Venanzoni che a questo tema ha dedicato il suo ultimo libro La destra americana contemporanea. Dalla New Right repubblicana a Trump (Historica Edizioni 2025) e che era presente al ciclo di seminari romani di Thiel.

Andrea Venanzoni è dottore di ricerca e assegnista di ricerca in Diritto pubblico all’Università “Roma Tre”, ha prestato servizio per anni presso Uffici legislativi ministeriali ed è stato consigliere giuridico di gruppi parlamentari presso il Senato della Repubblica. Tra le sue altre numerose pubblicazioni ricordiamo: Tecnodestra. I nuovi paradigmi del potere (Sign Publishing 2025), Il trono oscuro. Magia e potere nell’era degli algoritmi (Luiss University Press, nuova edizione 2025) e La tirannia dell’emergenza (Liberilibri 2023). Ha inoltre curato l’edizione de Il momento straussiano di Peter Thiel (Liberilibri 2025).


Il suo ultimo libro, La destra americana contemporanea, ricostruisce le diverse anime della destra americana, in particolare a partire dagli anni Sessanta. Quali sono i principali filoni che vanno a svilupparsi e perché sono proprio gli anni Sessanta a fungere da terreno fertile per il proliferare di nuovi movimenti e paradigmi intellettuali?

Andrea Venanzoni: La scelta degli anni Sessanta, come momento di partenza dell’analisi e della ricostruzione, origina dal tentativo di rispondere a un interrogativo che ha lungamente punteggiato il dibattito pubblico, tanto quello americano quanto quello europeo: il movimento MAGA e Donald Trump appartengono alla tradizione conservatrice e, più specificamente, a quella del Partito Repubblicano? Molto spesso ho letto analisi che frettolosamente pervenivano ad una conclusione negativa, una conclusione più dettata dalla volontà consolatoria di decretare la natura di corpo estraneo di queste realtà che eppure, ormai dal 2016, hanno non solo successo elettorale ma anche potenza egemonica nel cuore della destra americana. Appuntando lo sguardo invece, con attenzione, sugli anni Sessanta, si scorge la fisionomia di una destra, nascente in quegli anni, interna al Partito Repubblicano dalle forti venature popolari e populiste, legata alle specificità locali, attenta alla dimensione del conservatorismo sociale e valoriale: è la piattaforma della New Right, un appellativo che oggi viene riutilizzato per descrivere quei settori più spiccatamente nazional-populisti del MAGA. La New Right repubblicana degli anni Sessanta, e poi lungo tutti gli anni Settanta, guidata da figure centrali come Richard Viguerie, Paul Weyrich, Howard Phillips, rappresenta una pietra angolare utilissima per comprendere dinamiche fortemente attuali: il rifiuto del globalismo e di una missione universale di esportazione dei valori occidentali, il forte sostegno alle comunità locali, un conservatorismo di impronta anche religiosa, la propensione militante per le guerre culturali nei campus e sui giornali, una primissima, e preveggente, cura dell’uso della tecnologia per operare campagne politiche mirate. Viguerie è stato uno Steve Bannon antesignano, per certi versi. Sosterranno Barry Goldwater nel 1964, e poi parzialmente Reagan negli anni successivi, in opposizione però fortissima all’ala neocon. E da questo movimento, dalle sue coordinate culturali, nel 1973, nascerà la Heritage Foundation.

Seguendo gli sviluppi di questa New Right non solo si arriva al fenomeno dei Tea Party e del movimento MAGA, con una serie di consonanze non episodiche che ci consentono di stabilire un nesso di connessione, ma c’è modo anche di confrontarsi con le altre realtà interne alla destra americana, come il citato movimento neoconservatore, originante dall’ala destra del Partito Democratico e della sinistra americana, e quello paleoconservatore, alla Pat Buchanan, fortemente isolazionista, quasi reazionario dal punto di vista valoriale, anti-israeliano in una maniera che ricorda alcuni accenti della attuale piattaforma “America First”, ovvero gli ex MAGA in rotta di collisione con l’attuale Presidenza Trump. Il paleoconservatorismo, poi, soprattutto nel suo abbracciare la dimensione religiosa ha notevoli punti di contatto, in chiave valoriale, con la destra post-liberale degli Adrian Vermeule e dei Rod Dreher, con il continuo rimarcare la centralità del “bene comune”, pur nella differenza di considerazione del ruolo del governo centrale. Teniamo sempre presente che gli anni Sessanta e Settanta sono stati anni caldissimi, sul versante politico e su quello culturale, sia in America che in Europa e in Italia. La destra, in quegli anni, si è trovata al centro di una autentica guerra culturale che sovente cessava di essere solo “culturale”, e per questo si sono sviluppati paradigmi nuovi, che però affondano le radici in elementi già sperimentati nel passato.

 

Quanto emerge da questa ricostruzione è una galassia composita ed eterogenea, in cui è difficile individuare un punto di equilibrio tra le varie coordinate. Pensiamo, tra i tanti, a due profili centrali nella collocazione politica, ma sovente oggetto di sensibilità diverse: il rapporto tra Stato e mercato, e segnatamente tra prospettive più liberiste e altre più attente all’industria, al protezionismo e ai settori strategici, oppure la postura nella politica estera, tra interventismo strategico, interventismo idealista e ambizioni, o velleità, di isolazionismo. Esiste un punto di sintesi o vi sarà sempre una tensione latente tra queste diverse anime della destra americana?

Andrea Venanzoni: Elon Musk, ancor prima della sua dipartita dal DOGE e delle feroci polemiche insorte con il Presidente Trump, poi più o meno ricomposte, ha polemizzato contro i dazi postando ovunque il famoso video di Milton Friedman che spiega le interconnessioni collaborative della globalizzazione prendendo a spunto la fattura di una matita. Queste polemiche e sensibilità totalmente, radicalmente differenziate, c’erano già decenni fa. Una parte della destra americana considera la Presidenza Reagan, per dirne una, una occasione mancata, una serie di promesse tradite anche sul versante della libertà di mercato. L’ala MAGA più nazional-populista, oppositiva alla destra pro-mercato, ha portato attualmente a una rimodellazione dell’orizzonte istituzionale della galassia dei think tank e dei riferimenti culturali; il caso più emblematico è la Heritage Foundation, dalla quale non per caso si sono allontanate decine di studiosi, molti dei quali hanno fatto ingresso nel think tank di Mike Pence, Advancing American Freedom.

I punti di rottura sono sempre gli stessi due, sin dall’epoca Reagan e sin dalle polemiche tra neocon e paleocon e New Right, per così dire, nel mezzo: politica internazionale e campo economico, soprattutto per il posizionamento del governo negli interventi di natura economica e fiscale. Proprio questo ciclico ripresentarsi delle medesime questioni mi porta a dire che una certa tensione rimarrà sempre, anche se al momento l’ala protezionista e nazional-populista, dopo uno sprint iniziale che l’aveva resa davvero egemonica, mi sembra recessiva e grandemente in difficoltà. Da ultimo la decisione della Corte Suprema sui dazi, che ha riaffermato non tanto una vocazione alla libertà di mercato quanto di allocazione funzionale dei poteri rispettosa del paradigma di divisione equiordinata degli stessi, ha messo in crisi l’impianto decisionista nutrito alla scuola della teoria unitaria del potere esecutivo, elemento saliente dal punto di vista governativo dei nazional-populisti e della destra post-liberale.

 

In questo filone, come e dove si inserisce la tecnodestra? Quali sono stati i fattori principali alla base della saldatura tra quello che un tempo era il mondo della Silicon Valley e la nuova amministrazione americana?

Andrea Venanzoni: Ad oggi mi sembra che la Tech Right sia l’unica vera vincitrice tra tutte le anime presenti nella destra statunitense. Mentre il movimento MAGA si dilania in guerre culturali intestine, le realtà del Tech americano si sono inoculate nel profondo delle strutture decisionali e amministrative. Per questo, mentre da un lato si vedono un Tucker Carlson o una Marjorie Taylor Greene marginalizzati dallo stesso Trump, dall’altro in maniera molto più pratica ogni volta che ci si trova al cospetto di una decisione altamente impattante, dall’arresto di Maduro all’attacco in Iran fino ai rapporti con la regolazione dell’Unione Europea, si finisce per imbattersi nei servizi offerti dal Tech americano, in questa nuova dimensione attivamente politica.

C’è il sistema Maven di Palantir, ci sono i droni di Anduril, ci sono Alex Karp e Peter Thiel i quali fanno politica attraverso le loro società e i loro prodotti. Palantir è avviata a divenire la vera infrastruttura ombra del governo americano; l’executive order del marzo 2025 per l’eliminazione dei blocchi informativi tra amministrazioni, il contratto di maggio 2025 tra Governo e Palantir per gestire questi dati in modo centralizzato attraverso l’Ontology di Palantir stessa, l’integrazione funzionale di tutte le piattaforme, una sorta di Maven ad uso civile, rendono chiaro come i pattern decisionali passino anche attraverso Palantir. La saldatura mi sembra essere originata da un fattore di profonda preoccupazione, non solo di natura economico-finanziaria: vero è che molte realtà del Tech finanziavano il Democratic Party, ma lo spostamento in chiave massimalista dello stesso, specie dopo il 7 ottobre 2023, è uno dei motivi che ha condotto alla rielezione di Trump, ed ha convinto molti a spostarsi di conseguenza, perché dall’altro lato veniva scorta la fisionomia di un pericolo tangibile per la società americana. Islamismo radicale, woke, pensiero antioccidentale, la minaccia incombente della Cina agitano i sonni di queste realtà, e quel che ne è conseguito in termini di sostegno a Trump ne è la reazione.

 

La saldatura sembra tenere dopo oltre un anno di seconda presidenza Trump? 

Andrea Venanzoni: Direi di sì. Soprattutto perché l’ala nazional-populista e quella post-liberale, da sempre non coincidenti con l’agenda economica e con quella di politica estera della Tech Right, sono in grande difficoltà su entrambi i fronti. Parlando di recente con Adrian Vermeule, mi diceva che i grandi signori del Tech dovrebbero impegnare molto meglio le loro energie e i loro soldi, soprattutto in chiave valoriale, invece di cercare di smantellare lo Stato. Asserzioni simili le ho lette in una polemica che ha opposto Patrick J. Deneen e la sua ex allieva, oggi dirigente nella Silicon Valley, Katherine Boyle. Per i post-liberali non si tratta di minimizzare lo Stato ma solo di bonificarlo culturalmente. Il “Common Good Constitutionalism” di Vermeule, dagli accenti non banalmente schmittiani, postula nei fatti uno Stato “buon pastore”, morale, qualcuno direbbe persino eticheggiante.

La Tech Right si situa all’estremo opposto dello spettro politico di caratterizzazione e di concezione della funzione statale. Nella loro prospettiva la saldatura privato-pubblico rovescia il paradigma del ruolo ancillare, per quanto collaborativo, del privato quando servente l’esigenza pubblica. Alex Karp lo esplicita bene nel suo La repubblica tecnologica, citando Lo Stato innovatore di Mariana Mazzucato ma in una chiave radicalmente diversa. Questo spiega bene anche il perché Karp parli di “nazionalizzare” le realtà del Tech che non servono l’interesse americano: quella nazionalizzazione non sarebbe il vecchio adagio della statalizzazione, ma la riconduzione di queste realtà al paradigma di soggetti privati, come Palantir, divenuti essi stessi Stato-nello-Stato.

 

Peter Thiel è tra i massimi interpreti di questa visione e di recente è stato a Roma per una serie di seminari esclusivi, a cui lei ha presenziato. Le chiederei, innanzitutto, come si sviluppa il pensiero di Thiel e in particolare l’interesse per l’Anticristo?

Andrea Venanzoni: Molta stampa ha erroneamente cercato tra le maglie dell’Anticristo di cui parla Thiel la fisionomia precisa di questo o di quel politico o statista. In realtà, quando Thiel parla della natura intrinsecamente politica dell’Anticristo si riferisce a quanto emerge sin dalla riflessione canonistica medievale; ovvero il ruolo estremamente empirico, storico, e quindi anche politico, della venuta dell’Anticristo. Non per caso egli reciterà parole di pace e di sicurezza, conciliante, come si legge nella prima epistola ai Tessalonicesi. Lo stesso katéchon, di cui alla seconda epistola, è una figura in questo senso intimamente reale e politica. Lo avevano ben chiaro i canonisti che si affaticarono molto sulla natura, anticristica o katéchontica, dell’Impero Romano, soprattutto in relazione all’emersione del messaggio evangelico e della Chiesa. Lo ricorda molto bene Massimo Cacciari nel suo Il potere che frena, la forza del kathécon, e simmetricamente quella dell’Anticristo, è una forza empirica, molto più calata nel contingente e nel reale di quanto si possa pensare. Lo stesso può dirsi delle riflessioni in tema offerte da Carl Schmitt, anche qui siamo davanti a una lettura “politica” di queste figure.

Thiel si muove lungo una direttrice concettuale non poi così difforme, integrata dal ruolo dell’alta tecnologia come fattore frenante della dissoluzione dell’Occidente. La passione per René Girard ha conciliato l’interesse “apocalittico”, specialmente dopo l’11 settembre 2001, un evento traumatico che lo stesso Girard leggerà in chiave di connessione tra politica e apocalisse. Alcune riflessioni sul jihadismo contenute in Portando Clausewitz all’estremo e quanto Girard scrive sul kathécon in Vedo Satana cadere come la folgore si ritrovano in maniera cristallina nelle riflessioni di Thiel, sin da Il momento straussiano. Uno dei motivi, peraltro, per cui con Michele Silenzi di Liberilibri abbiamo deciso di pubblicare quel saggio facendolo divenire un libro, proprio perché vi abbiamo scorto i lineamenti di un percorso non esaurito e attualissimo. Thiel, peraltro, è rimasto positivamente colpito dal fatto che quel saggio sia divenuto un libro in Italia, proprio per i motivi che enucleavo prima.

 

Anche in relazione a quanto ha avuto modo di ascoltare nei suoi seminari, quale interesse ha, o può avere, Peter Thiel per l’Italia e per l’Europa?

Andrea Venanzoni: Mi hanno molto colpito le parole sull’Italia e su Roma, e infatti ci ho sviluppato una riflessione negli articoli post-conferenza. Ciò che molta Silicon Valley vede come un dramma, cioè la nostra stagnazione, la nostra postura inerte e museale, la negazione quasi ontologica di qualunque competizione o concorrenza, Thiel invece lo legge come potenziale punto di forza. È andato molto oltre la solita oleografia da “mito di Roma” o la retorica sulla civiltà romana o asserzioni da diario di viaggiatore del Grand Tour, vedendo al contrario in filigrana la possibilità che proprio dall’Italia e da Roma in particolare possa arrivare qualcosa, anche tecnologicamente parlando, di innovativo e di positivamente dirompente.

Ed è vero che noi abbiamo le menti, abbiamo realtà assai rilevanti, il CEO di Tether, Paolo Ardoino, è italiano, tanto per citare solo un caso eclatante, ma potrei davvero fare tantissimi altri nomi. Abbiamo innovatori, scienziati, visionari. Non abbiamo l’ecosistema, ovviamente. E compito della classe dirigente del Paese sarebbe quello di lavorare in tal senso. Confido che la natura positivamente disruptive dell’alta tecnologia unitamente a quello che Thiel ha visto possa cambiare alcune carte in tavola. Gli interessi di natura economica e finanziaria di Thiel, in questa prospettiva, mi appaiono secondari. Ovvio che si tratta di un uomo d’affari, ma Palantir si vende benissimo da sola ormai, come hanno scoperto Francia, Inghilterra, Germania, Polonia, e la stessa Italia, anche se noi con una posizione meno esposta rispetto gli altri.

 

La visione della tecnodestra, in parte interpretata da questa amministrazione Trump, sebbene non senza contraddizioni, sembra mal conciliarsi con i paradigmi dell’Unione Europea, a partire dalla regolazione del digitale. Sono tensioni destinate ad acuirsi, oppure, all’interno della cornice atlantica, potranno essere raggiunte delle convergenze virtuose? 

Andrea Venanzoni: Come dicevo rispondendo alla precedente domanda, gli interessi di Thiel mi appaiono esattamente di natura politico-culturale. La convergenza che lui auspica è di questo segno. Perché in ambito tech e finanziario, per dirne una, la NATO già si serve massivamente di Palantir e la stessa Palantir opera con successo in realtà soggette alla regolazione euro-unitaria, della quale si rende quindi compliant. La regolazione europea impatta però molto di più su altre realtà americane, piattaforme social, motori di ricerca. Google e Meta sono da tempo anche al centro di istruttorie antitrust, oltre che scrutinate per le notorie vicende di content moderation, ma l’amministrazione americana non si è dimostrata particolarmente aggressiva contro la UE in questi casi. Palantir gioca in un campo che è molto più quello del GDPR e ha quindi un orizzonte di obblighi e di rispetto più limitato. Però alla fine l’UE stessa ha compreso che all’innovazione si risponde prioritariamente, e direi by design, con l’innovazione più che con la sola norma. Dalla norma non nasce il fatto, e globalizzazione e innovazione tecnologica sono fatti. Per questo sono stati avviati processi di semplificazione e di razionalizzazione dei framework normativi, come richiesto dallo stesso Mario Draghi. Non siamo stati costretti dagli americani, abbiamo più prosaicamente, anche se con enorme ritardo, capito come vanno le cose.

Io ho sempre sostenuto e scritto che agli americani interessa vendere i loro prodotti agli europei, realizzando una privatizzazione delle nostre funzioni di difesa, strategia molto più efficace, anche in chiave di spendibilità politica, del chiederci di aumentare la nostra spesa pubblica in quota NATO. Il nostro mercato fa gola, senza dubbio alcuno, ed è stata la nostra forza, ma nel campo della difesa, della sicurezza e dell’innovazione tecnologica siamo dipendenti strategicamente perché siamo rimasti troppo indietro e in un mondo caotico e conflittuale tutto questo pone sfide esistenziali: possiamo cercare di porre parziale rimedio ma siamo comunque costretti a servirci delle realtà americane. Parlare oggi di sovranità digitale o di indipendenza tecnologica è abbastanza problematico, in termini concreti. Questi sono obiettivi che si possono raggiungere innovando e innovando sul serio, ma fino a che tutto rimarrà slogan politico non si andrà da nessuna parte. Direi che l’armistizio metaforico tra le due sponde dell’Atlantico è per noi inevitabile. 

 

Le tensioni tra le nuove tecnologie e la dimensione democratica e dello Stato di diritto non riguardano solo aziende americane e Unione Europea, ma trovano spazio anche all’interno dello stesso apparato tecnologico-industriale statunitense. Si pensi al caso Pentagono-Anthropic, sfociato in un’iniziativa legale da parte della società fondata dai fratelli Amodei e altri ex di OpenAI. Una partita che sembra giocarsi sulla sicurezza nazionale, il potere sovrano rispetto alle imprese localizzate nella propria geografia giuridica, le regole d’uso determinate dai privati e le reciproche dipendenze. Gli Stati Uniti riusciranno a costruire un sistema tecnologico-industriale coeso e funzionale alla sicurezza nazionale, specie in funzione anticinese, come la tecnodestra in parte auspica, o emergeranno sempre di più fratture insanabili? 

Andrea Venanzoni: In termini strettamente giuridici, parlando del black-listing e di normativa americana di procurement, Anthropic vanta le sue ragioni e sono discretamente certo che i tribunali le riconosceranno, ma chiaramente con le tempistiche giudiziarie che mal si sposano con i drammatici danni aziendali che il black-listing ingenera. Questo aspetto, quello dei tempi, potrebbe indurre a una mitigazione del conflitto. Dal punto di vista politico però le cose sono assai più complesse. Anthropic non è Google che nel 2018 si chiamò radicalmente fuori dal progetto Maven. La società di Dario Amodei non ha obiezioni per l’uso militare degli LLM, tanto è vero che nel 2024 Claude è stato integrato nella infrastruttura Maven di Palantir. Le obiezioni riguardano due specifici punti, quello sul potenziale uso di LAWS, armi a guida totalmente autonoma governate da intelligenza artificiale, e il tema della sorveglianza di massa. Dal punto di vista politico una potenziale riconciliazione è possibile, come dicevo anche prima del lato giudiziario, anche se la parte più spinosa è la feroce litigiosità che anima queste realtà societarie. Una vicenda interessante anche perché si connette direttamente al caos che popola il campo delle intelligenze artificiali generative, con i mutui incistamenti, i flussi di finanziamenti circolari, e il fatto che tendenzialmente tutte le società coinvolte stiano nei fatti sviluppando la stessa cosa, solo con gradi diversi di avanzamento.

In una certa misura, anche nel dibattito italiano, Anthropic, da un lato, e Palantir dall’altro rappresentano nomi simbolicamente potenti di due approcci in apparenza radicalmente differenziati all’innovazione tecnologica, quasi due movimenti politici. La “Constitutional AI” di Anthropic non per caso affascina e suscita simpatia in quei pensatori che coltivano l’etica dell’intelligenza artificiale e in chi parla della irrinunciabile centralità dell’umano. Per parte mia devo dire che questo presunto dualismo è scenografico ma scarsamente sostanziale, proprio per quel che dicevo prima sul non rifiuto dell’impiego militare degli LLM. E anche perché la stessa Palantir, la quale non concorre alla corsa all’oro degli LLM visto che usa modelli non proprietari da integrarsi nelle proprie piattaforme e non essendo quindi un competitor, non predica in alcun modo il superamento del fattore umano. Accanto a questo tema se ne pone un altro secondo me centrale, e che lo stesso Peter Thiel ha posto a Roma: le prossime elezioni midterm americane saranno anche elezioni sul ruolo politico dell’alta tecnologia, ad esempio sui data center che sempre più copiosamente spuntano nel cuore dell’America profonda. E questo riguarderà anche il dibattito politico italiano, in futuro. Già lì e dalla vicenda giudiziaria di Anthropic capiremo se è possibile arrivare a un punto di reale sintesi. 

 

Come ultima domanda, anche alla luce di tutto quello che è stato detto: in Europa si può parlare di tecnodestra? 

Andrea Venanzoni: Per parlare di “tecnodestra” occorre avere prima di tutto il Tech, e già questo mi orienta alla risposta negativa. Le coordinate storico-culturali e sociali della destra europea poi mi appaiono molto diverse. C’è un enorme interesse nei confronti di questa peculiare realtà, questo sì, ma poi quando si scende nella sostanza concreta faccio un’enorme fatica anche a capire quale, allo stato attuale, sia il vero modello – culturale, politico-istituzionale, economico, sociale – della destra europea, e di quella italiana in particolare. Mi sembra attraversare il deserto del reale, di baudrillardiana memoria, alla ricerca faticosa di una qualche identità.

Scritto da
Luca Picotti

Avvocato e saggista. Ha conseguito un Dottorato di ricerca presso l’Università di Udine. È membro dell’Osservatorio Golden Power e scrive per diverse testate, occupandosi di tematiche giuridico-economiche, scenari politici e internazionali. È autore di: “Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati” (Egea 2025) e “La legge del più forte. Il diritto come strumento di competizione tra Stati” (Luiss University Press 2023).

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