“La loro Africa” di Matteo Giusti
- 04 Novembre 2022

“La loro Africa” di Matteo Giusti

Recensione a: Matteo Giusti, La loro Africa. Le nuove potenze contro la vecchia Europa, prefazione di Sergio Romano, Castelvecchi, Roma 2022, pp. 96, 13,50 euro (scheda libro)

Scritto da Lorenzo Pedretti

5 minuti di lettura

Da secoli le maggiori potenze globali attingono alle terre, alle materie prime e alla manodopera dell’Africa subsahariana. Poiché l’indipendenza degli Stati africani non ha rallentato questo sfruttamento, molti di essi, motivati dal pragmatismo e non dall’ideologia, hanno cercato nuovi e più “equi” rapporti politici e commerciali, rivolgendosi a potenze molto diverse dai vecchi colonizzatori. Così, Cina, Russia, Turchia e Israele sono diventati i protagonisti di una nuova corsa all’Africa. Tale avvenimento, tra i più significativi nella storia recente di questa regione del mondo, è documentato da La loro Africa (Castelvecchi editore 2022) del giornalista Matteo Giusti.

In apertura al libro l’autore spiega, giustamente, come le relazioni fra queste potenze e l’Africa partano da lontano. Nel caso cinese tutto cominciò con la dinastia Ming, che all’inizio del 1400 stabilì un fiorente commercio con l’Africa orientale, interrotto dall’arrivo degli europei. Fu Mao a riallacciare questi antichi legami cercando di porsi come leader dei Paesi non allineati, a partire dalla Conferenza di Bandung, in Indonesia, del 1955. Il più importante risultato conseguito dal Grande Timoniere fu la costruzione della Tanzania-Zambia Railway negli anni Settanta, una linea ferroviaria che consentiva l’esportazione via mare del rame estratto in Zambia senza passare da Rhodesia (attuale Zimbabwe) e Sudafrica, governati dalla minoranza bianca. Ancora più segnata da ragioni ideologiche fu la presenza dell’Unione Sovietica, che decise di sostenere qualunque movimento africano d’ispirazione socialista; vanno ricordati in particolare i finanziamenti alle lotte per l’indipendenza dal Portogallo di Angola e Mozambico e al regime di Menghistu in Etiopia. Complessivamente, l’URSS firmò «trattati di cooperazione con 37 Paesi africani, partecipando alla costruzione di fabbriche, scuole e infrastrutture» e facilitò i soggiorni di oltre 60.000 studenti africani all’università di Mosca.

Sempre nel contesto della Guerra fredda, i rapporti inizialmente positivi di Israele con gli Stati africani franarono con la Guerra del Kippur (1973), quando molti di essi si schierarono con l’Egitto per assicurarsi l’accesso al petrolio dei Paesi del Golfo. Inoltre, Israele appoggiò la secessione del Biafra in Nigeria, il governo razzista di Ian Smith in Rhodesia e, soprattutto, il Sud Africa dell’apartheid, armando e addestrando l’esercito di Pretoria in cambio dell’uranio necessario per il proprio programma nucleare. Si segnala anche l’Operazione Salomone, il piano militare segreto che permise il trasferimento di circa 14.500 ebrei etiopi in Israele alla caduta di Menghistu nel 1991. Infine, i territori ottomani in Africa mediterranea e Corno d’Africa, benché fossero una parte importante dell’Impero, non ne subirono mai una penetrazione troppo profonda, come testimoniato da numerosi casi di autogoverno o di ribellione contro la madrepatria. Dopo l’istituzione della Repubblica nel 1923, la Turchia mantenne un basso profilo nel continente, fino al 1998, anno dell’inaugurazione della politica d’iniziativa africana dell’allora ministro degli esteri İsmail Cem.

Terminata questa introduzione, Giusti prosegue analizzando in dettaglio le strategie che le quattro potenze seguono in Africa, dedicando un capitolo a ciascuna di esse. Quella di Mosca si caratterizza per la firma di accordi in materia di sicurezza con ben 24 Paesi africani, il che rende la Russia un gigante nel commercio di armi nel continente, oltre che per la vendita di prodotti quali cereali, derivati del petrolio, metalli ferrosi e costruzioni navali. Impossibile non citare anche l’ormai famigerato Wagner Group, una società privata di contractor che «non rappresenta ufficialmente il Cremlino, ma è molto vicina a uomini legatissimi a Putin, e agendo in maniera ufficiosa ha un’estrema libertà di manovra». Apparsa per la prima volta in Africa durante la guerra civile in Libia, ha in seguito esteso il proprio raggio d’azione, venendo accusata di numerose violazioni dei diritti umani, ed è ora presente in venti Paesi africani, tra cui Mali e Repubblica Centrafricana, operando a favore di forze allineate o simpatizzanti col governo russo.

Primo partner commerciale dell’Africa dal 2009, la Cina si è radicata accompagnando la conquista di nuovi mercati con imponenti investimenti e affiancando il prioritario intervento statale alle iniziative dell’imprenditoria privata. La presenza cinese è legata in primo luogo al potenziamento della Nuova via della seta, che coinvolge la costa dell’Africa orientale in uno dei suoi percorsi, ma è particolarmente evidente nell’Africa centrale e occidentale, dove Pechino ha fatto costruire o ristrutturare strade, porti, canali, ponti e centrali idroelettriche in Paesi come Senegal, Gambia, Sierra Leone, Ghana, Costa d’Avorio, Camerun, Gabon e Repubblica del Congo. Inoltre, nel Corno d’Africa, la Cina svolge operazioni anti-pirateria con la sua marina, ha aperto una base militare in Gibuti e ha realizzato ferrovie che collegano la capitale keniota Nairobi alla Rift Valley e al porto di Mombasa. Ma soprattutto ha sostenuto la costruzione della Grande Diga della Rinascita sul corso del Nilo Azzurro, che «genererà 6,5 gigawatt di elettricità, alimentando sia l’economia nazionale dell’Etiopia che quella dei suoi vicini attraverso le esportazioni di elettricità. Tuttavia, molti milioni di egiziani e sudanesi dipendono dall’acqua del Nilo per il loro sostentamento quotidiano, e proprio per questo sarà necessaria la mediazione del gigante asiatico». Giusti ricorda che la caratteristica fondamentale della politica cinese verso i Paesi africani è la non ingerenza nei loro affari interni: un modello che si distanzia dalle condizionalità più rigide imposte in passato dagli europei e che risulta quindi più appetibile. Allo stesso tempo, l’autore ha l’accortezza di evidenziare il rovescio della medaglia: la trappola dell’enorme «debito estero accumulato dai governi africani» che potrebbero non riuscire a ripagarlo, nonostante i lunghi periodi concessi per farlo, a meno di non «cedere la propria sovranità economica». Uno strumento utile anche a controllare i voti espressi dai Paesi del continente all’interno di consessi internazionali quali l’Unione Africana, l’OMS, la FAO e l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni.

Come la politica estera russa è dominata da Putin, così quella turca è dominata da Erdoğan, che negli scorsi due decenni ha fatto costruire 30 ambasciate in Africa, ha visitato il continente 27 volte e ha portato il totale degli investimenti a 6,5 miliardi di dollari, trasformando il suo Paese «da semplice osservatore a partner strategico dell’Unione Africana». La Turchia concentra la sua attenzione su molte delle antiche province ottomane: Gibuti, dove ha costruito una diga sul fiume Ambouli nonché la più grande moschea della regione; Somalia, la cui capitale Mogadiscio ospita la più grande base militare turca all’estero e il cui porto e aeroporto sono controllati da Ankara; ed Etiopia, di cui la Turchia è il secondo partner commerciale dopo la Cina. L’obiettivo principale è quello di trovare nuovi mercati per i prodotti turchi riducendo la dipendenza dall’Europa, e per raggiungere tale scopo si sfruttano anche fattori storici (il passato ottomano) e culturali (la diffusione dell’Islam sunnita). Allo stesso tempo, Giusti non manca di sottolineare come l’avventurismo in politica estera di Erdoğan serva anche a evitare di affrontare i crescenti problemi economici e sociali interni alla società turca.

Infine, l’esperienza israeliana in Africa si distingue soprattutto per alcune ragioni: la cooperazione nel settore agricolo, che consente ai Paesi beneficiari di accedere a innovative tecnologie idriche e a programmi di scambio per studenti; le espulsioni dei migranti, la cui gestione ha costretto il primo ministro Netanyahu a cercare una sponda nei Paesi africani in grado di accoglierli; la collaborazione fra il Mossad e altri servizi segreti, in particolare quelli del Ciad, la cui posizione è strategica per «sorvegliare la tumultuosa regione del Sahel[1]»; i successi di Tel Aviv nella ripresa delle relazioni diplomatiche con il Sudan, dopo la caduta del regime di Omar al-Bashir nel 2019, e con l’Etiopia, il cui presidente Abiy Ahmed ha siglato accordi con Israele in materia di cooperazione economica e militare, intelligence e lotta al terrorismo. Ad oggi, tuttavia, Israele è l’unica di queste potenze che deve ancora avere un vertice bilaterale, e non riesce a contare sui voti africani per difendere i propri interessi presso le Nazioni Unite.

La loro Africa fornisce una breve ma esaustiva introduzione a un tema che probabilmente è ancora molto poco noto al grande pubblico. La narrazione è puntuale nel descrivere l’operato di ciascuna potenza e ne copre tanto i punti di forza quanto quelli di debolezza, sempre evitando di scadere nel sensazionalismo. Chiarissimo è anche il messaggio di fondo: le quattro potenze perseguono i propri interessi e non concedono aiuti gratuiti; tuttavia, per quanto solo la Cina rappresenti una vera alternativa al modello occidentale, il loro operato in Africa segna comunque, per molti aspetti, un cambio di passo rispetto al passato. E l’Occidente, conclude Matteo Giusti, non è ancora completamente tagliato fuori dall’Africa, a patto – nel caso degli Stati Uniti – di appoggiarsi alla rete di relazioni che stanno creando Israele e i Paesi del Golfo, e – nel caso dell’Europa – d’imparare a esprimere «una politica estera comune e unitaria». Inevitabile ricordare, infine, come l’autore abbia intervistato quindici esperti, sia italiani che internazionali, le cui opinioni, talvolta contrastanti ma sempre ben documentate ed esposte in modo stimolante, impreziosiscono la lettura.


[1] Per approfondire, si veda: Marco Aime e Andrea de Georgio, Il grande gioco del Sahel. Dalle carovane di sale ai Boeing di cocaina, Bollati Boringhieri, Torino 2021.

Scritto da
Lorenzo Pedretti

Nato a Bologna nel 1990. Nel 2015 consegue la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Scuola di Scienze Politiche “Roberto Ruffilli” dell’Università di Bologna, con tesi su “Immigrazione e stato sociale in Germania e in Italia negli anni Novanta e Duemila”. Nel 2016 completa il Master in cooperazione internazionale di ISPI a Milano. Nel 2017-2018 svolge il servizio civile in Senegal. Attualmente vive e lavora a Torino. Particolarmente interessato al tema delle migrazioni internazionali, ha vinto la Targa Athesis, nel quadro del Premio di Natale UCSI 2019, per un articolo sulla migrazione di ritorno dall’Italia al Senegal scritto insieme alla giornalista Giulia Paltrinieri e pubblicato su «La Stampa». Ha scritto anche per «Altreconomia», «The Bottom Up», «Policlic» e per «Resistenza e Nuove Resistenze» (periodico di ANPI Bologna).

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