Recensione a: Benedetta Tobagi, La Resistenza delle donne, Einaudi, Torino 2022, pp. 376, 22 euro (scheda libro)
Scritto da Lorenzo Cattani
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Nelle scienze sociali è da tempo radicata l’idea che nell’analisi di qualunque fenomeno sociale sia fondamentale discutere il “posizionamento” del ricercatore. L’idea trova le sue radici nelle riflessioni sulla debolezza epistemologica delle scienze sociali, che non solo non possono impiegare il metodo scientifico in senso stretto, ma non possono nemmeno ignorare il problema del coinvolgimento del ricercatore nel fenomeno stesso che sta studiando.
Molto spesso, però, il posizionamento viene ridotto a una questione di identità: chi studia dichiara di essere una donna, un uomo bianco, un ricercatore occidentale, e ritiene con questo di aver risolto il problema della parzialità del proprio punto di vista. Un dibattito recente ha mostrato che queste dichiarazioni raramente fanno il lavoro che si prefigurano di fare[1]. La disclosure identitaria non dice nulla su come è stata costruita la struttura della conoscenza su un dato fenomeno, né su quali domande sono state poste e a partire dall’esperienza di quali gruppi sociali. Coerentemente cona la cosiddetta standpoint theory, potremmo dire che la domanda più produttiva non è chi studia, ma da quale gruppo sociale si sceglie di indirizzare la propria analisi, perché quella scelta determina quali strutture di potere diventano visibili e quali restano nell’ombra[2].
È precisamente questa la scelta che compie Benedetta Tobagi nel suo La Resistenza delle donne (Einaudi). Tobagi avrebbe potuto guardare alla Resistenza dal punto di vista degli uomini che hanno deciso di prendere le armi e ribellarsi al regime fascista: è quella la prospettiva da cui è stata costruita, per decenni, la conoscenza storica di quel fenomeno. Sceglie invece di raccontare la stessa vicenda dal punto di vista delle donne, e ciò che emerge è un ritratto della Resistenza profondamente diverso. Non è una semplice “aggiunta” a ciò che già sappiamo, ma una prospettiva che aiuta a capire perché nella Resistenza siano veramente rintracciabili le radici dell’Italia repubblicana di oggi.
La differenza principale con gli uomini è che, come sottolinea Anna Bravo, le donne della Resistenza furono le sole vere volontarie. Sugli uomini gravava lo spettro della coscrizione obbligatoria della Repubblica Sociale: di fronte alla leva, si poteva aderire, disertare, o darsi alla macchia. Le donne non erano chiamate da nessuna leva. Potevano, anzi, dovevano, rimanere spettatrici, era quello che la cultura dominante si aspettava da loro, eppure scelsero.
Resistenza ed emancipazione femminile
La Resistenza delle donne è innanzitutto un processo emancipatorio, che tocca una serie di temi cruciali vent’anni prima della nascita del movimento per i diritti civili e della seconda ondata di femminismo. Potremmo dire che questo processo trova subito espressione nel rifiuto delle “sfere separate”, vero pilastro della cultura patriarcale, che il fascismo aveva ulteriormente rafforzato in quegli anni. Di grande interesse è notare che questa emancipazione non può essere ricondotta al rapporto che le donne hanno con il lavoro di cura all’interno della Resistenza.
Da un lato, la cura è un aspetto fondativo della Resistenza italiana, dal momento che la prima forma di resistenza civile nasce proprio dallo spazio domestico. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, migliaia di donne aprono le porte di casa, sfamano, nascondono, vestono i soldati sbandati. È quello che Anna Bravo ha chiamato il “maternage di massa”: l’istinto di cura che travalica i legami di sangue, e diventa atto politico. Tobagi mostra con precisione quanto questa rete spontanea sia stata decisiva: il maternage produce una tale emorragia di potenziali reclute che Mussolini è costretto già in ottobre a emanare un decreto che punisce con la morte chi nasconde militari nemici. Gran parte di quegli uomini salvati dalle donne nell’autunno del 1943 avrebbe composto, nei mesi successivi, i quadri della Resistenza armata. Inoltre, operazioni legate ad attività tipicamente classificate come “femminili” permettono alla Resistenza di dotarsi di una spina dorsale logistica, senza la quale “la guerriglia non potrebbe sopravvivere”, come scrive Tobagi. I Gruppi di Difesa della Donna (GDD) arrivano a coinvolgere circa 70.000 donne, e organizzano assalti ai forni e ai convogli di farina, cuciono divise con la seta dei paracadute recuperati, raccolgono medicinali. Tutte azioni fondamentali per poter mantenere operativa la Resistenza. Di queste donne si conoscono meno nomi noti rispetto a chi ha fatto la staffetta o ha partecipato alle azioni militari in montagna, ma senza questa massa anonima di donne la Resistenza non sarebbe sopravvissuta.
Allo stesso tempo, le donne iniziano ad assumere anche ruoli militari che nessuna convenzione sociale le aveva preparate a svolgere. Lo si vede innanzitutto guardando alle staffette, termine che Tobagi mostra essere già “miniaturizzato” nel nome stesso. Agli uomini che svolgevano le stesse funzioni si riservava infatti il titolo di “ufficiali di collegamento”, dal momento che le mansioni svolte sono quelle di chi occupa un ruolo rilevante nella gerarchia militare. Le staffette trasportano messaggi cifrati, esplosivi e fanno da scorta a comandanti alleati; effettuano ricognizioni, predispongono mappe, raccolgono informazioni di intelligence infiltrandosi tra le fila nemiche. Emblematico è il caso di Lucia Boetto Testori, che guida in sicurezza intere reti clandestine attraverso quattordici posti di blocco senza che nessuno venga mai catturato, al punto che il colonnello Stevens delle forze speciali britanniche insiste per averla come scorta personale.
Ma oltre le staffette ci sono le comandanti. Sono più di cinquecento le donne che conquistano posizioni di comando militare, alla guida di squadre composte in prevalenza di uomini, scrive Tobagi. Elsa Oliva, nome di battaglia Elsinki, è forse l’esempio più folgorante di come una donna potesse guidare uomini in combattimento interpretando l’autorità al di fuori delle convenzioni che la cultura del tempo imponeva a entrambi i sessi. Scrive Tobagi che Oliva, comandante severa ma amatissima dai suoi, dovette confrontarsi con un soldato che aveva paura di uccidere. Invece di umiliarlo, lo affiancò a sé come porta-medicazioni. La stessa Oliva, durante l’inverno del 1944, si impegnò anche ad ottenere il diritto di portare i pantaloni per le donne della sua formazione (poi negato da un ordine dei vertici per motivi di “decenza”).
C’è però una terza dimensione dell’emancipazione, forse più inattesa: quella del corpo. Per passare inosservate ai posti di blocco e apparire innocue agli occhi del nemico, le partigiane iniziano a truccarsi, a vestirsi con cura, e usare la sensualità come travestimento. È una tattica precisa: i fascisti e i nazisti si aspettavano che le partigiane fossero “sottoproletarie straccione”, e dunque bisognava, come insegnava Carla Capponi, andare “sempre ben truccate, ben vestite e con l’aria sicura di sé”. Il tailleur sartoriale, l’abitino a fiori, quella che Tobagi chiama la “mise ultra-femminile” diventano così armi operative. Questo però produce un effetto collaterale che nessuno aveva previsto: costringe queste donne a fare i conti con un corpo che la loro educazione aveva insegnato a nascondere. Le protagoniste ricordano che quella formazione “nemmeno fascista, ma addirittura ottocentesca”, aveva inculcato un senso del pudore esasperato, in cui la nudità era una vergogna da evitare a tutti costi, persino nell’intimità del quotidiano. Teresa Mattei, gappista tra Roma e Firenze e poi tra le ventuno donne elette all’Assemblea Costituente nel 1946, racconta con grade ironia che “l’unica volta che ho messo il rossetto in vita mia è stato per mettere una bomba”.
La Resistenza come laboratorio del futuro
La Resistenza è anche un laboratorio in cui si producono, in forma embrionale, alcuni degli elementi che guideranno le riforme dei governi repubblicani e che hanno contribuito a costruire l’Italia di oggi.
Il primo elemento fondamentale è quello dell’accesso ad istruzione e formazione. La stragrande maggioranza delle donne che partecipa alla Resistenza proviene da strati sociali che avevano avuto accesso limitatissimo all’istruzione: mondine, operaie, contadine con appena la licenza elementare, spesso nemmeno quella. La Resistenza le introduce per la prima volta a pratiche collettive di formazione politica: leggere e discutere insieme, prendere la parola in pubblico, riflettere criticamente sulla società in cui vivono. “Mi son trovata a leggere dei libri, ad andare a delle riunioni, a partecipare a delle discussioni che sono state per me molto positive. Mi ha aperto molto, dopo mi sono aperta di più io stessa, come carattere”, racconta Livia Vezzani, mondina e poi staffetta. Tobagi mostra come questa non sia un’esperienza isolata ma una prassi organizzata: nelle basi partigiane le “ore politiche” erano parte integrante della vita quotidiana, affiancate ai compiti operativi. Era “piantare semi per il futuro”, come Antonio Gramsci aveva spiegato a Lucia Canova negli anni della clandestinità antifascista. Teresa Vergalli, staffetta di sedici anni che aveva abbandonato la scuola un anno e mezzo prima, si trova a tenere lezioni su storia d’Italia, economia politica e materialismo storico a partire da dispense preparate, tra gli altri, da Giuseppe Dossetti. “Come mai mi seguissero me ne meravigliavo”, ricorda. Ada Gobetti, che aveva visto passare per le sue mani decine di ragazze reclutate nei GDD, annota con emozione come arrivassero “poco più che bambine, sprovvedute, digiune di qualsiasi esperienza” e in pochi mesi diventassero “giovani donne intraprendenti, capaci di prendere la parola, di farsi valere.”
Osservare l’esperienza delle donne, quindi, ci permette di guardare alla Resistenza anche come laboratorio di democratizzazione del sapere, in cui persone di estrazione e istruzione radicalmente diverse si trovarono a pensare e discutere insieme per la prima volta. Un processo che l’Italia avrebbe conosciuto su scala più ampia solo nei decenni successivi, con l’espansione della scuola media e l’alfabetizzazione di massa. Il punto di vista delle donne, insomma, non aggiunge un capitolo alla storia della Resistenza, ma ne illumina una dimensione che altrimenti resterebbe nell’ombra.
Il secondo elemento è l’inizio della ridiscussione dei confini della famiglia, una rottura molto forte per l’Italia di quegli anni dove la cultura cattolica aveva un’influenza fortissima sulle presupposizioni e le attitudini relativamente a come fosse strutturata la “famiglia tipo”. La vita partigiana crea condizioni del tutto inedite: uomini e donne che non si erano mai frequentati si trovano a condividere per mesi gli stessi spazi. Le coppie di fatto diventano una realtà tacitamente accettata, al punto che Tobagi annota come non avessero “più bisogno dell’anello per poter dormire insieme senza nascondersi agli occhi dei comandanti”. Quando si celebrano matrimoni, lo si fa in municipio, senza passare dalla chiesa: Maria Anselma e Amilcare Ghibellini pronunciano i loro voti nuziali presso il municipio di Alba il 28 ottobre 1944, con i compagni col mitra a fare ala agli sposi.
Questi cambiamenti erano indubbiamente figli della straordinarietà delle circostanze determinata dalla guerra e, infatti, serviranno molti anni prima che tali situazioni vengano normalizzate, come mostra il caso di Teresa Noce. Deputata, ex partigiana, deportata a Ravensbrück, scopre nel 1953 da un trafiletto di giornale che il marito Luigi Longo, vicesegretario del Partito Comunista Italiano, aveva ottenuto l’annullamento del matrimonio a San Marino, falsificando persino la sua firma. Bisognerà aspettare la legge Baslini-Fortuna del 1970 per il divorzio, e molto più a lungo perché il matrimonio civile diventasse una scelta diffusa. Ma la Resistenza aveva già vissuto, almeno in quell’esperienza condivisa e irripetibile, una concezione del legame sentimentale e familiare slegata dalla benedizione ecclesiastica, cominciando allo stesso tempo a tollerare l’idea che le coppie potessero vivere senza necessariamente sposarsi. Se l’articolo 29 della Costituzione non contiene la parola “indissolubile” quando descrive il matrimonio, lasciando così uno spiraglio cruciale all’approvazione della legge sul divorzio ventitré anni dopo, forse lo si deve anche al piccolo, fragilissimo, cambiamento avvenuto in quei diciotto mesi di guerra, durante i quali si è cominciato a tollerare che una coppia non diventasse tale solo con il matrimonio.
La Resistenza e il dominio maschile
La Resistenza non è stata solo foriera di grandi cambiamenti, ma anche di continuità che non è stata in grado di superare. Tobagi discute infatti come nella Resistenza si siano riprodotte anche logiche e narrazioni su cui si fonda il dominio maschile. Due questioni emergono con particolare forza, rilevanti perché rimane moltissima strada da fare anche nel nostro presente: la narrazione fatta attorno alle donne vittime di violenza sessuale durante la guerra, e la sistematica invisibilizzazione e svalutazione del contributo femminile alla lotta di liberazione una volta che questa si è conclusa.
Tobagi dedica un’intera sezione alla retorica che si era costruita attorno alle violenze sessuali, che ne rendeva quasi impossibile la denuncia. Il modo in cui le forze del CLN parlavano delle violenze sessuali riproduceva infatti quello spirito che fino al 1996, come ricorda Tobagi, ha inquadrato la violenza sessuale come un reato contro la morale e non contro la persona. La retorica resistenziale celebrava infatti le donne che facevano di tutto per impedire di essere stuprate da soldati nemici. Un volantino dell’epoca distribuito dal PCI celebrava una contadina bolognese che aveva resistito per tre ore a un soldato tedesco che aveva tentato di stuprarla, concludendo che “il suo onore ha trionfato sull’immonda lussuria del barbaro” e indicandola come “l’esempio tipico della vera italiana” e “una vera ed autentica proletaria”, un modello da imitare. Questa retorica costruiva uno stigma fortissimo sulle donne che avevano subito violenza sessuale e non erano riuscite a “resistere fino all’ultimo”. Il silenzio che ne seguiva era totale e duraturo. La violenza sessuale restò così una delle pagine più rimosse della Resistenza, sepolta sotto una retorica dell’onore che operava quei meccanismi di colpevolizzazione di cui ancora non ci siamo liberati.
Allo stesso tempo, quando finisce la guerra si osserva subito un movimento teso a sminuire il contributo che le donne hanno dato alla Resistenza, una dinamica storicamente avvenuta in quasi ogni aspetto della vita sociale, che l’esperienza resistenziale non è stata in grado di superare. Un processo di invisibilizzazione che inizia letteralmente pochi momenti dopo la fine della guerra. Come afferma Tobagi “l’epurazione delle donne dalla memoria pubblica della guerra partigiana comincia proprio con le sfilate della Liberazione”. La ragione ufficiale è la preoccupazione per l’immagine pubblica della Resistenza, dato il diffuso pregiudizio sull’immoralità delle donne “andate in banda coi partigiani”, che si riteneva potesse screditare l’intera lotta di liberazione. A Torino i comandanti delle Brigate Garibaldi ordinano alle donne di non partecipare alle sfilate, mentre a Milano a molte viene chiesto di marciare con la fascia da infermiere, ruolo socialmente accettabile, anche se avevano imbracciato il fucile o condotto missioni come ufficiali di collegamento. Tobagi menziona il caso di Tersilla Fenoglio, nome di battaglia Trottolina, a cui fu impedito di partecipare alle sfilate del 25 Aprile perché “la gente non sa cosa hai fatto in mezzo a noi e noi dobbiamo qualificarci con estrema serietà”. Ecco che nel discorso pubblico le donne tornano ad essere dipinte come angeli del focolare, mogli, madri, sorelle, o vedove di partigiani, mostrando tutta la solidità del dominio maschile come schema di dominio.
Quando arrivano i riconoscimenti ufficiali, il quadro non migliora. Delle diciannove donne decorate con la medaglia d’oro al valor militare per il contributo alla Resistenza, solo quattro erano ancora in vita (la partigiana migliore, annota Tobagi, è quella morta). E quando si tratta di motivare quelle onorificenze, la lingua dell’eroismo si rivela irrimediabilmente maschile. Gina Borellini, a cui dopo le torture era stata amputata una gamba, viene premiata per le “frequenti e luminose prove di virile coraggio”. Maria Teresa Regard, nome di battaglia Piera, ricevette la medaglia d’argento per il “contegno virile ed esemplare” tenuto durante gli interrogatori. Regard protestò per l’uso della parola “virile”, chiedendo che venisse rimossa dal testo.
Questo percorso è lucidamente descritto da Ada Gobetti alla fine di Diario partigiano, quando scriveva che cominciava una fase dove bisognava combattere “non più contro la prepotenza, la crudeltà e la violenza, facili da individuare e da odiare, ma contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire. E si trattava inoltre di combattere tra di noi e dentro noi stessi, non per distruggere soltanto, ma per chiarire, affermare, creare; per non abbandonarci alla comoda esaltazione di ideali per tanto tempo vagheggiati, per non accontentarci di parole e di frasi, ma rinnovarci tenendoci ‘vivi’.” Parole che rimangono estremamente attuali nell’indicare ciò che la Resistenza non è riuscita ad ottenere.
Possiamo dire che nella Resistenza troviamo le radici dell’Italia di oggi. Tuttavia, la Resistenza delle donne probabilmente rivela qualcosa in più al riguardo. Ci suggerisce che l’eredità della Resistenza è anche nelle cose che non ha saputo cambiare o nelle promesse che, parafrasando Piero Calamandrei, devono ancora essere mantenute dalla nostra Costituzione. La Resistenza ha infatti creato dei solchi affinché le generazioni successive potessero cambiare ciò che padri e madri fondatrici non avevano realizzato. Tenerli aperti, tornarci, spingersi più avanti, è l’unico modo per mantenere viva la nostra democrazia e anche lo spirito di chi, in quei diciotto mesi, scelse di non stare a guardare.
[1] Kendall A. King, Promises and Perils of Positionality Statements, «Annual Review of Applied Linguistics», 44, 2024, pp. 118-125; Michalinos Zembylas, Rethinking positionality statements in research: from looking back to building solidarity, «International Journal of Research & Method in Education», 48(5), 2025, pp. 466-478; Jasmine K. Gani e Rabea M. Khan, Positionality Statements as a Function of Coloniality. Interrogating Reflexive Methodologies, «International Studies Quarterly», 68(2), 2024, pp. 1-13; Elizabeth Anderson, Feminist Epistemology and Philosophy of Science, in Stanford Encyclopedia of Philosophy, Stanford (CA) 2024.
[2] Sandra Harding, Whose Science? Whose Knowledge? Thinking from Women’s Lives, Cornell University Press, Ithaca (NY) 1991; Patricia Hill Collins, Black Feminist Thought. Knowledge, Consciousness, and the Politics of Empowerment (2nd ed.), Routledge, New York 2000.