“La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore” di Carlo Greppi
- 09 Gennaio 2021

“La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore” di Carlo Greppi

Recensione a: Carlo Greppi, La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore, UTET, Torino 2020, pp. 272, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Calogero Laneri

5 minuti di lettura

Intervenendo nella polemica suscitata dalla paventata soppressione della traccia di storia all’esame di Stato, David Bidussa, accademico attento ai temi della diffusione del sapere storico, puntava i riflettori sul generale paradosso che caratterizzava la disputa. Da un lato, evidenziava lo storico, le istituzioni possono decidere che la storia si può anche liquidare in quanto genere che tra gli studenti non ha grande seguito; dall’altro, tuttavia, l’esplosione di fenomeni come quello del portale Antenati[1], testimoniano che, seppur attraverso ben altri canali, la storia un seguito è ancora capace di raccoglierlo. A partire da tale contraddizione, nelle conclusioni dell’articolo dall’emblematico titolo Maturità 2019, impariamo a insegnare la Storia, Bidussa si faceva promotore di un’idea di narrazione storica per la quale le domande sono più rilevanti delle risposte: soprattutto se queste ultime hanno l’ambizione di essere definitive. «Il bravo storico – si legge – è insomma uno che ha al massimo la possibilità di proporre la penultima parola e di insegnare che appunto avere la penultima parola non è un difetto, o una mancanza, ma è la consapevolezza che il dossier non è chiuso. Perché uno storico non è un giudice. E nemmeno un ideologo. Anche questo è, a suo modo, una funzione civile dell’insegnamento della storia. Forse non solo della storia»[2].

Da premesse non dissimili muove Carlo Greppi nel suo La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore edito da UTET[3]. Al contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare dall’enfasi del titolo, sin dalle prime pagine il giovane studioso rifugge dalla retorica che troppo spesso, in anni recenti, ha accompagnato le difese “d’ufficio” della disciplina storica. Per Greppi, difatti, la storia non è qualcosa di positivo di per sé giacché, se intesa come mera esposizione di fatti che in qualche modo dovrebbero tornarci utili nel nostro presente, essa sostanzialmente non esiste: e se esistesse, aggiunge l’autore, sarebbe davvero poco interessante. Lontano, dunque, da una certa apologia semplificatoria dell’antico adagio historia magistra vitae, per Greppi la storia è innegabilmente quello che vediamo se guardiamo indietro, ma sono le modalità attraverso le quali si svolge questo esercizio a determinarne un’eventuale funzione sociale. La storia, insomma, «è positiva solo se, anche per vie tortuose, arriva a farci capire come siamo fatti, cosa possiamo essere e cosa rischiamo di diventare. […] la storia è l’eterna lotta tra il bene e il male, forse – fuori e dentro di noi» (p. 10).

A partire da questa chiave interpretativa, principia un cammino introspettivo che si snoda lungo cinque capitoli nei quali il conflitto tra il bene e il male rappresenta il fil rouge che permette all’autore di collegare gli altrettanti tentativi di risposta alla domanda «che cos’è la storia?». Il lungo viaggio è scandito da una ricca raccolta di aneddoti e citazioni che chiamano in causa, per elencare solo alcuni dei nomi più celebri, Erodoto e Marc Bloch, Edward Carr e Carlo Ginzburg, passando per Federico Chabod, Eric Hobsbawm, Lucien Febvre e Jacques Le Goff. In tal senso, più che di un’unica dichiarazione d’amore, il volume si presenta come una vera e propria summa di appassionate lodi al mestiere di storico. Agli sguardi rivolti al pantheon nel quale dimorano i punti di riferimenti dello studioso, fanno da controcanto riferimenti indubbiamente più pop – dal cinema al fumetto, passando per le serie televisive – ma non per questo meno utili al discorso. Il continuo alternarsi delle due dimensioni non determina, tuttavia, una narrazione incoerente; al contrario, la linearità del racconto è garantita da un registro intimo che rende la lettura appassionante sia agli occhi di un addetto ai lavori sia a chi, da neofita, è incuriosito dalla materia. Se rapportarsi con la storia, dicevamo, presuppone innanzitutto il fare i conti con il conflitto tra il bene e il male, lo storico, per Greppi, non può esimersi dall’aggiornare continuamente il proprio universo valoriale. Non si può adagiare, cioè, «su comode immagini semplificate», ma deve necessariamente cercare «il nucleo etico delle questioni», accettando di guardare anche da un’angolatura che potrebbe rivelargli qualcosa che potrebbe financo sconvolgerlo. Fare storia, in altre parole, richiede di destreggiarsi tra i valori embrionali e le granitiche convinzioni dell’uomo cresciuto (pp. 25-28). Il rifiuto per ogni semplificazione manichea, d’altra parte, è un elemento che attraversa il percorso intellettuale di Greppi, che ha dedicato la sua prima opera monografica proprio alla studio della cosiddetta “zona grigia” negli anni della Guerra di liberazione nazionale[4].

Coerentemente con questa impostazione, l’autore non rifugge dal compito, tutt’altro che agevole, di confrontarsi con i nodi più spinosi insiti nella ricerca storica. «Il modo in cui raccontiamo il passato – si legge nel testo – [è] sempre, anche indipendentemente dalle nostre intenzioni, un suo “uso” pubblico» (p. 92). Ineliminabile, cioè, è il rapporto tra l’esercizio storiografico e il giudizio sull’esistente: sia esso di segno positivo o negativo. Di conseguenza, lungi dall’essere mera descrizione di ciò che è stato, nel volume la storia è descritta come un’inchiesta, un viaggio: un’osservazione di una realtà attraverso le tracce che sono giunte sino a noi. E anche Greppi, come già Bidussa, di questa «osservazione della realtà» sottolinea il continuo mutamento, giacché nuove ricerche, messaggere di nuove interpretazioni, contribuiscono costantemente a modificare le narrazioni storiche consolidate. Ciò che vediamo quando ci guardiamo indietro, insomma, dipende essenzialmente dalle nostre conoscenze e dal nostro immaginario: «sono le fonti e le narrazioni, legate indissolubilmente, a produrre l’immagine che abbiamo del nostro passato» (p. 101). Alla questione delle fonti, non a caso, nel libro è dedicato ampio spazio nel quale si rivendica, a più riprese, l’idea per cui nella storia non esiste né oggettività né equidistanza. Dal segmento di passato che si sceglie di indagare all’individuazione delle fonti che si decide di interrogare, fino all’interpretazione che di queste ultime si dà, lo storico, anche se animato da spirito critico, è pur sempre portatore di una visione partigiana. Di conseguenza, credere ad eventi storici esistenti oggettivamente ed indipendentemente dalla mediazione di uno storico non può che rappresentare un ingenuo quanto pericoloso errore.

Con la sua opera, Carlo Greppi ci consegna un appassionato manifesto sul valore civile della storia, il cui portato, a giudizio di chi scrive, è efficacemente riassunto nell’auspicio contenuto in una delle ultime pagine del testo: «dovremmo imparare a immaginarci anche in maniera retrospettiva, a proiettarci in avanti per guardare indietro, a leggere i nostri comportamenti e il presente in cui siamo immersi come se ci dovessimo tornare su, un domani, per giudicare noi per primi il tempo che abbiamo trascorso su questa terra» (p. 222). Non può dunque che essere questa almeno una delle ragioni, probabilmente la più importante, di una possibile funzione sociale della storia. Una disciplina che trova nemici egualmente insidiosi sia in chi vuole rinnegarla sia in chi, convinto di perorarne la causa, la riveste di una sacralità repellente. La storia ci salverà, dunque, ma solo se le consentiremo di farlo.


[1] Il portale, come si legge sul sito, nasce dall’esigenza di rendere consultabile online l’enorme patrimonio documentario degli atti di stato civile esistente negli archivi di Stato del nostro Paese. La digitalizzazione degli stati civili e la loro pubblicazione sul Portale è resa possibile dalla collaborazione tra la Direzione generale degli Archivi del Ministero per i beni e le attività culturali e Family Search, braccio operativo della Genealogical Society of Utah. Si veda Antenati. Gli archivi per la Ricerca Anagrafica.

[2] David Bidussa, Maturità 2019, impariamo a insegnare la Storia, in «Il Sole 24 Ore», 28 febbraio 2019.

[3] Carlo Greppi è nato a Torino nel 1982. Storico e scrittore, è socio fondatore dell’associazione Deina, collaboratore di Rai Storia e membro del Comitato scientifico dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri (ente che coordina la rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea in Italia). Tra i suoi ultimi lavori figurano 25 aprile 1945 (Laterza 2018), L’età dei muri. Breve storia del nostro tempo (Feltrinelli 2019), La storia sei tu. 1000 anni in 20 nonni (Rizzoli 2019) e L’antifascismo non serve più a niente (Laterza 2020).

[4] Si fa qui riferimento a Id., Uomini in grigio. Storie di gente comune nell’Italia della guerra civile, Feltrinelli, Milano 2016.

Scritto da
Calogero Laneri

Ha conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche presso l’Università di Bologna. Attualmente è Dottorando di ricerca in Scienze politiche all’Università di Pisa. I suoi interessi di ricerca ruotano intorno alla storia della sinistra italiana.

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