“La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica” di Sorba e Mazzini
- 05 Febbraio 2022

“La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica” di Sorba e Mazzini

Recensione a: Carlotta Sorba e Federico Mazzini, La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica, Laterza, Roma-Bari 2021, pp. 184, 18,00 euro (scheda libro)

Scritto da Federico Perini

10 minuti di lettura

Per chi intendesse approfondire in che modo le traiettorie storiografiche del Novecento abbiano cambiato la nostra percezione del passato, il volume di Carlotta Sorba e Federico Mazzini è una lettura necessaria. Grazie ad un approccio che sintetizza, attua e critica le varie prospettive metodologiche presentate, inserendo degli apprezzabili e costanti approfondimenti testuali, gli autori raggiungono il loro obiettivo, ovvero colmare quella che individuano essere la più grande lacuna oggi presente nei percorsi formativi universitari ad indirizzo storico. Infatti, i corsi di laurea in Storia risultano essere troppo spesso carenti di insegnamenti di stampo teorico-metodologico, i quali risultano essere una componente indispensabile per una corretta professionalizzazione destinata a coltivare «un sapere critico e interpretativo» del passato, la cui analisi non si può ridurre ad un mero «scavo antiquario ed erudito» di fonti[1].

Davanti al rischio di un sempre più imperante «feticismo d’archivio», così come di un «dominio assoluto della narrazione cronologica» e della «resistenza ad ogni contaminazione interdisciplinare», i due autori fanno proprie le critiche espresse dal pamphlet Theses on Theory and History[2], e presentano al lettore la «svolta culturale» generata dall’intersezione delle traiettorie storiografiche sviluppatesi a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. Per farlo, essi ne individuano le premesse nell’incontro tra la scuola degli Annales e il marxismo britannico degli anni Sessanta, i quali, superando l’evenemenzialità di rankiana memoria, permisero alla società occidentale di istituzionalizzare, alle soglie del Sessantotto, un nuovo modo di concepire il passato, in cui i «dimenticati» e gli «oppressi», nonché l’«attrezzatura mentale» della società, divennero i protagonisti della narrazione storica.

Con simili considerazioni sullo sfondo, i due storici presentano la prima «svolta» storiografica, quella attuata sul piano del linguaggio dal post-modernismo, di cui Hayden White e Roland Barthes sono individuati come i più illustri rappresentanti. Attraverso uno stile analitico e denso di esempi immersivi e calzanti, il linguistic turn viene analizzato nella misura in cui, attraverso il volume Metahistory, White ha contribuito a gettare luce su come la scrittura storica, nonostante le pretese di oggettività e scientificità, sia una pratica di «carattere» tendenzialmente «poetico». In altre parole, ciò che viene analizzato, è come lo storico operi in ogni sua narrazione una «scelta» di fatti realmente accaduti da analizzare, i quali vengono «intramati» insieme in una forma destinata a legare illusoriamente il lettore con il passato. In questo senso, secondo Barthes, l’oggettività deriverebbe dal principio secondo cui lo storico, in quanto narratore onnisciente, si distacca dalla propria narrazione, facendole acquisire di conseguenza autorità tramite le fonti. Proprio quest’ultime, secondo White, sarebbero “mute”, nel senso che i documenti non hanno in sé un significato piuttosto che un altro, ragion per cui l’«ideologia» dello storico (esplicata dalla «teoria dei tropi») risulterebbe l’elemento fondamentale per interpretare i fatti, che altrimenti assumerebbero la forma di una semplice cronaca.

Riportando le critiche più accese al post-modernismo, i due autori proseguono il loro percorso nella storiografia di fine Novecento analizzando la «svolta antropologica» operata da Clifford Geertz. Illustrando il concetto di «antropologia interpretativa», secondo cui non esiste una sola spiegazione dei fenomeni culturali, bensì una molteplicità, il focus del capitolo sembra essere quello di voler illustrare come la Storia stringa, a partire dagli anni Settanta, un legame indissolubile con l’Antropologia, inaugurando con Marshall Sahlins e Robert Darnton, una pratica storiografica capace di recepire il soggettivismo post-moderno nella misura in cui esso sia funzionale a maturare la consapevolezza di come, per comprendere un evento storico, si debba avere coscienza del linguaggio che si usa in relazione al contesto etnografico di riferimento.

A scardinare l’impianto soggettivista tipico delle prime due storiografie analizzate è Michel Foucault. Affermando nel 1969 come non importi, in fondo, chi scriva un testo, l’«archeologo del sapere» vuole provocatoriamente mettere in risalto il contenuto stesso dell’opera storiografica, considerando l’autore alla stregua di una «etichetta che usiamo per attribuire coerenza a una serie di scritti». In questa prospettiva, consci della difficoltà di sintetizzare l’opera di un pensatore così poliedrico e duttile, i due autori presentano la «svolta» foucaultiana come quell’attitudine a valorizzare, nel corso di uno studio, la «definizione del sistema di gioco di regole sociali, culturali ed istituzionali e politiche che permettono agli individui, in un determinato periodo storico, di parlare». La nozione cardine attorno a cui ruota tutto ciò è quella di «potere», che il filosofo francese rivoluziona sostenendo come esso sia «diffuso» nella società attraverso sistemi coercitivi più o meno evidenti, atti a stabilire quotidianamente una determinata «organizzazione del sapere».

Prendendo le mosse da tali considerazioni, Sorba e Mazzini adottano un approccio filologico, analizzando l’evoluzione del pensiero di Foucault attraverso i suoi testi principali. Dall’analisi della follia in quanto elemento che consente di esercitare il «potere di definire la normalità», gli autori passano a spiegare in modo chiaro il concetto di «episteme», per poi giungere al significato stesso dell’«archeologia del sapere». Definendola come quell’approccio volto a «svelare i limiti di quanto è pensabile e dicibile» in un contesto sociale, l’analisi del metodo foucaultiano viene inquadrato nell’idea stessa che il filosofo francese ha della Storia. Essa infatti, in una concezione che allora entrava nettamente in polemica con lo storicismo, procede per «strappi», motivo per cui devono essere i caratteri di discontinuità tra le epoche ad essere oggetto di una particolare analisi. Tuttavia, ad essere analizzati, non devono essere quei fatti eclatanti attraverso cui si determina un peculiare momento di passaggio (come ad esempio la presa della Bastiglia per la Rivoluzione francese o l’assassinio di Sarajevo per la Prima guerra mondiale), quanto quelle mutazioni che soggiacciono lente ma costanti all’interno della società e che, quando raggiungono una «massa critica», esplodono, manifestandosi in tutta la loro imponenza.

Presentando inoltre la seconda fase della parabola intellettuale foucaultiana, incentrata su una metodologia «genealogica» di stampo nietzschiano[3], i due autori concentrano la propria analisi su una delle prospettive più rivoluzionarie inaugurate da Foucault, quella della «storia della sessualità». Ad essere esposto nel dettaglio è il concetto di «biopotere», con il quale si intende quella coercizione sottile e sistematica che lo Stato esercita sui cittadini al fine di regolarne la vita e la normalità biologica.

Infine, l’analisi dell’opera foucaultiana fornisce agli autori la possibilità di introdurre due delle «svolte» storiografiche più esemplificative del cambio di paradigma culturale in atto ancora oggi nella società occidentale e non: la storia di genere e quella post-coloniale. Identificandone la matrice metodologica nel pensiero del filosofo francese, essi si soffermano in particolare sul ruolo che gli studi di Edward Said e Dipesh Chakrabarty hanno giocato nello scardinamento dell’eurocentrismo storiografico.

Oltre agli approcci appena illustrati, viene analizzata anche l’esperienza della «microstoria» italiana, iniziata negli anni Settanta e ancora oggi oggetto di un acceso dibattito. Se si volessero fornire delle coordinate testuali, è sicuramente con il volume Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del Cinquecento che Carlo Ginzburg inaugurò, nel 1976, tale pratica storiografica, la quale si sarebbe prefissata l’obiettivo di sviluppare un «paradigma indiziario» che andasse a recuperare gli «scarti» e i «dati marginali», considerandoli come «rivelatori» di processi storici rimasti sotto traccia nelle narrazioni convenzionali. In questo modo, si sarebbe restituita «densità al passato», riportando, dopo Foucault, l’attenzione sull’agency individuale nella misura in cui i fenomeni culturali, politici e sociali hanno condizionato la vita di ogni singola persona nel corso delle epoche.

Intrecciando tale prospettiva con la world history[4], in un modo teso ad esplicare come sia necessario fornire delle analisi dei fenomeni storici capaci di renderne la complessità tanto a livello locale che globale, l’attenzione di Sorba e Mazzini si sposta sulla «svolta» sociologica attuata da Pierre Bourdieu, che, nell’intento di forgiare una «scienza sociale unificata» concentrò il proprio lavoro nello studio dei «meccanismi di riproduzione delle gerarchie sociali», fornendo un impianto metodologico capace di superare molte delle tendenze allora egemoni. In particolare, a venir criticato era il senso marxiano del concetto di classe, il quale fu considerato non più come uno schema fisso di analisi sociale, bensì come una categoria interpretativa che, per essere colta (e accolta), doveva necessariamente essere studiata contestualizzandola nella storia dell’Ottocento. Anche il concetto di «capitale», che Marx legava essenzialmente a fattori economici venne riformato dal sociologo francese. Infatti, come spiegato dagli autori, egli lo intese nel «senso di risorsa», declinandolo al plurale. Diventavano così dei «capitali simbolici» a disposizione dell’individuo sia la cultura posseduta che la rete di conoscenze, le quali, combinate proporzionatamente al capitale economico, generavano dei «rapporti di dominio» all’interno della società, tali da fornire alle generazioni future un preciso e inconscio «habitus» cognitivo.

L’ultimo capitolo, risulta infine incentrato sulla metodologia storica proposta da Michel De Certeau. Anche lui intellettuale poliedrico e di difficile collocazione disciplinare, che attraverso l’analisi del «quotidiano» ha rivelato come nel vissuto di ogni singolo individuo giochino un ruolo determinante le «tattiche» che esso adotta inconsciamente per appropriarsi di spazi che altrimenti sarebbero stati concepiti dal potere, attraverso delle «strategie», per un uso diverso: è il caso di una panchina utilizzata come luogo di studio in assenza di aule libere o di un garage come luogo di culto in assenza di un luogo ufficialmente dedicato. In ciò, risulta nuovamente protagonista l’individuo, il quale fa «cominciare» la storia quando decide di «mettere da parte», trasformandoli in documenti, «alcuni oggetti suddivisi in altro modo».

Come costruire tuttavia una narrazione storica tale da risultare scientificamente valida e allo stesso tempo accessibile anche ai “non addetti ai lavori”? Per rispondere a questo interrogativo, i due autori analizzano l’attuale contesto socio-economico, il quale risulta essere caratterizzato dalla presenza di una particolare forma di «bulimia storica», in cui «la richiesta di narrazioni del passato attraversa con una forza inedita il mercato culturale». Uno scenario eterogeneo, al cui interno, soggetti diversi richiedono narrazioni diverse a seconda delle proprie esigenze. Infatti, oltre a quelle di stampo accademico, è andata ampliandosi negli ultimi decenni una sempre più corposa domanda di narrazioni storiche meno impegnate, in cui prevalessero quegli elementi capaci di coinvolgere il lettore o lo spettatore. Una dinamica questa che immette nella società civile le più «diverse e inattese» forme di narrazione, le quali contribuiscono a far diventare la Storia «una sorta di merce culturale estremamente pervasiva che viene consumata soprattutto nelle forme dell’intrattenimento e dell’heritage». Una public history dunque, che per il fatto di risultare il più delle volte carente di un apparato critico, rischia di degenerare in «fake news» nel momento in cui cerca di venire incontro alla domanda di narrazioni sempre più spettacolari e stupefacenti. Riprendendo la trattazione proposta da Enzo Traverso[5], Eduardo González Calleja e Carmine Pinto[6], è possibile infatti identificare, quale motore del processo di falsificazione del racconto storico, la tendenza di una cospicua fetta di pubblico a richiedere narrazioni volte a presentare “scoperte sempre nuove”. Infatti, la Storia risulta essere sempre più fraintesa dalla cultura di massa come una disciplina volta non a studiare criticamente il passato in base alle fonti che esso ci rende disponibili, bensì soltanto a scoprirlo. Una concezione che riflette la particolare egemonia nel mondo dell’intrattenimento di quello che si potrebbe chiamare “fascino della scoperta”. Infatti, se si prendono in esame alcune tra le più diffuse pubblicazioni divulgative o alcuni tra i più seguiti canali televisivi a tema storico, si osserverà come i contenuti che essi propongono risultino tendenzialmente costruiti in modo tale da avere come momento massimo di spannung la scoperta di un “qualcosa” che, se non è radicalmente “rivoluzionario” rispetto alle conoscenze attuali, per lo meno sembra essere curioso e originale rispetto al nostro presente.

In certi casi, l’esasperazione di simili dinamiche ha creato un intero filone contenutistico volto a soddisfare il “fascino della scoperta”, il quale, per adempiere a tale scopo, ha ricorso deliberatamente allo strumento dell’invenzione storica. Come sottolineato da Sorba e Mazzini, ciò è stato possibile in particolare grazie all’avvento dei social media, grazie ai quali hanno potuto proliferare tutte quelle teorie «cospirative e complottistiche» che si sono servite della narrazione storica a mo’ di veicolo capace di diffondere nell’opinione pubblica la «menzogna come strumento politico»[7].

Se si rapportano simili questioni al più ampio dibattito filosofico volto ad indagare le forme che la verità assume nella sfera pubblica delle società contemporanee, risulta interessante osservare come anche la veridicità di una «ricostruzione storica» risponda alle dinamiche della «post-truth» analizzata da Lee McIntyre. Per il filosofo statunitense infatti, nell’opinione pubblica attuale agiscono delle dinamiche per cui si tende a conferire ad una notizia un valore di verità non sulla base di prove o dati scientifici, bensì sulla base del suo livello di popolarità. In altre parole, una news risulta vera non in quanto tale, ma in base a quanta audience e spazio sui media riesce ad ottenere. Conferire infatti pari se non superiore visibilità al falso come al vero, porterebbe lo spettatore a dubitare inconsciamente delle proprie certezze, inducendolo a paventare il falso non più come tale[8].

Ricordando tuttavia come l’«operazione storica» non abbia pretese inequivocabili di verità, ma agisca secondo delle «procedure» atte ad affermare una «tensione verso il vero»[9], è possibile osservare, sulla base del dispositivo descritto da McIntyre, come il proporre narrazioni edulcorate da necessità politiche o di intrattenimento in modo equivalente a quelle più scientificamente impegnate, rischia di generare una situazione per cui l’opinione pubblica sia portata a mettere in discussione «la veridicità o meno delle indagini che si compiono sul passato». Uno scenario questo, che come sottolineato da Sorba e Mazzini, «pone con un’urgenza diversa rispetto al passato il tema della fiducia nella ricostruzione storica».

In conclusione, è dunque possibile considerare La svolta culturale non solo come un lavoro volto a colmare lacune presenti nel mondo accademico italiano, bensì anche come un contributo che, analizzando lo stato attuale della storiografia alla luce della svolta culturale novecentesca, intende inaugurare un proficuo dibattito attorno al ruolo dello storico nella società, il quale risulta essere «l’unico capace di approfondire e problematizzare» le «forme possibili di rappresentazione, di nostalgia, di memoria del passato, per interrogarsi su di esse e sul loro modo di incidere sul nostro tempo»[10].

Un ruolo sociale attivo dunque quello dello storico, che si espleta al suo massimo livello non solo nel dibattito e nella comunicazione pubblica, bensì anche nell’insegnamento liceale e universitario. Infatti, come sottolineato da Ivo Mattozzi, gli «storici in erba» dovrebbero «acquisire» nel loro percorso formativo «le competenze per insegnare [ai loro futuri studenti] a pensare storicamente il mondo attuale». Questo perché i «procedimenti metodologici della storiografia» risultano essere alcuni tra gli strumenti più «utili per l’esercizio della cittadinanza attiva e critica»[11]. A tal proposito, in una sfera pubblica caratterizzata da una circolazione di informazioni precarie quanto immediate, sfuggenti, ma allo stesso tempo altamente condizionanti, risuona ancor più necessario sviluppare quella cauta e accorta «conoscenza per tracce»[12] affermata da Marc Bloch alla metà del secolo scorso. Infatti, basandosi sull’incrocio delle fonti e sulla loro verifica, tale approccio gnoseologico può, se istituzionalizzato nella collettività, non solo prevenire quelle falsificazioni e strumentalizzazioni storiche che rischiano di condurre verso una diffusa conoscenza tanto superficiale quanto errata del passato, bensì anche innalzare il livello qualitativo del dibattito politico.


[1] Carlotta Sorba e Federico Mazzini, La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica, Laterza, Roma-Bari 2021, p. 30.

[2] Secondo Sorba e Mazzini, sebbene fossero indirizzati al panorama storiografico statunitense, gli appelli in favore di una pratica storiografica che si misuri più intensamente con le teorie critiche del sé e della società, può essere esteso anche agli ambienti italiani. Il pamphlet è consultabile al link: http://theoryrevolt.com/

[3] Si veda a tal proposito: Friedrich Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Adelphi, Milano 1974.

[4] Per approfondire tale prospettiva: Laura Di Fiore e Marco Meriggi, World History. Le nuove rotte della storia, Laterza, Roma-Bari 2011.

[5] Enzo Traverso, Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, Ombre Corte, Verona 2006.

[6] Eduardo González Calleja e Carmine Pinto, Cause perdute. Memorie, rappresentazioni e miti dei vinti, in «Meridiana», Anno XXX, n. 88, 2017, pp. 9-17.

[7] Carlotta Sorba e Federico Mazzini, La svolta culturale, op. cit., p. 159.

[8] Per approfondire: Lee Cameron McIntyre, Post-Truth, MIT Press, Cambridge 2018.

[9] Sarah Maza, Thinking About History, The University of Chicago Press, Chicago-Londra 2017.

[10] Carlotta Sorba e Federico Mazzini, La svolta culturale, op. cit., p. 159.

[11] Ivo Mattozzi, La storia, bene comune. Ma che storia? E quanta storia?, in «Didattica della storia», Anno II, n. 1S, 2020, p. 126.

[12] Marc Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Torino 1998, capitolo II.

Scritto da
Federico Perini

Nato nel 1998, ha conseguito la laurea magistrale in Scienze Storiche alla Sapienza di Roma, con una tesi sull’Eurafricanismo italiano degli anni Cinquanta. Il suo ambito di ricerca si focalizza sullo studio delle interconnessioni tra la Storia d’Italia, dell’Africa, dell’Europa nell’età contemporanea.

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