Le donne, il lusso e la corte. Sombart e l’edonismo come padre del capitalismo
- 23 Gennaio 2021

Le donne, il lusso e la corte. Sombart e l’edonismo come padre del capitalismo

Scritto da Martina Grassadonia

13 minuti di lettura

Sebbene il dibattito sul capitalismo sia spesso ricondotto agli studi di Marx e alla sua opera Il Capitale, meno frequente, da parte della comunità accademica, è invece il riconoscimento a Werner Sombart della paternità del termine “capitalismo”[1]. Controverso autore[2] della sociologia classica, il tratto peculiare del pensiero di Sombart risiede nel tentativo di indagare la genesi della mentalità capitalistica, prima nell’opera Il capitalismo moderno, poi ne Il borghese. È soprattutto nell’indagine volta a comprendere le motivazioni individuali e sociali che sottendono il moderno sistema economico che risiede l’originalità del tema indagato dall’Autore: il capitalismo, lungi dal costituire un elemento estraneo alle dinamiche sociali, si nutrirebbe della mentalità e dello spirito del tempo[3], ovvero delle predisposizioni individuali allo spirito d’intrapresa di pirati e avventurieri, popoli e migranti, nonché della razionalità di artigiani e mercanti, il cui modus vivendi orientò la società non solo culturalmente, ma anche economicamente.

Alla base di una delle più importanti trasformazioni dell’età moderna, vi sarebbe il passaggio da un’economia di stampo feudale ad una di tipo capitalistico. A tal proposito, un’importante distinzione operata da Sombart ne Il capitalismo moderno è quella tra l’epoca precapitalistica e l’epoca moderna: se nella prima, governata dal principio della copertura del bisogno, la comunità era fulcro delle esperienze umane e unico riferimento utile alla trasmissione dei valori, nell’epoca moderna il principio acquisitivo valorizza l’individualità e la razionalità, dando vita alle economie libere e di scambio di cui la nostra epoca è simbolo. Una simile differenziazione ricorda quella tra comunità e società operata da Ferdinand Tönnies[4] e, come sottolineato da Franco Ferrarotti, emerge anche l’analogia con l’opera Filosofia del denaro di Georg Simmel, che vede nel denaro il simbolo della modernità e la causa dell’impersonalità assunta dai rapporti tra gli uomini.

Tuttavia, l’ulteriore e inedita prospettiva di ricerca di Sombart che qui si vuole indagare riguarda le origini epicuree del sistema capitalistico, che l’Autore espone nel saggio Lusso e capitalismo. Contrariamente a quanto sostenuto dalla gran parte degli economisti, secondo cui la nascita dell’impresa moderna risalirebbe alla dilatazione geografica del commercio e all’ascesi intramondana calvinista teorizzata da Max Weber, Werner Sombart ricondusse la nascita del capitalismo al crescente consumo di beni voluttuari e superflui, paradossalmente necessari ai fini del posizionamento nella piramide sociale. L’orientamento edonistico associato ai beni di consumo, in questo senso, sarebbe la risultante di un processo lento e rivoluzionario, che ha investito dapprima la sfera culturale della società e successivamente il suo sistema economico. Il punto di partenza di un simile processo avrebbe avuto inizio con il mutamento del rapporto tra i sessi: la secolarizzazione dell’Amore, in particolare, avrebbe condotto al mutamento delle direttrici del sistema economico. Al fine di indagare le radici storiche di una simile trasformazione, Sombart propose di considerare il ruolo che la secolarizzazione dell’Amore ha rivestito nella società. Nel Medioevo, caratterizzato dalla subordinazione della volontà del singolo a quella divina, la donna era considerata il principale obiettivo del castigo divino. In virtù della punizione da scontare per aver ceduto alla tentazione del serpente, Eva e le sue discendenti hanno subito, nel corso dei secoli, innumerevoli condanne morali e la conseguente relegazione ai margini della società. Tuttavia, a partire dal XI secolo, il mutamento del rapporto tra i sessi condusse ad un punto di non ritorno: i cantori d’amore, che dalla Provenza diffusero il tema dell’amor profano in tutta Europa, legittimarono l’amor carnale e terreno, contrapponendolo a quello “puro” sancito dal legame matrimoniale. Soprattutto, la poesia trobadorica fornì le basi all’empirismo e allo studio della natura proprio del Rinascimento, in cui la commistione tra sacro e profano e i toni pagani della cultura classica si riversarono nelle manifestazioni artistiche più disparate. Come non pensare alla Nascita di Venere, l’opera botticelliana sulla nascita della dea che celebra la bellezza del corpo femminile; come dimenticare alcune delle opere letterarie più discusse come il De Voluptate di Lorenzo Valla, ove Amore e godimento in senso epicureo divengono un elemento unitario. Non ha più importanza il vincolo matrimoniale: esso, piuttosto, è da considerarsi illegittimo poiché limita l’istinto al piacere, il vero e unico fine dell’esistenza umana.

L’Amore libero, in tutte le sue forme, fu sdoganato sino al punto che «si considerava di buon gusto che un giovanotto seducesse una donna sposata»[5]. È in questo contesto che, in continuità con lo spirito del tempo, sorse una nuova figura, quella della cortigiana, la professionista dell’arte amorosa. A metà strada tra la “donna onesta” e la meretrice, la cortigiana figurava nelle corti non più come amante di re e principi, ma come maîtresse ufficialmente riconosciuta. Le sue antenate, ironia della sorte, furono le curiales romane e di Avignone, che dilettavano i papi e i loro esimi ospiti con la bella presenza e le spiccate doti intellettuali. Delle vere e proprie “cortigiane oneste”, che si distinguevano dalle “colleghe” dei postriboli per la conoscenza del cerimoniale e delle buone maniere. Molte di queste donne, tuttavia, erano di estrazione popolare, spesso ripudiate dalla famiglia e pronte a una vita intraprendente pur di garantirsi uno stile di vita lussuoso e sopra le righe.

Così, a rendere le cortigiane sempre più potenti, contribuirono da un lato lo sdoganamento dell’Amore illegittimo, dall’altro le loro stesse abilità. Infatti, prerogativa di molte cortigiane era la notevole astuzia: il gioco amoroso, in questo senso, era strettamente legato allo status acquisito presso l’alta società. Per aumentare i compensi e l’entità dei doni da parte dei ricchi uomini, le maîtresse giocavano con le gelosie e vantavano relazioni amorose parallele che sovente conducevano gli amanti alla bancarotta o alla follia. Il lusso in cui queste donne vivevano, per gentile e mai disinteressata concessione dei loro amanti, si mostrava in tutta la sua imponenza: «Usavano biancherie finissime e profumate, vesti di seta, di velluto, di drappo d’oro ricchissime, acconciature pompose, pellicce delle più rare, guanti preparati con la concia di gelsomini di Spagna, o di garofani, trine e pizzi preziosi di Venezia, e abbagliavano con lo scintillio delle anella, delle maniglie, delle collane, dei pendenti, dei diademi. Erano sempre le prime a seguire le nuove fogge, le quali mutavano spesso»[6].

Le conseguenze dell’Amore illegittimo si mostrarono con tutta la loro evidenza nelle corti europee. Ne Il libro del Cortegiano, Baldassarre Castiglione aveva illustrato come, essendo la vita a corte per sua stessa natura pubblica, era richiesto al residente di rispettare norme di condotta e soddisfare requisiti completamente diversi rispetto al passato: l’arte del conversare, necessaria per intrattenere il principe e guadagnarsi il suo favore, l’eleganza delle vesti e dei modi erano solo alcune delle qualità che il cortigiano doveva possedere. E l’intrattenimento all’interno del palazzo divenne così decisivo che persino l’antica nobiltà, oltre a imparare le buone maniere, dovette sostituire i balletti ai duelli, così come si confaceva alla vita da cortigiano[7]. Come descritto da Norbert Elias ne La società di corte, «la vita di corte è un gioco serio e melanconico, che impegna: bisogna saper adattare i propri pezzi e le proprie batterie, avere un disegno e seguirlo, schivare quello dell’avversario, qualche volta azzardare e suonare a orecchio; e dopo tutti i sogni e tutte le precauzioni, a volte subiamo uno scacco e perfino scacco matto»[8].

In effetti, la scalata sociale della borghesia e il progressivo ridimensionamento della nobiltà all’interno della sfera sociale ed economica ebbero anch’essi un ruolo fondamentale. Tra le fasce più ricche della borghesia, infatti, si faceva sempre più urgente l’esigenza di distinguersi dal resto della popolazione mediante il conferimento di titoli nobiliari. Una simile eventualità fu resa possibile dalle iniziative governative che, a partire dal XVII secolo, divennero sempre più diffuse: oltre alle ordinanze che legalizzavano la compravendita di cariche gentilizie, divenne sempre più frequente l’espediente di organizzare matrimoni d’interesse tra nobiltà e borghesia. D’altro canto, nel periodo della formazione dello Stato nazionale, l’antica nobiltà costituiva un ostacolo all’accentramento dei poteri e all’unificazione territoriale. Fu questo il motivo per cui venne favorita dai reali europei la borghesia “nobilitata” che, oltre a essere indissolubilmente legata al potere regio, costituiva parte integrante della vita di corte. In questo senso, la corte regia per eccellenza fu quella di Luigi XIV, probabilmente l’esempio di corte più illuminante nella sua accezione moderna: attraverso i piaceri, le feste, i banchetti e il lusso sfrenato che essa offriva, il re riuscì ad ottenere anche la subordinazione al potere regio dell’antica nobiltà francese. Ma soprattutto, Versailles rappresenta per Sombart un terreno privilegiato per la conferma delle sue ipotesi, sia a causa dello sfruttamento delle colonie, da cui giungevano ori e metalli preziosi che garantivano alle casse statali una enorme quantità di denaro, sia per le numerose amanti del Re che godevano di quelle ricchezze. Molte, infatti, furono le amanti del Re Sole, ma il simbolo per eccellenza del lusso di Versailles fu soprattutto la cortigiana Madame de Pompadour, la più importante favorita del re. Dapprima amante ufficiale e poi persino sposa, la cortigiana ottenne dal monarca il titolo nobiliare di marchesa e un prestigio che non fu riservato neanche alla legittima regina, al punto che, non di rado, le furono conferiti potere politico e facoltà di scegliere e licenziare ministri. La marchesa fu, senza dubbio, una delle donne più potenti del suo secolo: dettava le mode e imponeva il proprio gusto alla corte, indiceva la costruzione di palazzi, organizzava sontuose feste e commissionava a sarti e artigiani abiti ricamati d’oro e argento.

La vita di corte è dunque per Sombart il più chiaro esempio dell’inclinazione al consumo vistoso, la causa per cui le forme capitalistiche del commercio si sarebbero sviluppate insieme con la crescente domanda di oggetti di lusso, a sua volta diretta conseguenza del potere delle donne nelle corti. Con queste premesse, Sombart rovescia il classico assunto, sostenuto dalla maggior parte degli economisti, per cui il sistema capitalistico sarebbe derivato dalla dilatazione geografica del commercio: piuttosto, l’Autore imputa una simile trasformazione all’ampliamento della domanda di beni suntuari. Le motivazioni proposte da Sombart a sostegno della tesi per cui l’edonismo sarebbe all’origine del capitalismo sono di varia natura. In primo luogo, l’organizzazione capitalistica avrebbe investito per prime le industrie di lusso in virtù del loro processo di produzione, dal momento che le materie prime necessarie alla lavorazione di beni suntuari, oltre a essere di elevato valore, provenivano spesso da luoghi lontani. Pertanto, l’elevato costo della produzione avrebbe avvantaggiato gli imprenditori dotati di grandi capitali di riserva. In secondo luogo, ulteriore elemento che avrebbe determinato il primato delle industrie suntuarie nel sistema capitalistico sarebbe stata la natura stessa del commercio suntuario, condizionata dai camaleontici umori dei ricchi e dalle loro bizzarrie, in un periodo in cui «la moda comincia a prevalere sul gusto»[9]. In particolare, l’Autore definisce questo fenomeno come «vittoria della donna», fenomeno che avrebbe incentivato l’esportazione e l’importazione di beni di alto valore provenienti dall’Oriente e dalle colonie. Un ruolo di primo piano nel commercio internazionale, in effetti, fu quello della Compagnia delle Indie Orientali i cui traffici, oltre ai tessuti di cotone e alle spezie, si basavano soprattutto sul commercio di zucchero, caffè, tè e tabacco. Non meno imponente fu il commercio di zenzero e zafferano, di profumi come il legno di aloe e di ornamenti come coralli, pietre preziose, avorio, tessuti di seta e lini egiziani. Anche nel caso del commercio al dettaglio, a partire dal XIX secolo, «la lady esercita […] un dominio senza limiti, è lei che dà forma al commercio»[10]. In particolare, la pratica di riunire le merci in base al loro scopo iniziata dai toy-men, venditori di articoli “galanti”, fu poi emulata da commercianti di altri settori, da quelli del mobilio sino a quelli alimentari.

È su queste basi che Sombart definisce il lusso come «padre del capitalismo»[11]: il commercio su larga scala dei beni suntuari, infatti, avrebbe caratterizzato le prime imprese tipiche dell’epoca economica moderna. Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l’affermarsi del nuovo corso della cultura amorosa in tutte le città europee, che avrebbe orientato la società verso uno standard di vita sempre più votato al piacere e alla soddisfazione dei sensi. Complici i processi di urbanizzazione e la progressiva ascesa borghese a discapito della classe nobiliare, nelle città aumentò l’esigenza di lusso e si crearono nuove possibilità di piacere e di vita allegra: sorsero, ad esempio, i primi locali di divertimento, centri mondani non più circoscritti all’ambiente di corte, ma estesi a ristoranti, music-hall e teatri. In questo modo, i “nuovi ricchi” che emulavano gli stili di vita delle corti orientarono le scelte di consumo verso beni ed esperienze di lusso, al fine di esibire il proprio status sociale. Una simile conclusione circa il ruolo dei beni raffinati nell’aumento della produzione fu quella di Thorstein Veblen nell’opera La teoria della classe agiata. La classe media, composta dalla borghesia “arricchita”, al fine di rivendicare la propria posizione nella piramide sociale, avrebbe orientato le proprie scelte di consumo verso beni di lusso. Il sistema economico capitalistico, quindi, si sarebbe nutrito delle abitudini “lussuose” della classe agiata e della conseguente emulazione da parte della società. In questo senso va letta l’espressione di Sombart: «anche la femme honnête, stimolata dalla cortigiana, dovette lavarsi»[12]. Il risultato della secolarizzazione dell’Amore iniziato nel Rinascimento, si mostrerebbe ora con la più grande evidenza e portata rivoluzionaria: al fine di non essere estromesse dalla società, anche le consorti dei più ricchi borghesi entrarono in concorrenza con le cortigiane, emulandole nelle abitudini e nello stile di vita lussuoso. La nobilitazione della figura della cortigiana avrebbe prodotto effetti senza precedenti, poiché anche tra le donne dei ceti abbienti che risiedevano nei centri cittadini si impose il “nuovo corso” dell’amore. La conseguenza di quanto Sombart ipotizza si può spiegare con le parole di Veblen: «nella moderna comunità civile le linee di separazione fra le classi sociali sono diventate imprecise e mobili, e dovunque ciò avviene il canone di rispettabilità imposto dalle classi superiori estende la sua influenza costrittiva senza trovare resistenze attraverso la struttura sociale fino agli strati più bassi. Il risultato è che i membri di ogni strato accettano come loro ideale di onorabilità lo schema di vita in auge nello strato immediatamente superiore e impiegano le loro energie nel vivere secondo quest’ideale»[13].

L’edonismo a cui Sombart fa risalire il capitalismo è stato oggetto di studi e approfondimenti da parte di numerosi autori contemporanei. Basti pensare all’opera di Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, che risulta in questo contesto particolarmente rilevante. Affermando che la società odierna si fonda sulla seduzione dei desideri umani, Bauman nota come, in era consumistica, soddisfare i propri desideri mediante l’acquisizione di beni diviene lo scopo stesso dell’esistenza, in un vortice che non ha fine. Il lusso e le sue implicazioni, infatti, sembrano continuare a conferire vigore al sistema capitalistico in diverse modalità.

Risulta interessante, in quest’ottica, anche il pensiero di Arjun Appadurai esposto nell’opera The Social Life of Things. Affermando che dovremmo a Sombart «la più grande intuizione storica»[14], ovvero quella di aver ricondotto la nascita del capitalismo all’impulso edonistico, Appadurai amplia la trattazione dell’Autore soffermandosi sui moderni processi di consumo dei beni di lusso. In particolare, se in precedenza l’accesso al lusso era ristretto a categorie ben definite, al giorno d’oggi «si finge che vi sia ancora restrizione»[15], anche se a dominare i processi di inclusione o esclusione da questa tipologia di beni sono in realtà le conoscenze e le capacità comunicative. In un simile contesto, il «rapporto con il corpo che è tattile e polisensoriale»[16] assume un’importanza cruciale e «la ragione principale di ciò è che il consumo, in tutti i contesti sociali, ruota attorno a quello che Marcel Mauss ha chiamato le tecniche del corpo, e il corpo richiede discipline ripetitive, o almeno periodiche. […] Proprio perché il corpo è un contesto intimo di pratiche di riproduzione, è un sito ideale per l’inscrizione di discipline sociali. […] Quindi, anche lì dove hanno preso piede in misura maggiore pratiche di consumo edonistiche e antinomiche, rimane la tendenza per le pratiche di consumo più vicine al corpo di acquisire uniformità attraverso l’abitudine: cibo, vestiario, acconciature»[17]. È in questo senso che Appadurai considera indissolubile il legame tra il corpo e i beni suntuari, sia per la loro funzione principale, che sarebbe quella di riprodurre le distinzioni sociali, sia perché è nella ripetizione che risiederebbe la cultura del capitalismo.

Un’interpretazione del pensiero sombartiano degna di nota è sicuramente quella di Christopher Berry, esposta nell’opera The Idea of Luxury. A Conceptual and Historical Investigation, in cui si sofferma sul concetto di relatività del lusso. Nell’esporre le necessità sottese al comfort di automobili, abitazioni e mobilio, Berry richiama il fenomeno della «vittoria della donna» esposto da Sombart, affermando che «questa connessione tra femmineo e lussuria non è completamente scomparsa»[18].

Infine, nell’opera Trading up. La rivoluzione del lusso accessibile, Silverstein e Fiske riflettono sulla trasformazione del consumo di lusso che, da elitario, è divenuto sempre più popolare e democratico, continuando comunque a stimolare e nutrire il sistema capitalistico. Il principale interesse degli Autori è rivolto, in particolare, ai beni del neo-lusso come principali strumenti di realizzazione personale: il riferimento è alle recenti modalità con cui il lusso “in prestito” dei moderni negozi e siti internet affitta per breve tempo e rende accessibili capi di pregiata sartoria, jet privati o esclusivi yatch con una facilità senza precedenti. In questo senso, le merci di lusso possono oggi configurarsi anche come beni di consumo non necessariamente esclusivi: essendo prodotti a livello di massa, essi continuano ad assecondare il sistema capitalistico e le sue logiche. Dunque, toccando le corde più profonde dell’Io, i nuovi beni di lusso riproporrebbero l’homo gaudens sombartiano nella società del XXI secolo, potenziando l’edonismo e legittimandolo in qualità di norma sociale. L’uomo contemporaneo, in definitiva, sarebbe «l’edonista moderno»[19], la cui sfera intima è coinvolta, ancor più che in passato, nell’acquisizione di beni materiali.

Saremmo ben lontani, dunque, dall’uomo precapitalistico che Sombart ha descritto come «l’uomo naturale, l’uomo come Dio lo ha fatto»[20] e che ha individuato nella figura del borghese “vecchio stile”. Ampiamente descritto da Benjamin Franklin come un soggetto economico che perseguiva i principi del buon cittadino e del buon padre di famiglia, il borghese “vecchio stile” era caratterizzato dalla rettitudine e dalla moralità applicati alla conduzione degli affari. Nel tempo, le classiche virtù borghesi avrebbero mutato i propri precetti originari, identificando gli affari e il guadagno come uniche fonti di successo e felicità e spianando la strada a una nuova mentalità, quella propria del capitalismo maturo. Certamente, anche la finalità del borghese “vecchio stile” era quella di ricavare profitto, ma il valore attribuito alla ricchezza era comunque strumentale al supremo bene comune; il moderno homo oeconomicus, di contro, rifiuterebbe la propria condizione naturale perseguendo valori pratici e oggettivi, sostituendo al tempo dell’uomo quello del lavoro e consolidando il sistema capitalistico nutrendolo della propria brama di ricchezza.

È in questi termini che la spinta decisiva alla maturazione del sistema capitalistico è individuata da Sombart nello «spirito di Faust, lo spirito dell’irrequietezza, dell’ansia che anima ora gli uomini»[21]. Complici i valori impersonali determinati dalla crescente burocratizzazione e lo spostamento dell’attenzione per la dimensione umana verso gli interessi aziendali, Sombart afferma che se prima era lo spirito imprenditoriale a fare il capitalismo, ora è il capitalismo a fare l’imprenditore[22]. Dunque, l’uomo del capitalismo maturo cadrebbe nelle trappole della secolarizzazione, cedendo alla decadenza morale e al nichilismo che, nel nome della spersonalizzazione, ha ridotto ogni aspetto dell’esistenza al mero valore economico.


[1] Cfr. V. Castronovo, Le rivoluzioni del capitalismo, Editori Laterza, Roma 2007.

[2] Controverso a causa della convinzione che l’ebraismo avesse incentivato lo sviluppo dello spirito capitalistico per ragioni biologiche e culturali. Nell’opera Gli Ebrei e la vita economica, l’Autore individua il ruolo svolto dagli ebrei sia nella loro peculiare condizione di non civis che nella massiccia presenza di questi ultimi in ambito mercantile. In particolare, il loro commercio era basato sia sui prodotti di largo consumo che su merci atipiche, come quelle di lusso. Ancor più importante è considerato il loro apporto alla colonizzazione delle Americhe, ove sbarcarono già nel 1492, e soprattutto alla fornitura degli apparati militari durante la formazione degli Stati Nazionali.

[3] L’unicità del pensiero di Sombart risiede nel concetto di Spirito (Geist), inteso come categoria innata che permette di rendere oggettivo ciò che, in principio, esisterebbe solo in potenza. L’organizzazione della vita comunitaria, dunque, risulterebbe imprescindibile dal suo legame con la spiritualità, rendendo l’economia un oggetto di studio privilegiato, in quanto espressione della vita associata. È in questo senso che deve essere interpretata l’ipotesi per cui non esisterebbe il capitalismo senza lo spirito che lo ha alimentato.

[4] A differenza della comunità (Gemeinschaft), in cui i rapporti di solidarietà tipici tra i componenti della famiglia e di una cerchia amicale si basano sull’ intimità e sulla condivisione di un destino comune, la società (Gesellschaft) sarebbe una costruzione artificiale, composta da individui separati l’uno dall’altro, il cui unico obiettivo è quello di perseguire il proprio interesse.

[5] Ivi, p. 73.

[6] A. Graf, La singolare vita delle cortigiane di lusso nel Cinquecento, Panozzo Editore, Rimini 1980, p. 242.

[7] Cfr. A. Pontremoli, Danza e Rinascimento. Cultura coreica e buone maniere nella società di corte del XV secolo, I libri dell’icosaedro, Ephemeira, Macerata 2011.

[8] N. Elias, La società di corte, il Mulino, Bologna 1980, pp. 126-127.

[9] W. Sombart, Lusso e capitalismo, cit., p. 203.

[10] Ivi, p. 159.

[11] Ivi, p. 204.

[12] W. Sombart, Lusso e Capitalismo, op. cit., p. 81.

[13] T. Veblen, La teoria della classe agiata, Edizioni di comunità, Torino 1999, p. 77.

[14] A. Appadurai, The social life of things. Commodities in cultural perspective, Cambridge University Press, Cambridge 1986, p. 37.

[15] A. M. Curcio, La dea delle apparenze. Conversazioni sulla moda, FrancoAngeli, Milano 2007, p. 91.

[16] Ibidem.

[17] A. Appadurai, Modernità in polvere. Dimensioni culturali della globalizzazione, Meltemi, Roma 2001, p. 94.

[18] C. Berry, The Idea of Luxury. A Conceptual and Historical Investigation, Cambridge University Press, Cambridge 1994, p. 14.

[19] G. Mattia, Il neo-lusso. Marketing e consumi di qualità in tempi di crisi, Franco Angeli, Milano 2003, p. 31.

[20] F. Greco, M. Moccia, P. Palmieri, Borghesia. Approssimazioni, Diogene edizioni, Napoli 2015, p. 182.

[21] F. Ferrarotti, Lineamenti di storia del pensiero sociologico, Donzelli Editore, Roma 2002, p. 234.

[22] W. Sombart, Il Borghese. Contributo alla storia intellettuale e morale dell’uomo economico moderno, in F. Trocini (a cura di), Aracne Editrice, Roma 2017, p. 226.

Scritto da
Martina Grassadonia

Campana, classe 1994. Inizia a scrivere su giornali online dopo il diploma di liceo classico e si laurea a Roma in Comunicazione e Relazioni Internazionali. Dopo aver svolto un tirocinio come ufficio stampa, si trasferisce per un periodo a Londra. Collabora con una piattaforma dedicata ai diritti umani ed è appassionata di processi culturali e linguaggi politici.

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