“Le porte del mondo” di Paolo Grillo
- 22 Ottobre 2020

“Le porte del mondo” di Paolo Grillo

Recensione a: Paolo Grillo, Le porte del mondo. L’Europa e la globalizzazione medievale, Mondadori, Milano 2019, pp. 288, 22 euro (scheda libro)

Scritto da Alessandro Navone

7 minuti di lettura

Ultima pubblicazione di Paolo Grillo per Mondadori, Le porte del mondo. L’Europa e la globalizzazione medievale, volgendo lo sguardo su quattro continenti, segna un suo primo e ambizioso ingresso in quella nuova branca della storiografia che prende il nome di storia globale. Poco v’è da stupirsi, d’altronde: in un presente globalizzato, caratterizzato dal frammentarsi del Discorso e dal moltiplicarsi delle prospettive, la storiografia tradizionale, raffinata nell’analisi ma limitata dall’eurocentrismo ottocentesco in cui nacque, lascia aperti spazi nuovi e inesplorati; spazi floridi, di connessione fra storie prima recluse in sé stesse, ora dialoganti[1].

Parrebbe certo assurdo al lettore moderno pensare di poter comprendere l’Europa del Novecento escludendo totalmente dalla riflessione il resto del mondo; ed improbabile descriverne la storia del Cinquecento ignorando le conseguenze della scoperta delle Americhe. Il mondo era già allora, pur in diversa misura, “globalizzato”. Paolo Grillo qui illumina un fatto evidente quanto spesso ignorato: che la globalizzazione avanzante dall’età moderna aveva avuto un antenato nobile, medievale, cui deve il suo farsi e senza il quale anche il Medioevo europeo diviene, de facto, impensabile.  È il Secolo Mongolo; è il tempo della globalizzazione medievale.

 

Origini di un incontro

Due movimenti la generarono, dagli estremi angoli dell’Eurasia convergendo inesorabilmente verso il suo cuore fino a toccarsi. Da Ovest l’Europa cattolica, che dalla svolta economica e demografica dell’anno Mille e da quella religiosa della Riforma Gregoriana cominciò un’espansione lenta ma costante, raggiungendo con la conversione di Ungheresi e Polacchi e le Crociate del Nord i limiti delle Russie, mentre con il sorgere delle repubbliche marinare, la conquista di Gerusalemme del 1099 e quella di Costantinopoli nel 1204 proiettava la sua potenza a tutto il Mediterraneo orientale e al Mar Nero. Da Est, in trent’anni piuttosto che trecento, la maestosa e distruttiva cavalcata di Gengis Khan e dei suoi successori, che già dal 1211 al 1215 occupavano l’intero nord della Cina, per poi devastare l’intera Persia Khwarezmide nel 1221 e in capo a due anni bruciare Kiev e Mosca, sottomettendo tutta la Russia nel 1240.

Il contatto tra i due moti fu violento, traumatico: entro il 1242 le forze mongole ferirono la Polonia e travolsero totalmente il regno d’Ungheria. Ovunque si diffondevano presagi apocalittici, mentre già l’imperatore Federico II inviava lettere di mobilitazione ai suoi duchi; e tuttavia, d’improvviso, il Gran Khan Ogodei moriva, e i Mongoli si ritiravano.

La macchina mongola rimase per dieci anni paralizzata da torbidi di successione; si risvegliò sotto Mongke, con la clamorosa distruzione di Baghdad nel 1258 e l’annessione della Persia, ma il sogno di dominio universale, scontratosi con la realtà di una solida resistenza mamelucca e nuove divisioni interne, era ormai disfatto. L’Impero si frazionò in quattro khanati – Yuan in Cina, Chagatai in Asia Centrale, Ilkhanato in Persia, Orda d’Oro in Russia; la devastazione generata ne inficiava il fisco, perciò si favorì con scorte armate e bassi dazi il commercio. Le vie che erano state ostruite agli europei dai potentati islamici e dai pericoli delle steppe si aprirono da un estremo all’altro della Terra, e così, sotto la Pax Mongolica, lo scontro divenne anche incontro.

Grillo riporta in vita i colori di questa scoperta, avviando il lettore lungo le vie della seta al fianco dei grandi avventurieri del tempo: Giovanni da Pian del Carpine, Guglielmo di Rubruck, Marco Polo, Odorico da Pordenone, con persino qualche incursione del viaggiatore arabo Ibn Battuta a mostrare le somiglianze e le differenze di prospettiva sul mondo; uomini dai nomi famosi, le cui peregrinazioni e conquiste conoscitive furono sulla bocca di tutti nell’Europa del Trecento – basti pensare alla popolarità de Il Milione, tradotto nelle più varie lingue volgari – e la cui eco riverbera fino ai giorni nostri. Di essi mette in risalto un cammino che è in primo luogo spirituale: osservatori di un mondo alieno, questi personaggi sono narrati nello sforzo di adattare i propri schemi mentali, fare compromessi, persino creare concetti nuovi, nel lento processo della comprensione e della sistematizzazione epistemologica.

Eppure non si potrebbe certo parlare di globalizzazione medievale se il contatto si limitasse alle imprese di pochi grandi. È un’immagine suggestiva, quella degli eroi solitari, viaggiatori romantici, che ha a lungo cullato l’interpretazione tradizionale della storia europea in un’impressione di relativo isolamento; ma un filone più recente – che trova le sue origini nel 1989 nelle tesi di Abu-Lughod[2] e sulla cui scia Paolo Grillo si pone – mette in luce la sostanziale impossibilità di ignorare gli effetti di quello che era, inequivocabilmente, un sistema-mondo, dove i contatti reciproci erano costanti e gli influssi molteplici.

 

Non eroi solitari

Lo scambio era, innanzitutto, commerciale. L’interconnessione tra le due sponde del Mediterraneo, pur antica, conobbe un’accelerazione a seguito dell’affacciarvisi del mondo al di là: mercanti europei si recavano in Nordafrica in primavera, dove ricevevano oro ed avorio provenienti dal neonato Impero del Mali oltre il Sahara, per poi far rotta verso Alessandria a settembre dove avrebbero trovato spezie e prodotti esotici di ogni tipo da India, Indonesia, Madagascar, trasportati da mercanti indiani e swahili secondo il respiro dei monsoni. Schiavi giungevano ad Alessandria da Caffa, sul Mar Nero, venduti ai genovesi dai guerrieri mongoli dell’Orda e trasformati dai sultani egiziani in soldati-schiavi mamelucchi, insieme con pelli pregiate e legname per la flotta provenienti dalle foreste russe; il volume dei traffici era ormai divenuto enorme, e la competizione spietata portava ad abbassamenti continui di tariffe doganali, rivolte locali contro la concorrenza straniera e spesso veri conflitti armati fra gli Stati mediterranei.

Si aprivano però nuove vie, meno affollate: da Laodicea e Trebisonda, passando per le capitali ilkhanidi e le splendide città della Persia, si giungeva in India, terra ostica e pericolosa ma in grado di riservare ai coraggiosi una dolce accoglienza alla corte di Delhi e nelle colonie genovesi del Malabar. La Cina stessa non era lontana. Dal Mediterraneo e il Mar Nero si dipanavano due itinerari: quello di terra giungeva a Pechino attraversando le vie russe dell’Orda d’Oro; quello di mare, carico d’insidie, partiva da Hormuz in Persia e approdava a Zaitun sul Fiume Azzurro, dopo aver solcato l’intero Oceano Indiano. La liberalità e le rivalità reciproche tra Khanati rendevano le tariffe minime e garantivano scorte e supporto ai mercanti, del cui numero, sempre crescente, fa testimonianza un’ampia messe di atti giudiziari conservati nei comuni italiani a causa di infinite dispute sui guadagni. In un manuale dell’epoca, La pratica della mercatura, le vie del “Gattaio” sono il primo argomento ad essere trattato, e con estremo dettaglio – non per caso.

Ma certo non solo i mercanti viaggiavano da un estremo all’altro della Terra. Mentre nel 1243 l’Imperatore Federico II preparava la guerra contro i Mongoli, il suo grande rivale papa Innocenzo IV inviava in missione presso il Khan il frate minore Giovanni da Pian del Carpine, avviando un sorprendente movimento di espansione della Chiesa in Oriente. Di lì a breve, successive missioni portano alla nascita di due diocesi in Cina, una a nord, a Khanbaliq, l’altra a Zaitun nel meridione; alla corte ilkhanide di Sultaniyya viene fondata un’arcidiocesi di Persia, e persino in India, nonostante le maggiori tensioni, nasce una diocesi di Quilon. In queste grandi città orientali frati e vescovi cristiani concorrevano nella conquista delle anime con monaci buddhisti, sciamani tengri, sapienti indù e imam islamici, tutti graditi ospiti alle corti dei Khan.

Era, infine, uno scambio culturale. Trovando comune nemico nel sultanato egiziano, Europa, Persia ilkhanide ed Etiopia presero ad inviarsi ambasciate. L’Etiopia acquisì in Occidente fama di potenza militare, alimentando le fantasie di riconquista della Terra Santa e la nascita delle moderne cartografia e trattatistica militare. I contatti diplomatici con gli Ilkhanidi portarono da un lato l’emissario mongolico Rabban Sauma a trascrivere in un libro le meraviglie da lui osservate a Roma e a Parigi mentre dall’altro, specularmente, alla redazione in francese dei Fatti dei Tartari da parte del domenicano Davide di Ashby; ma la più ambiziosa impresa fu forse quella che originò dalla collaborazione alla corte Ilkhanide di sapienti cinesi, persiani, arabi, greci e latini – il Compendio delle Cronache, “storia delle storie”. Intanto, in Europa, al Concilio di Vienne del 1312 si stabilisce la necessità che cumano, persiano ed arabo siano insegnati alle università, mentre i “panni tartarici” divengono una moda in tutte le principali corti d’Occidente, comparendo nei loro inventari, in descrizioni di parate di cavalieri inglesi, e persino nella Commedia di Dante[3]. Ancora una volta, però, più che la grande diplomazia delle corti furono i piccoli commerci i maggiori portatori di dialogo. A Pisa giungono dai commerci africani prima le lettere e poi con Fibonacci i numeri arabi; mentre Boccaccio nel suo Decameron ambienta la terza novella della decima giornata in Cina, con protagonisti cinesi, secondo un racconto «di alcuni genovesi che in quelle contrade stati sono». E tuttavia, per quanto maestoso fosse l’edificio di quella globalizzazione medievale, le fondamenta su cui poggiava si rivelarono terribilmente fragili.

 

La fine del mondo globale

Essendo agli stranieri impedito il passaggio attraverso il Mar Rosso dai Mamelucchi d’Egitto e le loro barriere doganali, le vie attraverso cui l’Europa poteva direttamente comunicare con l’Estremo Oriente erano tre soltanto: la prima dal porto siriano di Laodicea, attraversando la Persia Ilkhanide; la seconda da Tabriz, capitale persiana, nei pressi del Mar Nero; la terza da Caffa in Crimea attraverso i domini dell’Orda. Per accedere ad ognuna era inoltre necessaria la stabilità del Mediterraneo orientale, dove convivevano in equilibrio precario gli interessi di bizantini, egiziani, genovesi e veneziani, e quella dei vari khanati, dove enormi erano le tensioni reciproche ed interne.

Alla fine la polveriera esplose, ad est e ad ovest, simultaneamente e spettacolarmente. Sullo scacchiere orientale si disfaceva in vent’anni l’intera macchina di Gengis Khan: l’ultimo sovrano Ilkhanide morì senza eredi nel 1335, gettando il suo regno nell’anarchia; i Mamelucchi d’Egitto ne approfittavano già nel 1337 per conquistare Laodicea, chiudendo definitivamente la Persia e dunque le vie della seta marittime agli occidentali; mentre nel 1343 una lite fra un mongolo e un veneziano a Caffa generò un’escalation di violenza che culminò nella totale espulsione degli italiani dalla colonia, sigillando la via terrestre attraverso le Russie. Non vi sarebbe stato recupero: di lì a breve, la stessa Orda d’Oro precipitava in una serie di conflitti interni, mentre la Cina nel 1368 si liberava degli invasori mongoli per chiudersi al mondo sotto la dinastia dei Ming. Quanto allo scacchiere mediterraneo, invece, la guerra civile innescata a Bisanzio dal 1341 trascinò inesorabilmente Genova e Venezia in una danza d’acciaio per l’egemonia. L’ultimo frutto di quella globalizzazione medievale, correndo fulminea da un oceano all’altro lungo le vie della seta un attimo prima della fine, sarebbe stata la Peste del Trecento.

Il mondo che emerse dalle ceneri del Secolo Mongolo era certo un mondo più chiuso, meno vivace di quel che era stato. Lontani dovevano apparire ai protagonisti dell’Umanesimo gli anni di quell’antica libertà; gli scambi, che pure continuavano ad avvenire, ora si svolgevano quasi per faticosa osmosi attraverso una serie di compartimenti stagni.

Ma le ceneri depositate non sarebbero scomparse alla prima folata di vento. Agli europei rimaneva la consapevolezza di non abitare null’altro che la periferia di uno spazio immenso, popolato non da mostri biblici e fantastici ma da uomini loro pari, con cui poter discorrere di denaro, di politica, di fede. Rimaneva impressa la memoria di quegli orizzonti sconfinati di novità ed opportunità, che per un tempo pur breve si erano schiusi alla vista degli avventurieri che li avevano sfidati. Rimaneva, infine, una ferma volontà di farvi ritorno; e se le vie della seta un tempo libere erano ostruite, l’Atlantico avrebbe dischiuso, col mondo vecchio, il Nuovo.


[1] Per un approfondimento in materia, introduttivo ma preciso ed aggiornato, si raccomanda vivamente S. Conrad, What Is Global History?, Princeton University Press, Princeton 2017; e in lingua italiana: S. Conrad, Storia globale: un’introduzione, Carocci, Roma 2015.

[2] Janet L. Abu-Lughod, Before European Hegemony: The World System A.D. 1250-1350, Oxford University Press, Oxford 1989.

[3] Inferno, XVII, 16-18: alla moda dei Tartari è associato in particolare il vestire fastoso del mostro Gerione.

Scritto da
Alessandro Navone

Nato a Matera nel 1997, si è diplomato presso il liceo scientifico “Nomentano” di Roma. È attualmente laureando triennale in Storia, Antropologia, Religioni all’università “La Sapienza”, curriculum studi medievistici.

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