“Lezioni cinesi” di Francesco Grillo
- 09 Febbraio 2021

“Lezioni cinesi” di Francesco Grillo

Recensione a: Francesco Grillo, Lezioni cinesi, Solferino, Milano 2019, pp. 208, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Michelangelo Morelli

7 minuti di lettura

L’ascesa della Cina ai vertici della gerarchia mondiale è, per certi versi, la conferma che la cosiddetta “fine della storia”, e quindi di quelle ideologie aliene al modello di sviluppo occidentale, non sia stata nient’altro che un’illusione. Le Lezioni cinesi di cui parla Francesco Grillo, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e fondatore del Think Tank Vision, non sono semplicemente un resoconto della grande epopea cinese. L’obiettivo è infatti quello di fornire gli spunti per un confronto costruttivo con la Cina, suggerendo a tal proposito un approccio pratico e scevro da pregiudizi ideologici in grado di colmare in Occidente, e in particolar modo in Europa, i crescenti gap esistenti tra l’alto livello di innovazione e la stagnazione economica, politica e sociale.

«Da una parte – in Cina – una lenta modifica degli equilibri di potere che assicura la stabilità necessaria forse per accompagnare un cambiamento continuo e veloce, praticato per sperimentazioni, in maniera da non perdere il controllo di mutazioni tecnologiche che rischiano di sfuggirci di mano. Dall’altra – in Europa – una “narrazione” del potere che ormai ha più valore della quotidianità delle persone e che, però, si limita a essere come una di quelle correnti superficiali di cui parla Fernand Braudel, perché subito sotto le guerre finte tra gli attori della politica c’è un’inerzia burocratica e sociale che ci sta affondando lentamente».

La crisi occidentale, non spiegabile solo attraverso le lenti economiche, è in primo luogo una crisi di governance dei processi democratici, data dall’incapacità di gestire i nuovi bisogni emersi nel corso della rivoluzione digitale e soprattutto dalle difficoltà della classe dirigente nel definire priorità politiche al passo con gli sviluppi della tecnica. Lo spazio virtuale delle piattaforme digitali ad esempio, il cui impatto sulle società è stato tale da averne ridefinito la fisionomia stessa, è di fatto “anarchico” perché i dati che esso produce sono sottratti al controllo di un’intelligenza collettiva. «Avere più dati non è sufficiente. Non serve a niente, se non hai la capacità di dare senso pratico alle nozioni» osserva Grillo. Il paradosso dell’informazione, per cui l’aumento dei dati disponibili, reso possibile dall’innovazione tecnologica, non porta ad un aumento della produttività, genera una condizione di depressione ancor prima psicologica che economica: «l’insoddisfazione è determinata non solo dal livello assoluto dei risultati che una società riesce a conseguire, ma da quelli relativi. […] Se i livelli di benessere stagnano mentre le persone intuiscono che le possibilità sono aumentate in maniera netta, cresce la frustrazione».

Oggi l’Occidente sembra essere intrappolato nel presente, incapace di rappresentarsi nel futuro e al contempo vittima di pericolosi ritorni di fiamma dal passato. In Cina il ruolo dell’ideologia, additata nel clima da “fine della storia” come un peso e non come una forza, permette invece un movimento fluido e consapevole tra passato e futuro, tra la memoria della propria grandezza (ma anche della condizione di arretratezza da poco lasciata) e la mobilitazione totale della società verso obiettivi di lungo periodo. Il corollario di questo modo di vedere, segno di una grande consapevolezza storica, è la predisposizione ad elaborare soluzioni pragmatiche per problemi concreti, necessaria per riportare il cambiamento (e quindi anche l’innovazione) nelle trame dell’ideologia e conciliare quindi l’immediatezza delle esigenze presenti con lo sguardo a lungo termine. La questione è quindi se una possibile teoria dell’innovazione nel XXI secolo, capace di conciliare i benefici del progresso tecnologico con il benessere della società, possa prendere esempio dalla Cina, un sistema istituzionalmente incentrato su elementi ideologici che si credevano ormai superati dalla storia.

In Cina la saldatura tra un “verbo” giudicato irrinunciabile (il socialismo) e i numerosi scostamenti da quest’ultimo ad opera della tecnica di governo è resa possibile dall’azione di un’intelligenza collettiva onnipresente. Il Partito è il cervello alla base di tale intelligenza, e ogni suo membro, argomenta Grillo, «diventa, di fatto, il terminale di un vero e proprio sistema nervoso che dalla periferia porta verso il centro bisogni e opinioni, e dal centro porta verso la periferia la volontà collettiva». Il controllo dello Stato ad opera del Partito, nonché la sua irradiazione capillare nel tessuto sociale, si caratterizza anche per la combinazione tra il comando autoritario e un certo grado di democrazia, intesa quest’ultima più come metodo che come architettura istituzionale. Dall’autogoverno a livello di villaggio alla “dittatura democratica” citata all’Articolo 2 della Costituzione, passando per il dibattito pubblico (che sfocia spesso in vera e propria critica) sulle piattaforme digitali, la democrazia in Cina «non è più, come nella concezione di Amartya Sen, un bene in sé, bensì uno strumento piegato a un bene superiore, quello delle persone».

La democrazia non è percepita dal legislatore cinese come una contraddizione, ma è anzi uno strumento funzionale ad un tratto genuinamente ideologico del regime, ovvero quella pianificazione economica che sembra ben rappresentare la pretesa scientificità del marxismo-leninismo. «La democrazia – spiega Grillo – è un metodo per risolvere i problemi, ossia un meccanismo per acquisire le informazioni indispensabili per non commettere errori nella pianificazione». Lo stesso discorso è applicabile allo sviluppo economico. Infatti, al posto di vedere la liberalizzazione e le riforme di mercato come una forzatura strumentale, una deviazione dalla radice originaria del marxismo-leninismo, è necessario intenderle nel contesto di un approccio sperimentale alla politica. Tale approccio, secondo Grillo, si candida ad essere una delle caratteristiche cinesi “trasferibili” a quei paesi dell’Occidente «che hanno inventato le tecnologie che abilitano la rivoluzione e che sono rimasti intrappolati […] in una logica di riforme senza cambiamento».

La tecnica politica cinese è frutto della combinazione di diversi metodi di governance, ognuno giudicato funzionale al contesto a cui si applica. «Sono tre gli ingredienti del socialismo con caratteristiche cinesi: democrazia al livello più basso […]; sperimentazione e flessibilità in mezzo, nei territori più grandi, le province e le città […]; meritocrazia al livello più alto, quello dei vertici del partito». Sin dagli albori del mandarinato, la Cina ha sempre legato l’efficienza della burocrazia all’alto grado di competenza dei propri membri. La rivoluzione e il socialismo hanno implementato la vocazione collettivista del talento individuale, giungendo a plasmare un sistema in cui il merito viene valorizzato attraverso sia un rigido meccanismo di ingresso (ogni anno, riporta Grillo, vengono ammessi al Partito solo 2 milioni di persone su oltre 20 milioni di candidati) sia tramite un sistema di incentivi e promozioni. I quadri di Partito, dal livello più alto del Politburo alle sezioni locali, sono inoltre chiamati a migliorare costantemente il proprio operato, restituendo attraverso i risultati una ciclica conferma della propria competenza: «non è, dunque, solo “meritocrazia” quella cinese. Si diventa leader non soltanto perché lo si merita, ma perché esiste una concreta aspettativa che l’eletto sia in grado di ottenere ulteriori risultati, di generare […] valore».

Osservando la Cina di oggi è inevitabile pensare che l’ortodossia ideologica abbia ceduto il passo all’opportunismo economico. L’errore è però quello di pensare le due cose, socialismo e libero mercato, in modo aristotelico, quindi come alternative (cosa che non si dà necessariamente nel modo di pensare cinese), nonché di intendere le aperture del Partito come “sottomissione” alle leggi del mercato. «Fra il partito e le multinazionali – osserva Grillo – non c’è solo un rapporto di scambio e di reciproca convenienza. Grazie alle proprie attitudini le imprese realizzano obiettivi politici». La strategia di inserimento rapido nella catena globale del valore attraverso prodotti a basso valore aggiunto (la celebre Cina “fabbrica del mondo”), ha permesso, oltre alla creazione di una stretta interdipendenza con le economie degli altri paesi (Stati Uniti in primo luogo), anche la creazione di quel know-how utile a traghettare la Cina dalla selva dei paesi imitatori all’empireo dei paesi innovatori. «Eravamo convinti che producessero sulla base degli ordini che arrivavano dalle multinazionali occidentali – nota Grillo – ora invece innovano, a volte inventano, scoprendo il valore della proprietà intellettuale come qualcosa di prezioso da difendere».

Democrazia, pianificazione, innovazione, know-how: tutti questi elementi trovano un comune denominatore nell’attività di estrazione dei dati, necessaria per far funzionare un sistema così intricato come quello cinese. In un paese come la Cina, virtualmente isolato grazie al Great Firewall e al ban delle piattaforme social estere, oltre ad esser caratterizzato da una rigida censura di regime, il dato ha un carattere politico ancor più forte di quanto non lo sia in Occidente. «La Cina è l’unico Paese al mondo che ha una vera e propria strategia su Internet, chiamata Internet Plus», nota Grillo. La rete è il luogo in cui i nuovi bisogni vengono espressi, un mezzo capace di rivoluzionare il mondo, primo fra tutti quello del lavoro. Il Partito è pienamente cosciente delle implicazioni dirompenti dell’universo virtuale, adoperandosi di conseguenza con metodi già rodati oppure ancora da sperimentare. Osserva infatti Grillo che «Internet non è solo una politica di cui occuparsi prioritariamente: è uno spazio che il partito e la classe dormiente occupa; che vive, conosce profondamente e frequenta ogni giorno. E forse la Cina è l’unico paese che in modo sistematico, scientificamente, ha portato su social controllati e pacificati la strategie di mantenimento e sviluppo del consenso». Costantemente tra l’incudine e il martello, la dirigenza cinese è chiamata alla difficile sfida di conciliare la libertà della rete, necessaria per preservare la natura dirompente del web, con le istanze di sicurezza e propaganda connaturate al regime.

«Non importa se il gatto è nero o bianco: se prende i topi è un buon gatto». Questo aforisma (apocrifo) di Deng Xiaoping rivela un elemento spesso trascurato sulla Cina, e cioè che non si può parlare di un “modello cinese”, ma solo di approcci pragmatici per situazioni sempre diverse. Le “lezioni cinesi” di cui parla Grillo rimandano proprio a questo, alla necessità di prescindere dalla partizione in blocchi ideologici in favore di soluzioni pragmatiche per affrontare il declino, una “Via della Seta” tra Occidente e Oriente fatta di idee, di risposte concrete ai problemi del XXI secolo. Non si tratta solo di lezioni dalla Cina, ma anche di lezioni per la Cina stessa: Grillo per esempio esorta ad abbandonare strade, come l’ortodossia monetarista o l’ossessione per il PIL e la crescita senza limiti, che hanno già dimostrato in Occidente la loro inefficacia. «I cinesi – continua Grillo – non devono diventare come noi, soprattutto perché perderemmo uno specchio preziosissimo, e sia noi che loro faremmo bene a rassegnarci all’idea che stiamo entrambi navigando in un mondo davvero nuovo».

Cosa possiamo imparare dalla Cina? Grillo enumera in chiusura dieci idee per l’Europa, utili per «tentare di costruire una proposta politica che superi gli attacchi a valori senza i quali ci disintegreremmo», e per difendere «quegli ideali che partiti vecchi inscenano con sempre minore convinzione». Dallo sperimentalismo e pragmatismo istituzionale alle piattaforme digitali, dalla cittadinanza europea ad una nuova influenza globale: la Cina può servire l’Europa e viceversa, andando oltre le ovvie (e non negoziabili) differenze politiche. La globalizzazione non può sussistere senza una pluralità di attori in grado di competere tra di loro ad armi pari, poiché le connessioni necessarie che vengono a crearsi in un mondo globalizzato contribuiscono a generalizzare anche le debolezze: «sono gli stessi cinesi», spiega Grillo, «che si augurano di ritrovare dall’altra parte della Via della Seta quella cultura sofisticata di cui hanno bisogno per condividere la responsabilità di un futuro troppo complesso per avere un solo padrone».

Scritto da
Michelangelo Morelli

Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche presso l'Università di Bologna, frequenta attualmente il corso magistrale in Scienze Storiche presso il medesimo Ateneo. Appassionato di storia della politica e storia economica, è alunno della Scuola di Politiche.

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