L’Unione Europea e lo spazio delle regioni
- 16 Maggio 2017

L’Unione Europea e lo spazio delle regioni

Scritto da Alessandro Ambrosino

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Integrazione europea e regioni

Il fatto stesso che al giorno d’oggi si discuta delle nazioni nei termini di un loro possibile superamento o addirittura di un loro “ritorno” dimostra che negli ultimi trent’anni si è assistito a processi che hanno messo sempre più in crisi la nostra percezione di spazi definiti da confini certi: la crescente interdipendenza degli stati nel mondo “globale” ha impedito di pensare al concetto di nazione nei termini delle relazioni internazionali classiche, mentre sempre più sfumati sono apparsi i confini e le identità territoriali. Nelle parole di Marco De Nicolò: « Se non è in atto una generale crisi degli Stati nazionali, certamente le mutevoli linee di confine dell’identità hanno traballato in più di una nazione »[4].

Eppure, un riflusso di questo processo di “globalizzazione” è stata una evidente riscoperta dei microcosmi[5], una dimensione locale spesso caricata di pesanti significati simbolici in cui ritrovare la sicurezza e l’identità più genuina. È in questo contesto, per alcuni versi estremamente contraddittorio poiché il pericolo di utilizzare il locale come ripiego verso una supposta autenticità dell’appartenenza è estremamente concreto, che un certo tipo di regionalismo ha tentato di proporre un’alternativa istituzionale all’interno dell’Europa.

Va detto subito che il concetto di regionalismo si presta a numerosi fraintendimenti poiché, essendo un tema vago ed utilizzato in diversi campi d’indagine, presenta molteplici incongruenze. La prima delle quali viene proprio dalla definizione di regione, segnata da una forte ambiguità. Secondo Michael Keating, uno fra i maggiori studiosi del fenomeno, se ne possono distinguere due tipi fondamentali: da un lato esse possono rappresentare un paesaggio fisico, che spesso si rivela asettico e utile alla ricerca, ma dall’altro le regioni si strutturano su elementi storico-culturali, i quali implicano quasi sempre un forte senso di appartenenza che spesso scade nel localismo, impedendo qualsiasi crescita costruttiva[6].

Dal secondo dopoguerra in poi i politologi e gli scienziati sociali che si sono occupati del problema regionale hanno cercato di mantenersi equidistanti fra il mero fattore geografico e l’incondizionato punto di riferimento identitario, tentando di trovare alle regioni un ruolo utile in un’Europa che, prospettando di articolarsi oltre lo stato centrale, potesse prevedere anche una dimensione politica diversa da quella della nazione.

L’idea di un’Europa strutturata sulla base di enti intermedi tra la dimensione nazionale e quella locale non è nuova, anzi: «si aggira per il continente da una settantina d’anni»[7]. Ma soprattutto, essa non è stata solo un’idea, in quanto ha tentato più volte di concretizzarsi in un piano politico operativo che, però, ha avuto una notevole battuta d’arresto intorno alla metà degli anni Novanta[8].

Secondo Mario Caciagli, dopo una prima fiammata negli anni fra le due guerre, l’idea riemerse nel contesto dei dibattiti teorici all’avvio dell’integrazione europea. Tuttavia, la crisi del federalismo fra il 1944 e il 1946 impedì da subito il superamento della dimensione nazionale e spinse l’Europa sulla via del modello funzionalista[9]. Pochi federalisti e regionalisti riproposero quella che iniziò ad essere etichettata come l’idea di una “Europa delle Regioni”. Fra costoro il più citato è Denis de Rougemont, considerato il primo ad sviluppare la definizione, che fino alla fine degli anni Settanta continuò a rielaborare il progetto di una federazione europea basata su enti intermedi, in un contesto dove gli Stati-Nazione erano divenuti, nella sua ottica, troppo piccoli per gestire efficacemente la politica estera e troppo grandi per permettere una partecipazione politica adeguata per tutti[10]. Tale progetto, se da un lato era visto con estremo sospetto, dall’altro sembrava aver trovato un’applicazione pratica non solo nel tentativo della Comunità Europea di integrare coerentemente tutti i suoi territori, compresi quelli più periferici o arretrati, ma soprattutto nella riemersione della regione nell’arena decisionale a causa dei profondi cambiamenti istituzionali che avevano intrapreso molte nazioni, le quali, per rispondere alle pressanti richieste, a volte anche violente[11], che arrivavano dai territori, furono costrette a rafforzare gli enti più vicini ai cittadini[12].

Tale mobilitazione regionalista si sviluppò anche grazie all’utilizzo politico della nozione di “colonialismo interno”, il quale divenne un vero e proprio slogan dei movimenti e dei partiti indipendentisti in numerosi Stati europei[13]. In realtà, l’utilizzo del concetto era nato al fine di riportare in ambito accademico gli studi sulle identità regionali, spesso lasciate in disparte rispetto agli studi su nazioni e nazionalismi, ed era stato sviluppato negli anni Settanta da Michael Hechter, il quale, criticando alcune teorie dei decenni precedenti che sostenevano una sostanziale omogeneizzazione della provincia alla metropoli grazie alla diffusione di buone pratiche politiche ed economiche, mise in luce come, al contrario, molte regioni periferiche fossero rimaste sottosviluppate o dipendenti dal centro. Certamente, Hechter non aveva elaborato tale critica per dimostrare che lo sviluppo della nazione fosse stato un male o che fosse necessario crearne di altre, tuttavia, avendo osservato soprattutto il caso delle isole britanniche in cui Scozia e Irlanda del Nord versavano in condizioni di forte arretratezza rispetto alle metropoli dell’Inghilterra, era stato in grado di dimostrare che i riferimenti culturali “pre-nazionali” della provincia servivano come mobilitazione politica contro Londra[14].

Negli anni Sessanta e Settanta, dunque, si assistette a quella che è stata definita una vera e propria «euforia regionalista»[15], in cui parole come “autogestione”, “autodeterminazione” e lo slogan “piccolo è bello” appartenevano al bagaglio culturale di molti movimenti regionalisti legati agli ambienti della sinistra e dell’ecologia che vedevano nel locale uno spazio di democrazia diretta e più vicina all’individuo, la quale solo a Bruxelles avrebbe potuto trovare voce[16].

Lo stretto e quanto mai stravagante legame che andava consolidandosi fra la “genuina” riscoperta della regione da parte di molti di questi movimenti che col tempo andarono sempre più ad intendere il locale come autonomia politica se non addirittura come secessione, e il desiderio di riprendere il processo di integrazione politica europea dopo il periodo definito di « paralisi comunitaria »[17] promosso da altri ambienti più europeisti in senso lato, portò ad una particolare accelerazione della legittimazione delle regioni in Europa fra gli anni Ottanta e Novanta. Le svolte dell’Atto Unico Europeo del 1987 e del Trattato di Maastricht del 1992 consolidarono definitivamente il ruolo di questi enti nell’UE in quanto con il primo l’Europa sottrasse le regioni dalla tutela degli Stati e le porto ad avere un contatto diretto con Bruxelles grazie al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) mentre il secondo istituì il Comitato delle Regioni (CoR), un organo consultivo in seno all’UE composto da membri delle autorità regionali e locali che diede inizio ai lavori nel 1994[18].

Da quel momento in poi le regioni non hanno fatto altro che aumentare il loro attivismo amministrativo: a Bruxelles gli uffici di rappresentanza regionale con la funzione di lobbying sugli organi della Commissione sono aumentati a dismisura[19], così come le associazioni interregionali che, da trent’anni a questa parte, stringono accordi di cooperazione e scambio più o meno efficaci[20].

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Scritto da
Alessandro Ambrosino

(1992) Originario del Friuli si è Laureato in storia e in Relazioni Internazionali all'università di Bologna. Ammesso al PhD in International History del Graduate Institute di Ginevra. S'interessa di confini, minoranze etnico-linguistiche e identità territoriali. Dopo aver lavorato a Bruxelles presso l'Ufficio di Collegamento della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia a Bruxelles, ha svolto il tirocinio UE presso il Comitato delle Regioni.

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