Marc Bloch e la scienza del cambiamento

Marc Bloch

La storia è la scienza del cambiamento e,

sotto molti riguardi,

una scienza delle differenze.

Marc Bloch, Che cosa chiedere alla storia?

 

Il 29 Gennaio 1937, venticinque giorni dopo essere stato nominato professeur san chaire alla Sorbona, Marc Bloch pronuncia una conferenza, davanti ai membri del Centre polytechnicien d’études économiques: «Che cosa chiedere alla storia?». L’uditorio è costituito da esperti di economia, intellettuali e studiosi e Bloch pone una questione che possiamo ascrivere all’ambito della metastoria, cioè dei fattori che riguardano lo statuto stesso dell’operazione storiografica, le sue condizioni di possibilità e, dunque, la sua ontologia. Un interrogativo, il suo, che prende di mira le radici stesse del “fare storia”. A oltre ottant’anni di distanza, da quando la conferenza viene pronunciata, è questa una delle ragioni che rendono il testo così interessante e stimolante per la riflessione. «Cosa chiedere alla storia?» è insomma una domanda radicalmente filosofica – o di epistemologia storiografica – che punta dritta ai fondamenti dell’attività storiografica stessa, quelli che raramente vengono messi in discussione, o problematizzati, dallo storico nel corso delle sue ricerche e nella stesura dei suoi studi.

Bloch è consapevole di ciò e infatti nel testo non mancano i riferimenti a questioni fondamentali per la storia, come la natura del tempo[1], i fattori che lo contraddistinguono[2], l’analogia[3], il rapporto tra conoscenza ed esperienza[4]. La natura di un testo pensato per una conferenza, naturalmente, impedisce l’analisi approfondita delle singole questioni, ciò che però deve essere sottolineato è che Bloch ritiene tutti questi fattori importanti in ordine alla questione più generale:«che cosa chiedere alla storia». Non è infatti possibile per lo storico operare senza un’adeguata consapevolezza di cosa sia il tempo, di cosa identifichi un fatto importante e di cosa sia il cambiamento. Da tali elementi, dal loro chiarimento preliminare, discende quella consapevolezza metodologica che può far evitare alcune delle distorsioni più evidenti del discorso pubblico che si serve della storia. Un esempio di queste distorsioni è l’acquisizione nell’immaginario collettivo di una banalizzazione del celebre motto «historia magistra vitae», tratto da un passaggio più ampio contenuto nel De Oratore di Cicerone. «Certo – dice Bloch –, la storia ha le sue lezioni. Ma esse non consistono nel dire che questi fattori o quei fattori di ieri, che hanno generato questa o quella conseguenza, avranno oggi il medesimo esito. Bisogna dire, invece, che tali o talaltri fattori, un tempo, hanno portato a questo o quei risultati; se i fattori si sono modificati, anche le possibilità si modificano»[5]. Una rivendicazione del carattere assolutamente differenziale del tempo, questa di Bloch, che mette in discussione ogni ingenua pretesa di costruire teleologie nel presente, basate sulla ricostruzione del passato. D’altra parte, prosegue sempre Bloch, [se] «noi sappiamo che i fattori dominanti della vita sociale sono in continua evoluzione», come è allora possibile, alla luce di ciò, escludere queste differenze e pensare di dedurre dal passato lo sviluppo del presente in un futuro già determinato? Semplicemente non è possibile. E infatti la storia qui tratteggiata smette di essere quel rassicurante deposito di verità da adattare e strumentalizzare per i fini più diversi e acquisisce lo statuto, molto meno confortante, di scienza delle differenze: «la storia è la scienza del cambiamento e, sotto molti riguardi, una scienza delle differenze»[7].

E il cambiamento e le differenze sono due elementi che lo storico deve sempre tenere presente nel suo lavoro, secondo Bloch. Infatti è sempre concreto il rischio di ricalcare il presente sul passato e, per converso, di fare del passato una proiezione del presente. In questo senso quello dello storico è un mestiere che molto si avvicina all’investigatore, ma anche allo psicoanalista. Infatti, dovendosi destreggiare tra indizi – Lacan direbbe tra i significanti – egli cerca di ricostruire una storia o, per meglio dire, di tessere una trama di senso intorno a un vuoto, in cui sono andati definitivamente smarriti tanto la verità, quanto il suo tempo. Da ciò ne consegue che la ricerca storica è un tentativo, incerto e parziale, di riportare in vita la verità di un evento, al di fuori del tempo in cui è accaduta. Eppure, come ovvio, niente potrà mai garantire al ricercatore di aver, alla fine del processo di scrittura, riportato alla luce la contingenza assoluta costituita da questi tre elementi – la verità, l’accaduto, il suo tempo. Così la sua opera non può che configurarsi come parziale e precaria, sempre soggetta a revisione. Lo esprime bene Marc Bloch quando dice che lo stesso “presente”, il tempo che più crediamo essere a nostra disposizione, altro non è che «un punto minuscolo nella durata, un istante che sparisce nel momento in cui nasce»[8].  Sparisce, dice Bloch, e non “si nasconde”, a voler chiarire inequivocabilmente come ogni istante, una volta sprofondato nel passato, non possa più tornare indietro: «appena ho parlato, le mie parole già sprofondano nel passato»[9]. La scrittura della storia è dunque una procedura che tende all’approssimazione di un evento sparito per sempre, le cui tracce devono essere organizzate in una trama di senso per acquisire una rinnovata visibilità. Ciò denota questa operazione come alternativa tanto al realismo ingenuo, che pretende di trarre significati univoci da elementi superstiti, quanto all’arbitrarietà delle interpretazioni libere, che eludono il confronto con i dati. In questa senso è una pratica narrativa, basata su un metodo specifico che fa del confronto interpretativo con le fonti la sua ragion d’essere. In questo senso è un’opera illimitata e dunque soggetta a revisione continua.

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Indice dell’articolo

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Siciliano, nato nel 1979. Ricercatore e docente di storia e filosofia nei licei. È Phd candidate in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell'Università di Messina. È membro della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (Sissco), dell'Istituto di Studi Storici Salvemini di Messina, dell'Istituto di Studi avanzati in psicoanalisi (ISAP), dell'Associazione amici di "Passato e presente" (APEP). Scrive per riviste cartacee e giornali online e oltre a diversi articoli di storia, filosofia e psicoanalisi è autore di: "Senso e godimento. La follisofia di Jacques Lacan" [Galaad ed.]. Collabora con l'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo e svolge attività di ricerca presso il Centro Studi in Psichiatra e Scienze umane della Provincia di Cuneo.

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