“Rotta di collisione: euro contro welfare?” di Maurizio Ferrera

Ferrera

Recensione a: Maurizio Ferrera, Rotta di collisione: euro contro welfare?, Laterza, Roma-Bari 2016, pp. 190,  15 euro (Scheda libro).


La crisi che l’Europa sta attraversando è molto probabilmente l’elemento che distinguerà il secondo decennio del terzo millennio. Ogni emergenza affrontata negli ultimi anni si è inserita in un dibattito pubblico la cui bussola è quella di una “eurocrisi” da cui sembra ancora difficile uscire.

Il nodo cruciale da cui passa il superamento di questa difficile congiuntura storica (che porti, di conseguenza, a riprendere il processo di integrazione) è la riconciliazione tra l’Europa economica e l’Europa sociale. Maurizio Ferrera si concentra proprio su questo tema nel suo libro Rotta di collisione: euro contro welfare?. Infatti è proprio sul rapporto fra welfare nazionale e integrazione europea che, secondo l’autore, si gioca un’importante partita per il futuro dell’UE. Il libro ha il grande merito di sposare una grande profondità analitica con un’efficace sintesi, che permette di cogliere le principali problematiche “dell’elefante Europa” con molta chiarezza.

Quattro linee di conflitto

Il Welfare State svolge funzioni importantissime, ma negli ultimi anni ha posto sfide sul piano della sua sostenibilità finanziaria (soprattutto in risposta all’invecchiamento della popolazione) e della natura dei suoi programmi, che proteggono contro rischi sociali non più pressanti come in passato, senza però fornire protezione contro nuovi rischi: precarietà lavorativa, erosione delle competenze, conciliazione lavoro-famiglia, non autosufficienza, nuove forme di povertà ed esclusione sociale. In questo quadro, l’integrazione economica ha minato “le fondamenta istituzionali del welfare nazionale: ossia il diritto sovrano dello Stato di determinare i confini, le forme e l’estensione della solidarietà, compresi i livelli di tassazione e di spesa”. Le tensioni fra welfare nazionale e integrazione europea si sono accumulate a partire dagli anni ’90 e sono esplose con l’attuale crisi, con il contrasto fra le esigenze di protezione sociale e l’austerità imposta dalla UE. Ciò è presto sconfinato sul campo elettorale, portando all’ascesa delle forze euroscettiche e attivando “il latente conflitto distributivo tra gli Stati membri più ricchi e più forti e gli Stati membri più poveri e deboli”. È possibile riconciliare queste due dimensioni, salvando i tratti distintivi del modello sociale europeo, nel contesto di un’unione sempre più stretta? Per poter rispondere alla domanda è necessario capire come si articola questa tensione, prima di poter formulare una diagnosi completa e suggerire ipotetiche linee di intervento per “riconciliare e sistemare”.

Ferrera riconosce quattro linee di tensione che contribuiscono a destabilizzare l’equilibrio del welfare e dell’Unione Europea.

Europa economica contro Europa sociale: questa tensione si origina a partire dagli anni ’80 e a che fare con l’assenza di norme europee che “tutelino e promuovano adeguati livelli di protezione, magari anche attraverso risorse finanziarie del bilancio UE”. L’integrazione europea risponde prevalentemente ad una logica economica, che mira a tutelare la concorrenza e la libertà di circolazione. A questo si aggiunge il fatto che il governo dell’Unione Economica Monetaria (Uem), è stato affidato ad una serie di regole e procedure pre-stabilite, affidandosi a quello che Padoa-Schioppa definì il “pilota automatico”. È questo il caso del patto di stabilità firmato dai paesi Uem nel 1997 e del Fiscal Compact del 2012.

Il problema di questo assetto è che al momento della loro adesione, molti paesi non rispettavano tali vincoli (due su tutti Italia e Grecia). Non potendo più ricorrere alla leva monetaria, questi paesi avrebbero dovuto stimolare crescita e occupazione, rientrando contemporaneamente nei parametri di Maastricht unicamente tramite quella fiscale. È la cosiddetta “svalutazione interna”: taglio del costo del lavoro e delle spese sociali oltre a misure per guadagnare efficienza e competitività in un quadro di finanze in equilibrio. Ferrera ricorda infatti che è da qui che è nata la filosofia dei “compiti a casa” e delle riforme strutturali e in generale la linea del rigore fiscale che, con la crisi, ha condotto l’Uem in un circolo vizioso: vincoli di bilancio, svalutazioni interne, meno crescita, più debito.

L’autore non critica l’idea delle riforme strutturali in sé, ma ammette che da sole non hanno funzionato, anzi hanno scaricato i costi dell’aggiustamento sulle fasce più vulnerabili della popolazione, aumentando le diseguaglianze e la povertà, soprattutto nei paesi del Sud Europa. Nonostante le strategie per la convergenza economica, “Lisbona” ed “Europa 2020”, nonché lo stesso trattato di Lisbona del 2009 avessero preso in esame i risvolti distributivi dell’austerità, non si può dire che a tali risvolti sia stato dato un peso di primaria importanza. Gli obiettivi di welfare sono sempre stati posti in secondo piano rispetto a quelli fiscali e macroeconomici, puntando su strategie di market-making (integrazione negativa) piuttosto che altre di market-correcting (integrazione positiva). Questo, secondo Ferrera, ha avuto l’effetto di “incurvare” la dimensione destra/sinistra alle due estremità: la sinistra radicale ha sviluppato una crescente avversione per il processo di integrazione, ritenuto “inospitale rispetto ad alcuni dei loro obiettivi”, mentre la destra radicale si è concentrata sulle minacce alle comunità e alla cultura nazionale sollevate dall’integrazione. Il sostegno della UE si è quindi concentrato al centro, con poche differenze fra centro-sinistra e centro-destra, una dinamica che la crisi ha esacerbato. Tuttavia, se la dimensione destra/sinistra si costruisce sul dibattito circa il tipo di Europa che si desidera, ne è sorto un altro incentrato non sul “tipo” di Europa che si vuole ma “se” si vuole l’Europa.

In generale, la tensione fra la dimensione economica e quella sociale è diventato un tema divisivo anche al di fuori delle arene sovranazionali: a livello nazionale anche gli elettori e le formazioni politiche favorevoli all’integrazione si sono divise sul tipo di Europa da sostenere e perseguire. La “UE ha smesso di essere percepita come un’istituzione lontana […] ai margini delle competizioni politiche e ideologiche nazionali”, europeizzando la classica dimensione destra/sinistra.

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Indice dell’articolo

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Pagina 2: La crisi del welfare

Pagina 3: Da dove ripartire?


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E' laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". E' ricercatore tirocinante presso l'Osservatorio della Legalità gestito da Comune di Forlì e Università di Bologna.

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