Le sfide di un mondo multipolare. Intervista a Luigi Bonanate
- 24 Aprile 2019

Le sfide di un mondo multipolare. Intervista a Luigi Bonanate

Scritto da Alberto Prina Cerai

13 minuti di lettura

Luigi Bonanate è professore emerito presso l’Università di Torino, dove ha insegnato per quarant’anni Relazioni Internazionali. Insegna Pace e ordine internazionale alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale e Relazioni internazionali nella Struttura interdipartimentale di Scienze strategiche. È socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino. I suoi principali settori di studio sono la teoria delle relazioni internazionali, la teoria della democrazia e il terrorismo. Tra gli scritti più recenti, Anarchia o democrazia. La teoria politica internazionale del XXI secolo (Carocci 2015) e Dipinger guerre (Aragno 2016).


Partiamo da una domanda di rito. Ad oggi, qual è lo status delle relazioni internazionali come disciplina? Quali sono, se elaborati, i prodotti della teoria internazionale nel tentativo di inquadrare il mondo post guerra fredda?

Luigi Bonanate: Se parliamo dell’oggi le condizioni della disciplina sono pessime, il soggetto è gravemente malato. Dopo il 1989 la maggior parte degli studi internazionalistici, e quindi degli studiosi di relazioni internazionali, si sono ritrovati di fronte ad un mondo che non capivano e in rapido cambiamento. All’epoca vi fu un profeta di grande successo, Francis Fukuyama, il cui controverso libro La fine della storia purtroppo interpretò, erroneamente (poiché la storia ripartì ad una velocità incredibile), lo spirito dei tempi. La fine del comunismo e del socialismo come grandi sistemi di pensiero, simboleggiata dalla caduta del Muro ma anche, non dimentichiamolo, dalle proteste di Piazza Tienanmen. Eventi che vennero festeggiati e accolti senza, tuttavia, suscitare una vera riflessione dal momento che cambiarono totalmente l’inerzia della storia contemporanea. In meglio o in peggio, è difficile stabilirlo. Era l’inizio di un mondo nuovo. Un evento che a mio parere in futuro riscuoterà, nei libri di storia, la stessa importanza della Rivoluzione Francese duecento anni prima: quest’ultima liberò i sudditi, come individui, e li trasformò in cittadini nel nome dell’uguaglianza formale (è bene specificarlo poiché l’uguaglianza delle condizioni è tutt’altro), mentre la rivoluzione del 1989 trasformò gli Stati sudditi in Stati liberi, con le stesse criticità dell’omologa francese, laddove di formalmente liberi ve ne furono pochi rispetto ai reali rapporti di forza, alle strutture sussidiarie del potere tra l’ex Unione Sovietica e gli Stati ormai ex satelliti. Inoltre, analisi serie dopo l’Ottantanove furono davvero risicate, la maggior parte delle quali fuorviate da un perdurante clima trionfalistico. Gli eventi successivi furono influenzati in misura simile. La guerra in Jugoslavia fu interpretata come un mero conflitto di ripulitura di sistema in seguito alla dissoluzione dell’URSS, nonostante riproponesse modalità e tensioni ben radicate nella storia dei Balcani. Poi fu la volta del sanguinoso conflitto in Kosovo il quale, per la prima volta, vide stabilire una presenza significativa di Marines americani nella regione. Da allora in poi, un caposaldo statunitense nei Balcani è presente. Infine, alla fine del decennio, si arrivò all’evento spartiacque della storia più recente: l’11 Settembre. Come ha accolto la disciplina l’attacco alle Twin Towers? Semplicemente non ha prodotto contributi davvero categorizzanti. Vi fu un fiorire di analisi sull’oggetto, gli Stati Uniti, colpiti nel cuore finanziario, sullo shock che l’attentato provocò nell’opinione pubblica e nelle élite americane e in seguito sul supposto declino statunitense, ma tentativi di costruire una nuova teoria delle relazioni internazionali non ve ne furono. Questo vuoto teorico, oggi, torna ad essere riempito nel dibattito da categorie obsolete: sovranismo e nazionalismo. Concetti anacronistici che appartengono alla realtà primordiale dell’Occidente. Dal mio punto di vista, questo “ritorno della storia” mi lascia davvero perplesso e preoccupato, poiché a volte teoria e realtà vanno a braccetto. Se non siamo in grado di capire il mondo odierno, è facile non trovare ricette o correttivi per governarne le sue criticità.

 

Il mondo dopo l’11 Settembre

Le ultime analisi ci forniscono, empiricamente, un dato oggettivo: dal 1989 abbiamo assistito ad un generale declino della violenza bellica. I focolai di tensione tra Stati, inoltre, hanno mostrato un generale ridimensionamento in termini di intensità. Quali possono essere le spiegazioni a livello teorico? Siamo di fronte al successo della pax democratica?

Luigi Bonanate: È quello che molti di noi studiosi di relazioni internazionali, tra cui il sottoscritto, abbiamo sperato nella temperie del post guerra fredda. Poco prima dell’11 Settembre pubblicai un pamphlet edito da Bruno Mondadori dal titolo Democrazia tra le Nazioni – rifacendomi al titolo del celeberrimo lavoro Politica tra le nazioni di Hans Morgenthau. Quel volume racchiudeva, nei suoi limiti, il grande sogno che molti di noi avevano nutrito. In quel periodo – tenendo presente che il soggetto egemone di allora, gli Stati Uniti, non possedevano una cultura democratica totalmente integra, per via delle contraddizioni interne, ma erano comunque difensori di una grande tradizione democratica (penso al costituzionalismo, al federalismo) – non si scorgevano vere e proprie minacce alla democrazia in senso lato. Il socialismo reale era scomparso, la Russia seppur in cammino verso uno Stato autoritario con l’ascesa di Putin non costituiva un pericolo imminente e non mostrava volontà espansionistiche. La Cina proseguiva il suo salto di sviluppo e progresso ma in sordina. Per cui l’idea alla base della nostra teoria era che, osservando l’abbassamento del tasso di violenza internazionale e dunque della scomparsa di veri e propri focolai di tensione, il processo di democratizzazione fosse al contempo la spiegazione di questi dati empirici e la soluzione migliore. Nello specifico io non intendevo l’estensione delle procedure e istituzioni democratiche, ma piuttosto la vittoria del principio della non-violenza, non in senso gandhiano del termine, ma quanto meno vicino alla formula che ne diede Norberto Bobbio: democrazia, o democratizzazione, come forma di rinuncia alla violenza per la soluzione delle controversie.

Come vede, dunque, in un tentativo di periodizzazione per la teoria delle relazioni internazionali, l’11 Settembre rispetto alla stagione di democratizzazione che Huntington definì “la terza ondata”?

Luigi Bonanate: L’11 Settembre rappresentò, chiaramente, una totale sconfitta per questa impostazione. A livello teorico si aprirono, dunque, due possibili chiavi di lettura per il mondo: da una parte, seppur non l’abbia mai appoggiata, la formula dello “scontro delle civiltà” di Huntington, dall’altra la volontà americana di riaffermare la propria egemonia nel sistema internazionale. La global war on terrorism proclamata da G. W. Bush fu qualcosa di terribile e insensato. Non vi era corrispondenza tra evento e conseguenza dell’evento. Nell’11 Settembre, al di là dello shock per la sicurezza nazionale, venne colta l’occasione – o fu il casus belli per lanciare questa nuova strategia globale ma, e questo è importante, partendo da una lacerante delusione. Io interpreto in quest’ottica l’eccessiva enfasi militare e unilaterale che ne seguì, come se gli Stati Uniti si fossero improvvisamente incattiviti. La grande visione dietro al Project for a New American Century, quel nucleo di pensiero e strateghi che vide la luce negli anni Novanta e che rappresentò la stella polare dei neoconservatori, era in funzione di provare ad immaginare quale sarebbe stato il futuro del Paese nel nuovo millennio. Un mondo che pareva senza nemici, con l’American way of life che rappresentava ancora un modello di sviluppo politico, economico e tecnologico influente. Gli attacchi terroristici scuotono queste sicurezze, producendo grande rancore e frustrazione. Da allora, gli Stati Uniti furono accecati dalla vendetta al punto da ritenersi legittimati ad attaccare uno Stato, l’Afghanistan, ingannando gli alleati europei in nome della lotta al terrorismo. Seguirono la tragedia della guerra in Iraq e la crisi economica del 2008, che allora fu un altro grande segnale della insicurezza e sfiducia che dal 2001 si erano impossessate dell’Occidente a partire dal suo baricentro, proprio gli Stati Uniti, sfidati e resi vulnerabili per la prima volta nel loro territorio continentale. Dopo il terremoto finanziario, i tentativi nobilissimi delle cosiddette Primavere Arabe sono naufragati clamorosamente. Dal mio punto di vista, anche in quelle occasioni l’Occidente dimostrò la sua miopia e un’ingiustificata indifferenza. In gioco vi era davvero moltissimo. Se fossimo stati capaci di galvanizzare, sostenere e governare quei tumulti verso veri e propri progetti di democratizzazione forse oggi non assisteremmo alla destabilizzazione cronica di quella regione. Dall’esperienza in Iraq siamo passati alla guerra civile siriana, una pagina spaventosa: sono morte quasi 500.000 persone. Abbiamo creduto di trovare in Assad un interlocutore al pari di suo padre, con la differenza che quest’ultimo era dalla parte dei sovietici ma dialogava con Washington. L’Occidente non ha saputo intervenire e fermare il massacro. Con uno sguardo panoramico, vedo nel Medio Oriente allargato (dal Marocco all’Afghanistan per intenderci, quello che i militari americani definirono come “l’arco della crisi”) il trionfo di un’epidemia, con il fallimento a cascata di uno Stato dopo l’altro. Riflettendo su cosa è stata quella regione per la storia dell’umanità e della civilizzazione (pensiamo alla cultura persiana!) mi vien difficile pensare che in questo decennio trascorso siano mancate le basi strutturali. La lacuna è stata principalmente la mancanza di collaborazione costruttiva dell’Occidente. Le vicende libiche hanno rappresentato l’esatta sintesi dei fattori materiali e umani che hanno indotto alla crisi permanente che vediamo ancora oggi nella regione: immigrazione, questioni energetiche e assenza di governance.

Ricollegandomi a quanto detto poco prima, relativamente alla risposta nefasta e disorganica che l’Occidente (specialmente gli USA) offrì alle molteplici conseguenze dell’11 Settembre, vorrei riprendere l’altra grande narrazione per l’inquadramento del mondo post-bipolare: il concetto di “scontro delle civiltà”. Al pari di Fukuyama, la proposta teorica di Huntington fu in un certo senso innovativa come ipotesi di laboratorio teorico per le relazioni internazionali, ma certamente non corrispondente alla realtà. Qualche addetto ai lavori ha pensato bene di cavalcare la sua fortunata ricezione. Il punto è che immaginando la collisione delle grandi civiltà, in parte suffragata dall’11 Settembre, nasce in Occidente l’idea che il mondo islamico/islamistico (categorie purtroppo spesso confuse e utilizzate in modo arbitrario) fosse intrinsecamente ostile. Un’idea oltremodo fuorviante: la umma musulmana, al netto delle degenerazioni fondamentaliste, è una realtà eterogenea e pacifica che non ha alcuna propensione a fare della religione uno strumento di violenza. Tuttavia, l’Occidente ha interiorizzato dopo gli attacchi terroristici questa omologazione, e questo cosa ha prodotto? Ha risuscitato l’idea di identità, di individualità, di scontro tra religioni. Nella storia mai nessuna religione ha scatenato una guerra, sono sempre state le guerre – come strumento della politica – ad usare la religione, ma mai le religioni hanno usato le guerre ai fini religiosi. Questo è fondamentale. Nel nesso politica-religione, la prima ha usato la seconda, mai il contrario. Dunque, il filone di studi che seguì la teoria di Huntington fu mal interpretato in questo senso.

Con la crisi dell’ordine liberale internazionale e l’ascesa di potenze revisioniste (Cina e Russia in primis) si incomincia ad intravedere una rinnovata competizione tra grandi potenze. La guerra nel Donbass, in Ucraina, e le frizioni nel Mar Cinese Meridionale sono solo alcuni focolai di crisi. Sono anche segnali concreti di un possibile “ritorno di fiamma” della guerra interstatale? Sono davvero una minaccia alla pace internazionale?

Luigi Bonanate: Per quanto riguarda la sfida di Cina e Russia, per ora sinceramente non la so vedere nel concreto. Ho la sensazione che siamo in una situazione stagnante. Il futuro del mondo, con così tante variabili in gioco, è davvero incerto. Chiunque ora potrebbe contraddirmi facendomi notare la straordinaria – e ora così esplicitata – ascesa della potenza cinese. Fino a qualche anno fa la crescita della Cina e le sue ambizioni erano taciute, ora i viaggi di Xi Jimping simboleggiano la volontà di Pechino di proiettarsi su scala globale. Questo può essere un pericolo? Se ascoltassimo le teorie economiche o guardassimo i cicli economici dovremmo rispondere di no, perché il libero mercato di cui ora la Cina si fa strenuo difensore rappresenta la miglior garanzia per la prosperità e la pace. Naturalmente non sempre teoria e realtà coincidono. Io non vedo nella Cina un pericolo strategico per l’Occidente, ma la ritengo una potenza in grado di ritagliarsi un ruolo molto importante a livello internazionale. Ciò nonostante, lo sviluppo iper-capitalistico della Cina trainato dalla sua regione più orientale e marittima ha lasciato parzialmente irrisolto un dilemma non di poco conto: l’esistenza di una realtà rurale ancora sottosviluppata e povera, che conta tuttora centinaia di milioni di persone afflitte dalla povertà. Il giorno in cui non si sia realizzata una quasi totale inclusione di questa ampia cerchia nel perimetro del benessere, che non si riduca questa forbice di prosperità, il cleavage socio-economico tra queste due realtà, urbana e rurale, potrebbe infiammarsi. A quel punto cosa potrebbe succedere? Difficile a dirsi. La Cina sta camminando su un piano molto instabile a livello domestico. Senza i dovuti correttivi, questa contraddizione interna potrebbe avere ripercussioni sulla sua postura mondiale. Certo non vedo per niente bene il mondo occidentale, soprattutto per un decadimento culturale e morale. Una perdita di orientamento su ciò che l’Occidente rappresenta nel mondo che ha finito per imbrigliare la sua capacità politica, a vantaggio di chi cavalca i ciechi istinti della popolazione dovuti alla paura e all’insicurezza. Questo è il fine della propaganda attuale, che è il più becero sottoprodotto della realtà politica. Anche l’Unione Europea ha deluso in questo senso, non ha saputo essere una forza politica. L’UE era una grandiosa visione per cambiare la storia del continente e non solo, ma l’abbiamo sprecata. Ha perduto la sua possibilità di porsi a guida dell’Occidente in un momento di crisi della leadership americana. Gli Stati Uniti non credo possano fare di più, anche perché storicamente quando hanno agito da soli hanno sempre fallito, mentre se inseriti in un contesto multilaterale hanno saputo agire benevolmente. Il Vietnam e l’Iraq avrebbero dovuto essere recepiti come l’esempio che il mondo non funziona meramente secondo i calcoli e le leggi non scritte del realismo politico. La grande questione a cui vorrei affidare un pensiero e una speranza per il futuro sono le sorti del continente africano, ivi comprendendo il Medio Oriente allargato. Lì, a mio parere, si giocherà il futuro dell’Occidente anche per le straordinarie risorse umane e materiali che vi sono riposte. Il problema dell’immigrazione continua ad essere la conseguenza dell’indifferenza occidentale alle sorti di quel continente, che d’ora in avanti si presterà sempre meno alle logiche di sfruttamento e subordinazione, in termini di priorità, di cui è stato vittima per troppo tempo senza che non si ritorcano contro l’Europa in primis.

 

Bonanate: Anarchia o Democrazia?

Nel corso della sua attività accademica, la sua riflessione si è concentrata a lungo sul terrorismo. È possibile interpretarlo – specialmente quello di matrice islamica – come un fenomeno di più ampio respiro e non soltanto come una delle tante degenerazioni post 11 Settembre?

Luigi Bonanate: I numeri sicuramente non ci raccontano questo. Nel decennio precedente l’11 Settembre il numero di attentati e di vittime erano di 1/3 più basso di quello registrato in epoca recente. Se tuttavia facciamo uno sforzo intellettuale per interpretare il fenomeno in una sua qualche forma organica o di continuità storica, dobbiamo renderci conto che la natura della strategia terroristica è sempre la logica della sconfitta. Il terrorista mosso da ideali – che siano essi la degenerazione legata al fanatismo politico e religioso – è una persona convinta che sarà sconfitto, perché non v’è partita. Anche colpendo gli Stati Uniti nel loro cuore e centro finanziario non se ne determina il collasso, ma si attirerà verso di sé l’odio e il risentimento di chi si riconosce in quell’istituzione. Magari con il tempo, ragionando a posteriori – come ha dimostrato per certi versi l’ipocrisia americana e occidentale sui mezzi e fini impiegati e perseguiti nella risposta al terrorismo – potrebbe essere ricompensato da un qualche successo, ma individualmente il gesto del terrorista è intrinsecamente volto alla sconfitta. Detto ciò, qual è la ragione che motiva un tale gesto estremo? La consapevolezza, sia essa maturata per una condizione socio-economica o per una convinzione spirituale portata alle sue estreme e fanatiche giustificazioni, che nel mondo (o nella società di riferimento) regni l’ingiustizia e che ne risenta l’umanità (o la società) in quanto tale. La condizione del terrorista è la disperazione, vissuta in prima persona, di vivere in una realtà simile. L’unica speranza per il gesto del terrorista è di poter essere un granellino che bloccherà la macchina della disperazione, chiaramente secondo il suo retroterra socio-culturale che applicherà, o distorcerà, i suoi schemi interpretativi. L’unica eccezione a questa regola, o comunque un caso che meriterebbe una riflessione a parte è il caso di episodi terroristici legati a contesti di rivoluzione/liberazione nazionale e di costruzione dello Stato in epoca moderna. Non dobbiamo mai dimenticare che l’etichetta “terrorista” è relativa a colui che sfida, nel bene o nel male, un ordine o un potere costituito. Giuseppe Mazzini per l’Impero Austro-ungarico era un terrorista, per i suoi seguaci era un patriota. Il terrorista è sempre l’altro, il terrorista è lo sconfitto. Nella storia del fenomeno, la definizione di terrorista viene spesso affibbiata a chi ha perso la battaglia per l’imposizione di un ordine, anche ideale, sociale o politico. Naturalmente, questa riflessione non è volta per nessuna ragione alla giustificazione dell’atto, esecrabile per il ricorso alla violenza, ma alla comprensione psicologica dei moventi alla base del terrorismo come strumento violento di lotta politica.

Con la sconfitta dello Stato Islamico, sembra chiudersi una sanguinosa e destabilizzante pagina per il Medio Oriente e non solo. Qual è stato il motivo del fallimento del sedicente califfato islamico? La global war on terror – con nuove minacce e una violenza sempre più sfuggente – pare essere senza soluzione di continuità. Con il fallimento fragoroso della “Dottrina Bush” e delle ipotesi di democratizzazione, esistono ricette veramente applicabili?

Luigi Bonanate: Il progetto del califfato non è mai esistito. Mi spiego meglio. Si è trattata di una specie di nebulosa composta principalmente da veri e propri fanatici religiosi senza una struttura o un’autorità politica in grado di costituire un centro gravitazionale del potere. Questa lacuna ha dunque favorito in seguito la proliferazione di individui o gruppi atomizzati ciascuno alla ricerca di una legittimazione politica, risultata in una brutale competizione per il potere. Un potere che era allo stesso tempo privo di una sua autonomia, poiché la stessa esistenza dell’ISIS, dei bracci armati e dei gruppi affiliati era legata al grado di sostegno finanziario offerto dalle principali potenze petrolifere del Golfo. Inoltre, mancava una vera e propria strategia del terrore, aldilà dei tragici episodi e attacchi rivendicati puntualmente dallo Stato Islamico. La stessa mediatizzazione del terrorismo rappresenta quest’improvvisazione. Monica Maggioni e Paolo Magri hanno curato un bellissimo testo Twitter e jihad: la comunicazione dell’Isis che ben delinea tutto ciò, mostrando i numerosi casi in cui determinati eventi erano stati fabbricati ad hoc. Questo ovviamente non toglie l’importanza della componente fanatica ed estremista che ha alimentato il progetto di violenza e brutalità perpetrato dall’ISIS. Poteva davvero pensare di conquistare, seminando morte e distruzione, il mondo della umma musulmana? Il mondo islamico è una straordinaria, pacifica e civilissima realtà, certamente “arretrata”, mi si consenta il termine, sotto certi punti di vista: non ammette ancora molti di quelli che sono i principi per lo sviluppo e il progresso sociale e politico, o è poco conciliante nei confronti dell’affermazione di usi e costumi occidentali. Tuttavia, sono differenze culturali dettate da secoli di storia, contingenze e peculiarità a cui l’Occidente non vuole prestare ascolto. L’Islam è una civiltà che pretende il riconoscimento di certe sue prerogative e di non volersi specchiare o confrontare forzatamente con usi e costumi occidentali. Dovremmo trovare il modo di palesare queste diversità, dunque riconoscerle e piuttosto accogliere quei punti di contatto che possono fruttare una cooperazione più pacifica. Ma ancora una volta l’Occidente si è dimostrato miope. Ad oggi io non vedo possibili ricette per uscire da questa situazione stagnante, come ho detto poc’anzi. Il mio timore è che, come scrisse Hegel, soltanto la guerra possa salvare l’umanità dall’imputridimento delle sue acque.

Qual è la sua posizione in merito al ritorno dei nazionalismi e sovranismi? La radicalizzazione politica interna agli Stati occidentali può essere una seria minaccia alla stabilità e alla pace?

Luigi Bonanate: Pessima. E sono assolutamente convinto che nazionalismi e sovranismi possano essere una minaccia ancor più grave di quelle fin qui delineate. Utilizzando la lente storica, ogni qual volta che i nazionalismi – e dunque le formazioni politiche ad essi votati – hanno consolidato posizioni determinanti nel circuito democratico hanno sempre causato instabilità e dunque guerre. Oltretutto, se vogliamo affrontare il discorso dal lato filosofico, l’idea alla base delle nazioni come gruppi etnici che si fanno Stato in chiara contrapposizione all’altro è un’aberrazione per il principio d’uguaglianza di tutti gli esseri umani conquistato più di due secoli orsono! Questo ritorno è davvero preoccupante. Nel momento in cui dichiari America First o “prima gli italiani” hai già inserito un bacillo di sgradevolezza, di differenziazione strumentale che al giorno d’oggi dovrebbe essere soltanto un capitolo triste della storia. Perché andiamo ad esasperare questi concetti? L’appello all’identità di una nazione continua ad essere un momento di ricorso ogni qualvolta si sia di fronte ad una situazione di disorientamento, di crisi economica. Ma quest’identità – così per come è intesa anche a livello individuale – è un concetto astratto, è un artificio che non corrisponde alla reale pluralità delle nostre radici come uomini. Questa è la battaglia educativa, pedagogica e morale più grande che ci prospetta il futuro in nome della pace e della democrazia.

In conclusione, avvenuta quella che lei ha definito, nel suo libro Anarchia o Democrazia una “mutazione genetica” del paradigma moderno delle relazioni internazionali – quello fondato sullo Stato come sua unità imprescindibile e sull’assunto dell’anarchia come regola del sistema – cosa ci prospetterà il futuro? Più anarchia o più democrazia?

Luigi Bonanate: In prima battuta, pur avendo nel corso della mia lunga carriera maturato la fama di essere un inguaribile ottimista e progressista, io non credo che la soluzione all’anarchia internazionale sia l’abolizione degli Stati. Io sono sempre stato etichettato specialmente dai miei colleghi torinesi tra gli accademici con alle spalle una delle più grandi tradizioni italiane nella storia del dibattito sul federalismo e criticato per le mie supposte posizioni anti-federaliste. Ma non è così: io non sono anti-federalista, ma sostengo che prima di poter sperare di concepire e realizzare un federalismo (specialmente quello europeo) davvero efficiente ci sia moltissima strada da percorrere. Uno dei passaggi obbligati è quello di ripensare e riorganizzare gli Stati e la loro struttura. La teoria kantiana del federalismo e della pace perpetua, in questo senso, è stata chiaramente mal interpretata poiché erroneamente intesa come un punto d’arrivo fatto e finito, senza i doverosi passaggi intermedi. Lo Stato, quindi, rimane l’unica struttura organizzativa concepibile per dare ordine al sistema internazionale. È fuorviante immaginare oggi una qualche Federazione mondiale e dunque un governo mondiale. Con grande rammarico le Nazioni Unite che, seppure siano una piccola struttura e qualche passo in questa direzione lo abbiano compiuto, non possiedono la cogenza e la resilienza politica per poter ambire ad essere un progetto di simile portata. Il cammino da perseguire, dunque, deve essere quello della democratizzazione del sistema internazionale degli Stati e non dell’anarchia intesa come l’utopia comunista dell’abolizione di essi. Abbiamo, forse, appena compreso la strada da compiere, ma quanto lunga sia non ci è dato sapere.

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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