La “morte della patria” tra Prima e Seconda Repubblica

La morte della patria tra Prima e Seconda Repubblica

L’attuale congiuntura politico-sociale nazionale è tale da indurre più di un ragionevole dubbio in merito alla tenuta e delle istituzioni politiche e dei legami sociali. In realtà, però, il rischio paventato non appare solo una conseguenza delle vicissitudini che attualmente esperiamo, ma affonda le proprie radici più indietro nel tempo. Pertanto, scopo del presente scritto sarà offrire alcuni punti fermi utili a consentire un minimo di orientamento, anche se si tratterà di osservazioni non propriamente storiche[1].

A tal proposito, si possono indicare due momenti temporali fondamentali: l’8 settembre 1943; e il 1992. Con il primo, si fa riferimento alla proclamazione dell’armistizio italiano nel corso del secondo conflitto mondiale, mentre con il secondo alla fine della Prima Repubblica. Potrebbe sembrare strano, ma i due momenti temporali sono tra loro correlati. Infatti, il momento conclusivo dell’esperienza repubblicana può essere considerato il termine stesso del percorso storico inaugurato appunto dall’armistizio dell’8 settembre 1943[2].

In altri termini, con il 1992 si sarebbe esaurito il corso storico nazionale in quanto frutto dell’armistizio, vale a dire la Repubblica germinata dalla fine del fascismo. Tuttavia, quando ci si riferisce al 1992 come alla conclusione del processo repubblicano lo si fa cercando di proiettare nel passato le inquietudini e le ansie coeve. Si tratta senza dubbio di una risposta parziale e semplificata, guardare alle contraddizioni dell’antifascismo come causa delle contraddizioni contemporanee, ma è pur sempre una risposta e va presa in considerazione. Il 1992, pertanto, è considerato una conseguenza dei confusi e proditori indirizzi assunti a partire dall’8 settembre 1943[3].

L’investimento di senso del lontano passato è così del tutto negativo. Infatti, sin dall’8 settembre 1943 sono stati istituzionalizzati tutti i peggiori vizi italici, dal familismo amorale all’inciucio; dal trasformismo al vile individualismo; dal disprezzo per la cosa pubblica sino al mito estetizzante del successo personale. Il 1992, e con esso la fine della Prima Repubblica, ha avuto luogo proprio perché si è realizzato l’8 settembre 1943. Il legame tra i due momenti, oltre che simbolico, è espressamente retorico, dal momento che abilita una precisa razionalità la quale intende interpretare in maniera lineare, oltre che semplificata, l’intero arco storico che va dalla fine della Guerra all’esaurirsi della spinta propulsiva della Repubblica nata dalla Costituzione del 1948, e figlia naturale della fine del fascismo. Tale razionalità informa di sé una retorica pubblica atta a dire la sua nella guerra dei discorsi pubblici. La “morte della patria” è segnatamente la forma principale di tale retorica.

Il concetto di “morte della patria”, intesa come fine di una costruzione storico-ideologica matrice di valori collettivi, e il suo uso storiografico risalgono al 1992, quando Galli Della Loggia espone per la prima volta una delle idee alla quale deve gran parte della sua fama recente. Tale idea viene successivamente ripresa con un certo repertorio documentario alcuni anni dopo, nella forma che conosciamo, La morte della patria appunto. In essa, l’autore esprime l’idea in forza della quale proprio con l’armistizio del 1943 è venuta meno dall’animo dei più l’idea stessa di patria[4].

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Indice dell’articolo

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Pagina 3: Morte della patria o società senza Stato?


[1] Cfr. A. Pizzo, Satta e l’estrema unzione alla Patria. Note (non) storiografiche, in I. Pozzoni (ed.), Rassegna storiografica decennale. II, Limina Mentis, Villasanta, 2018, p. 35 e sgg.

[2] Cfr. A. Lepre, Storia della Prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 2003, Il Mulino, Bologna, 2004, p. 8.

[3] Cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943 – 1988, Einaudi, Torino, 2002, p. 8: «Il Fascismo, invece di essere rovesciato da una rivolta popolare, veniva distrutto da un colpo di Stato dall’alto».

[4] Cfr. E. G. della Loggia, La morte della patria, Laterza, Roma – Bari, 2003, p. 3: «Il sentimento di una vera e propria «morte della patria» fu, infatti, ciò che oggettivamente provò, in quel biennio terribile e immediatamente dopo, chiunque nel proprio mondo etico-politico, o solo emotivo, custodisse […] l’idea di nazione».


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Dottore di ricerca in Filosofia. Attualmente occupato nel mondo della scuola. I suoi campi di ricerca vanno dalla razionalità delle enunciazioni normative alla filosofia della disabilità. È redattore di un proprio blog personale.

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