Crisi e renovatio: pensare l’Umanesimo oggi

Umanesimo Gio Maria Tessarolo

Quando si trattano questioni storico-filosofiche, una delle problematiche più spinose con cui ci si deve confrontare è rappresentata dalla domanda «Questa è filosofia?»: se una delle caratteristiche specifiche della riflessione filosofica è proprio quella di interrogarsi sul proprio stesso statuto, in chiave storica si tratta di un dilemma spesso insolubile. Di fronte all’evidente inadeguatezza tanto di applicare i criteri di oggi a mondi che con quello contemporaneo non hanno nulla a che vedere quanto di affidarsi all’autocomprensione che il passato aveva di sé, gli storici della filosofia spesso divergono in modo assai veemente sulla consistenza dei loro oggetti di studio.

Fra questi, uno di quelli che più frequentemente vede aprirsi veri e propri campi di battaglia sul merito della sua “filosoficità” è l’Umanesimo, termine utilizzato in primo luogo (in un rapporto spesso per nulla chiaro con quello di “Rinascimento”) per indicare un periodo storico e un movimento culturale convenzionalmente identificato da quella che i manuali scolastici presentano come la “rinascita” della cultura occidentale intorno al XV secolo. In secondo luogo, però, esso può anche riferirsi (in alternativa questa volta ad “Umanismo”) all’indirizzo di riflessione filosofica che ha avuto il suo episodio più celebre nella contrapposizione da parte di Martin Heidegger della sua Lettera sull’Umanismo (in tedesco esiste solo il termine Humanismus) all’esistenzialismo sartriano de L’esistenzialismo è un Umanismo. Quanto (nella prima accezione del termine) autori come Valla, Pico e Ficino siano da considerare veri e propri filosofi è un’interrogazione senza dubbio accademica al limite dell’ozioso, ma che assume un rilievo maggiore quando la si lega alla seconda accezione, generando la questione di quanto la riflessione della modernità occidentale sull’uomo e sulla condizione umana sia debitrice nei confronti del pensiero di autori normalmente considerati retori, filologi, cultori degli studia humanitatis come discipline speculativamente irrilevanti.

È alla luce di tale problematica che Massimo Cacciari ha recentemente invitato, in esplicita polemica con autori come Kristeller o Curtius, ma anche con i critici dell’Humanismus tedesco di inizio Novecento, a riconsiderare il «nesso tra filologia e filosofia» giudicato «centrale per intendere il pensiero dell’Umanesimo»: sostenendo che «è la loro stessa filologia, la loro concezione della lingua che devono essere intese filosoficamente», il pensatore veneziano arriva a parlare di «valore repubblicano della filologia umanistica» come matrice di una paideia comune[1], rintracciandone da un lato le basi concettuali in Dante e in testi come il De Nuptiis Philologiae et Mercurii, dall’altro sviluppandone le implicazioni nei grandi del Quattrocento, da Valla ad Alberti a Pico. Tale contributo (recensito per Pandora da Federico Diamanti) è solo il capitolo più recente di un rinnovato interesse in Italia per la questione: esso infatti è la rielaborazione dell’introduzione scritta per un volume del 2016 che aveva riproposto una serie di grandi testi umanistici[2], cui è da accostare l’analoga iniziativa dell’anno successivo di Michele Ciliberto, che con Il nuovo Umanesimo offriva una selezione di brani cruciali per comprendere la cultura umanistico-rinascimentale, preceduti da un’ampia introduzione che ne delineava i punti concettuali di fondo e l’attualità teorica[3]. La rilevanza di tali temi è stata poi più recentemente ribadita dall’organizzazione nel dicembre 2018 da parte della Scuola Normale Superiore, dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento e dell’Università di Pisa di un convegno internazionale dedicato precisamente al tema «Umanesimo e nuovo Umanesimo» e dalla pubblicazione nell’ultimo anno di una serie di importanti contributi che, in occasione del 450° anniversario della nascita, hanno rimesso in questione il pensiero di uno dei grandi protagonisti dell’età umanistica, Niccolò Machiavelli[4].

Le ragioni profonde che hanno portato principalmente filosofi e storici del pensiero a dedicare proprio ora una tale attenzione al tema e al problema dell’Umanesimo possono essere facilmente condensate dalle parole con cui Ciliberto apre Il nuovo Umanesimo: l’Umanesimo «è sempre stato una interrogazione sulla condizione dell’uomo, sul suo destino, ed è diventato attuale ogni volta che si è riaperto questo problema, specie in tempi di crisi e di trasformazione come quelli che anche a noi sono toccati in sorte»[5]. Se la linea di indagine di Cacciari parte da una problematica che ha a che fare in primo luogo con filologia, poesia e teologia per svilupparne progressivamente le implicazioni tanto speculative quanto etico-politiche, quella di Ciliberto prende le mosse da un’urgenza in partenza morale e civile per risalire alle radici storiche e teoriche del modello che il passato può fornire al presente. Differenti paiono anche i protagonisti delle due ricostruzioni: da una parte i grandi del Trecento e del Quattrocento, dall’altra è principalmente il Cinquecento a trovare spazio (Machiavelli, Guicciardini, Pomponazzi, Bruno, Campanella, ma non mancano Pico e Alberti). L’esito delle due riflessioni, però, è fondamentalmente analogo: tornare ad autori ed opere dell’età umanistica, da Dante fino a Campanella, significa tornare ad interrogarsi sul modo in cui il pensiero occidentale ha pensato la condizione umana, andando (con le parole di Ciliberto) «oltre i “moderni”», ossia liberandosi dalle costrizioni imposte dalle grandi narrazioni storiografiche che hanno per secoli assegnato un “ruolo” ben preciso ad un Rinascimento letto alla luce di categorie illuministiche o “modernizzanti”.

Quello che emerge da una sua considerazione iuxta propria principia è invece innanzitutto un’epoca che (specialmente nella sua ultima parte) si concepisce come tempo di profonda crisi, di cui (come, oltre a Ciliberto, ha messo in luce anche Asor Rosa)[6] i testi di Machiavelli e Guicciardini sono l’espressione più emblematica: «è dalla consapevolezza della decadenza, sperimentata anche sul piano personale, che nasce l’impulso alla riforma, al rinnovamento del mondo»[7]. Già nel secolo precedente, infatti, secondo Cacciari la dimensione filologica era stata «chiamata a inventare una classicità e, a volte, una mitologia moderne»[8]: studiare l’Umanesimo significa dunque studiare il modo in cui la condizione umana è stata messa in questione con esiti molteplici, ma sempre con la consapevolezza di doversi interrogare in modo radicale e privo di preconcetti su un oggetto di indagine non ozioso né meramente speculativo, ma dalle ricadute immediate sull’azione, e dunque sui dilemmi etici e civili su cui un tempo di trasformazione inevitabilmente chiama a prendere posizione. Ad una crisi dei presupposti del mondo precedente si accompagna una crisi politica, militare e culturale della penisola italiana, che mette in luce la vanità di categorie rigide o unilaterali nella classificazione dei valori, delle priorità, delle culture: anche da questo scaturisce la centralità per l’Umanesimo del problema della praxis e della riflessione politica (già ampiamente sottolineata dagli studi pionieristici di Garin). Per articolare questo nuovo modo di pensare il mondo è a sua volta necessaria una nuova immagine dell’uomo: da qui nascono questioni come quella del libero arbitrio, della natura del bene, dei rapporti uomo-animale e uomo-divinità, del ruolo della Fortuna. Si tratta di temi tipicamente filosofici che saranno centrali anche nelle riflessioni dei maggiori “moderni”, da Cartesio a Hobbes a Spinoza, ma che nei grandi del Quattrocento e del Cinquecento sono articolati sulla base della necessità di capire come concettualizzare la natura e le capacità umane all’interno di un mondo che muta e che rivela dinamiche inauditamente nuove, dalla “riscoperta” degli antichi alle esplorazioni geografiche alle guerre di religione.

Non è un caso che tanto il saggio di Ciliberto quanto quello di Cacciari si concludano insistendo sul tema della pace: gli esiti delle riflessioni dei protagonisti dell’Umanesimo non giungono ad un rassicurante accordo, ad una definizione o sistematizzazione dell’uomo all’interno di un ordine cosmico chiaro ed inequivocabile. Nella loro faticosa opera di riutilizzo e reinterpretazione di materiali e problemi classici, tardoantichi e medievali per pensare la condizione umana, gli umanisti mettono in luce e prendono consapevolezza delle aporie cui i vari approcci filosofici vanno incontro e dei dilemmi insolubili che queste pongono: l’unico tipo di Pace che può essere pensata nel contesto di questa indagine è quella di Pico, «che è l’opposto della reductio ad Unum, dell’annichilimento dei Molti e della singolarità di ciascuno»[9]. Ciò che caratterizza l’Oratio è, al contrario, «la sua estraneità ad ogni ortodossia» e la sua «opposizione a qualunque rivendicazione di primati filosofici o religiosi, nella persuasione che in ogni autentica ricerca ci sia una scintilla di verità»[10].

Più che come una fonte di ricette o soluzioni, dunque, l’Umanesimo va affrontato come un invito alla riflessione, come il suggerimento di una strada da percorrere in un tempo di grandi trasformazioni, di incertezza, di imprevedibilità: per rispondere all’esigenza di pensare un mondo nuovo è necessario rimettere al centro della riflessione filosofica e politica il problema della condizione umana. Questo, a sua volta, significa essere consapevoli che, di fronte a mutamenti culturali, sociali, ambientali capaci di sconvolgere la nostra realtà, a cambiare devono essere anche le strutture di pensiero utilizzate per concettualizzarla: i valori morali, i princìpi che regolano la vita associata, il giudizio su mondi e culture lontane dipendono in modo inestricabile da cosa pensiamo che sia o (soprattutto) che debba essere “umano”.


[1]M. Cacciari, La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo, Giulio Einaudi Editore, Torino 2019, pp. 37-41.

[2]Cfr. R. Ebgi (a cura di), Umanisti italiani. Pensiero e destino, Giulio Einaudi Editore, Torino 2016.

[3]Cfr. M. Ciliberto, Il nuovo Umanesimo, Editori Laterza, Roma-Bari 2017.

[4]Cfr. C. Ginzburg, Nondimanco. Machiavelli, Pascal, Adelphi Edizioni, Milano 2018; A. Asor Rosa, Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta, Giulio Einaudi Editore, Torino 2019; M. Ciliberto, Niccolò Machiavelli. Ragione e pazzia, Editori Laterza, Roma-Bari 2019.

[5]Ciliberto, Il nuovo Umanesimo, cit., p. IX.

[6]Cfr. Asor Rosa, Machiavelli e l’Italia, cit., capp. 4, 11, 15 e 16.

[7]Ciliberto, Il nuovo Umanesimo, cit., pp. 60-61.

[8]Cacciari, La mente inquieta, cit., p. 108.

[9]Ivi, p. 110.

[10]Ciliberto, Il nuovo Umanesimo, cit., p. 63.


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Studia e svolge attività di ricerca presso la Scuola Normale Superiore e l’Università di Pisa. Si interessa principalmente di Storia della Filosofia moderna e di Filosofia Politica (Machiavelli, Hobbes, Rousseau).

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