Le piazze e le contraddizioni dell’Iran di Rouhani
- 29 Novembre 2019

Le piazze e le contraddizioni dell’Iran di Rouhani

Scritto da Rassa Ghaffari

7 minuti di lettura

Chi sta seguendo con regolarità la cronaca internazionale non si sarà meravigliato eccessivamente per lo scoppio, a partire da sabato 16 novembre, di nuove proteste e scontri sempre più massicci in diverse province iraniane. Dopo il Libano e l’Iraq, sembra ora essere la Repubblica Islamica a dover fare i conti con le crescenti problematiche economiche e politiche, ma soprattutto con le proprie contraddizioni interne. Le proteste, difatti, si innestano in quella che Hamid Dabashi ha definito “una autentica e coerente insurrezione radicata strutturalmente in Iran contro le difficoltà economiche”; la miccia che ha dato fuoco al malcontento popolare è stato l’annuncio del Presidente Rouhani di una nuova manovra comprendente il taglio dei sussidi per il carburante e la conseguente impennata dei prezzi da 5.000 rial per litro (0,12$ circa), a 15.000 rial per i primi 60 litri prelevati, e un ulteriore aumento a 30.000 rial per i rifornimenti successivi. Secondo i piani del governo, tali risparmi serviranno a formare una cassa per sostenere con trasferimenti diretti milioni di famiglie bisognose.

Come testimoniano il Messico nel 2017 e la Francia nel 2018, le proteste per il rincaro della benzina costituiscono un leitmotiv ricorrente nello scenario politico internazionale. Dopo il grande movimento sociale del 2009, la storia iraniana più recente è costellata da periodiche manifestazioni che hanno visto coinvolte disparate categorie sociali e professionali accomunate dal malcontento per le condizioni economiche e politiche in Iran. Se le prime settimane del 2018 avevano assistito ad agitazioni popolari contro le misure economiche e la popolarizzazione del movimento delle “Ragazze di Via della Rivoluzione”, in seguito sono stati insegnanti e commercianti a mobilitarsi contro le inadeguatezze del governo. Inflazione, disoccupazione e costanti ritardi nel versamento dei salari rappresentano solamente alcune delle motivazioni che hanno spinto migliaia di persone, allora appartenenti in prevalenza alla classe lavoratrice, a manifestare in tutto il paese. Acefale e prive di una coerente struttura organizzativa, tali proteste si sono generalmente esaurite nel giro di pochi giorni o settimane in seguito anche alla puntuale repressione statale.

In queste ultime sommosse, il blocco quasi totale di Internet eretto dalle autorità ha reso inizialmente molto ardua una dettagliata ricostruzione della situazione, che è sembrata mutare di giorno in giorno; ad oggi, varie fonti tra cui Amnesty Iran e Iran Human Rights stimano oltre cento morti e migliaia di feriti negli scontri consumati nelle strade delle principali città come Tehran, Yazd e Shiraz, ma soprattutto nelle regioni periferiche, nel Khuzestan, Fars e Kermanshah, storicamente soggette ad ampi gap socioeconomici dovuti ad una sbilanciata redistribuzione delle risorse e del potere.

Necessaria e inevitabile, dunque, o come ha commentato una fonte, ennesima “zappa sui piedi del governo”? Poiché l’economia gioca un ruolo chiave nel plasmare sia la politica estera sia le strategie di sicurezza interna, vale la pena soffermarsi sulla natura della controversa e contestata misura annunciata da Rouhani, per comprenderne effettivamente logiche e portata, e proporre un quadro più generale della situazione economica iraniana e del funzionamento dei sussidi al carburante, spesso ignorati nelle analisi che si soffermano perlopiù sulla sua politica interna ed internazionale.

Sebbene comunicata senza preavviso e in un momento indubbiamente già difficile, il taglio ai sussidi non sembra costituire una decisione ideata nottetempo, ma si innesta all’interno di una più ampia manovra volta ad alleggerire la pressione delle sanzioni sul budget governativo e diminuire il consumo interno. La misura, secondo Esfandyar Batmanghelidj, esperto di economia e politica internazionale, sarebbe parte di una “solida politica fiscale” suggerita dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) nel 2018. Fino ad oggi, gli iraniani hanno comprato il carburante al secondo prezzo più basso al mondo dopo i venezuelani (tuttavia, è importante ricordare che questo indicatore non tiene conto del valore reale delle valute nazionali, e del loro potere d’acquisto); il taglio dei sussidi e l’aumento dei prezzi dunque, dovrebbero creare ulteriore spazio fiscale per facilitare il trasferimento di denaro che, come accennato, rappresenta la seconda parte della manovra. Sempre secondo Batmanghelidj, in modo simile alla maggior parte dei paesi produttori di energia, anche l’Iran ha trasformato l’erogazione dei sussidi, definiti “a really inefficient means to support the welfare of ordinary Iranians”, in un mezzo di sostentamento ordinario dei propri cittadini. Di parere simile è Djavad Salehi-Isfahani, professore di Economia alla Virginia Tech che si è espresso favorevolmente sulla riforma e ha definito quella dei sussidi al carburante come una politica “altamente regressiva” che avvantaggerebbe la percentuale di popolazione più ricca.

L’Iran è il quarto produttore al mondo di greggio e il suo sesto esportatore. Nel 2019, il FMI ha collocato l’economia iraniana tra quelle “emergenti”, definendola “mista” e in transizione da un modello centralmente pianificato ad uno di libero mercato, dominato da un esteso settore pubblico, fortemente dipendente dal petrolio, la cui esportazione costituiva nel 2012 oltre l’80% del reddito pubblico, e dal gas. Come nella maggior parte delle nazioni esportatrici di greggio, quella della ridistribuzione dei suoi ricavati si presenta come una delle tematiche più sensibili e soggette a controversie. Secondo un report del 2018 dell’International Energy Agency, l’Iran detiene il primato in termini di sussidi allocati nel consumo di energia (circa il 15% del PIL). Ma da dove origina la politica dei sussidi, come si è modificata nel tempo, e quale ruolo svolge nell’economia del paese e nella vita quotidiana dei suoi cittadini?

A partire dal 1979, in seguito ai programmi di nazionalizzazione e il conflitto con l’Iraq (1980-1988), la stragrande maggioranza dell’economia iraniana è sotto il controllo governativo. La ridistribuzione della ricchezza sociale e il riscatto dei mostazafin, “gli oppressi”, hanno costituito i pilastri su cui la rivoluzione ha edificato il proprio consenso popolare; la lotta alle diseguaglianze sociali, particolarmente sentita in una società segnata da nettissime fratture, ha rappresentato un tema delicato ed è ancora oggi al centro dei dibattiti elettorali. Per mantenere le proprie promesse di riscatto sociale, la Repubblica Islamica è intervenuta pesantemente in ambito economico, espropriando dei loro beni coloro che con la monarchia detenevano la maggior quota di ricchezza (tra cui le famigerate “mille famiglie”), espandendo notevolmente la quota del settore pubblico, e riducendo gli investimenti privati e stranieri. Le autorità hanno utilizzato i ricavati del petrolio per sostenere la legittimità dello Stato attraverso una estesa politica di sussidi; quelli energetici, in particolare, costituiscono uno dei principali strumenti di ridistribuzione della ricchezza, consentono allo Stato di regolare i prezzi dei beni, e supportano la produzione interna.

L’Iran uscito dalla guerra è stato testimone di un processo di graduale liberalizzazione e privatizzazione nel settore economico e in altri ambiti sociali, nel quadro di crescenti scambi politici che, complice la morte di Khomeini nel 1989, hanno allentato in parte l’isolamento internazionale in cui la rivoluzione lo aveva confinato. Si iniziò a tentare di mitigare la portata rivoluzionaria del 1979 attraverso un approccio definibile come right-based, influenzato sia dal contesto politico interno, con la vittoria nel 1989 del pragmatista Rafsanjani, sia da quello internazionale, con timidi tentativi di riallacciare le relazioni diplomatiche congelate dalla rivoluzione e dalla crisi degli ostaggi americani. La parola d’ordine del periodo post-bellico è stata non a caso “ricostruzione”: i due governi di Rafsanjani (1989-1997) si sono distinti per l’abbandono delle politiche di austerità ed una nuova enfasi sull’arricchimento economico come valore etico positivo, giustificato anche dal massiccio contributo della classe mercantile. Rafsanjani ha assunto il delicato compito di traghettare il paese verso una nuova trasformazione dei principi socialisti e populisti della Repubblica Islamica, ma molti autori definiscono la sua una transizione verso politiche di stampo neoliberista. Inizialmente indicate come principali beneficiarie della ridistribuzione della ricchezza, le classi meno abbienti sono state nuovamente emarginate a favore della nuova borghesia, con conseguenti accuse al governo di aver tradito lo spirito rivoluzionario.

La ridistribuzione del reddito, uno tra i motivi del duraturo consenso al regime, è stata attuata principalmente attraverso sussidi per i generi di largo consumo; una misura che si è rivelata però sempre più problematica e che, come già nel 2009 la giornalista e docente di storia dell’Iran Farian Sabahi aveva predetto, “non può essere sostituita da altri meccanismi senza suscitare le reazioni popolari”. Ampi sprechi di carburante, l’inquinamento ambientale, la dipendenza dalle importazioni, il contrabbando e la natura iniqua dei sussidi (la cui entità viene calcolata in base al consumo di carburante: ne consegue che le fasce più agiate, che ne utilizzano di più, ricevono un sussidio più alto), figurano tra le motivazioni principali che hanno indotto diversi governi a voler riformare tale sistema. Mentre alcuni tentativi avanzati dalle amministrazioni Rafsanjani e Khatami hanno incontrato una dura opposizione parlamentare ed avuto quindi portata limitata, è stato il conservatore Ahmadinejad, per cui i trasferimenti di denaro alla popolazione hanno costituito una delle principali armi elettorali, ad implementare concretamente una riforma. Nel 2005, i ricavati del greggio ammontavano a quasi 50 miliardi di dollari, paragonati ai 13 del 1998; in una campagna elettorale segnata dal dibattito su disuguaglianze e povertà, Ahmadinejad ha guadagnato consensi promettendo di “portare i soldi del petrolio alla tavola della gente”; nel 2007, ha introdotto politiche di razionalizzazione dei sussidi e di razionamento del carburante, con un tetto massimo di 100 litri al mese, oltre al quale il prezzo sarebbe aumentato. Fino ad allora, infatti, la benzina, veniva venduta ad un prezzo talmente basso (0,10$ per litro) da non coprire le spese di estrazione, raffinazione e trasporto, ed il crescente consumo interno. Anche in quel caso, la notizia è stata accolta con diffuso malcontento ed è stata talmente repentina che innumerevoli iraniani sono rimasti con le auto bloccate per l’impossibilità di acquistare abbastanza carburante. La riforma non ha centrato in pieno i suoi obiettivi: tra le conseguenze vi sono state infatti l’ampliamento del divario tra ricchi e poveri, un alto tasso di inflazione, ed un conseguente impoverimento della classe media e lavoratrice. Nel 2010, è stato introdotto un ulteriore piano di aumento dei prezzi e taglio dei sussidi all’energia trasformati in versamenti diretti alle famiglie, che ha reso l’Iran il primo grande produttore ed esportatore di energia a tagliare drasticamente i sussidi indiretti ai prodotti energetici e sostituirli con trasferimenti diretti alla popolazione. Questa volta, le autorità hanno versato i soldi alle famiglie in anticipo e promosso una vasta campagna informativa che ha arginato i dissapori. Nel 2014, sotto Rouhani, i prezzi del carburante sono stati nuovamente innalzati del 75% per litro, e nel 2016 il governo ha annunciato nuovi aumenti e tagli ai sussidi che non sono stati però implementati efficacemente.

La difficoltà con la rimozione dei sussidi energetici è che mentre tendono ad avvantaggiare i più ricchi, vengono percepiti come un aiuto non indifferente per gli svantaggiati. In assenza di un equo sistema di compensazione, quindi, la loro eliminazione provoca forti tensioni sociali. Mentre, dunque, per numerosi esperti, non sarebbe la logica della misura in sé a rappresentare un problema, sono la tempistica con cui è stata attuata e la mancanza di una chiara strategia comunicativa con il pubblico a costituire il tallone d’Achille della nuova riforma di Rouhani. Il razionamento del petrolio è difatti altamente politicizzato, con conseguenze importanti sull’interno esecutivo, in quanto l’aumento dei prezzi del carburante influenza in sostanza anche quello di numerosi altri beni primari. Considerato anche il preannunciato aumento delle tasse, è quindi il tenore di vita della classe lavoratrice e di quelle famiglie che dipendono da salari fissi, a venire maggiormente influenzato. In un momento economico e politico di sofferenza per la crescita economica rallentata, le problematiche dovute alle sanzioni internazionali e una apparente crisi di rappresentatività politica, l’annuncio di Rouhani dimostra la mancata interiorizzazione delle lezioni offerte dal passato: non introdurre aumenti dei prezzi senza un simultaneo impegno a compensare coloro che ne saranno maggiormente affetti. L’impegno di restituire i ricavi della manovra ad oltre 60 milioni di iraniani non ha evidentemente agito da cuscinetto contro il malcontento popolare, già ampiamente fomentato da una situazione economica precaria e segnata da una crescente e pervasiva insoddisfazione per il modo con cui lo Stato amministra il bene pubblico e l’esistenza dei suoi cittadini. La mancanza di misure appropriate per contrastare il fallimento del patto nucleare che proprio il governo di Rouhani aveva portato alla luce e appuntato come principale merito, costituisce un precedente per la scarsa fiducia che ampie fasce di cittadini nutrono nei confronti della classe dirigente e delle sue promesse.

Scritto da
Rassa Ghaffari

Nata in Italia nel 1991 ma di origini iraniane, ha sempre viaggiato e vissuto tra i due paesi. Dottoranda in sociologia all'Università di Milano Bicocca con un progetto sui cambiamenti dei ruoli di genere tra i giovani in Iran. In precedenza ha studiato Studi Internazionali a Bologna e Studi Afro-Asiatici a Pavia. I suoi temi di ricerca principali sono l'Iran e il conflitto israelo-palestinese, le tematiche di genere e la condizione giovanile.

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