“Piccole Italie. Le aree interne e la questione territoriale” di Enrico Borghi
- 11 Marzo 2019

“Piccole Italie. Le aree interne e la questione territoriale” di Enrico Borghi

Scritto da Alessandro Ambrosino

6 minuti di lettura

Recensione a: Enrico Borghi, Piccole Italie. Le aree interne e la questione territoriale, Roma, Donzelli editore, 2017, pp. 181, euro 26 (scheda libro).


Un leitmotiv dell’immagine dell’Italia all’estero è che essa, in qualche modo, sia la «culla della civiltà»[1]. Uno tra i territori più belli d’Europa, faro di cultura urbana, da amare e ammirare. Però, per quanto questo riguardo non può che essere motivo di vanto per i suoi abitanti, troppo spesso nasconde una sottesa idea della Penisola quale “terra classica”, da preservare come un diadema romano nella teca di un museo. Lo diceva anche Giacomo Leopardi, che nello Zibaldone così scriveva: «Quegli tra gli stranieri che più onorano l’Italia della loro stima, […] non considerano l’Italia presente, cioè noi italiani moderni e viventi, se non come tanti custodi di un museo e simili»[2].

È una cosa che ancora oggi molti economisti e politici tendono a fare, irrobustendo quella tradizione che vuole l’Italia fatta del Rinascimento a Firenze e/o della Roma antica a Roma. Un focus cittadino che ha letteralmente abbandonato tutto il resto. Pensare che la Penisola sia composta quasi solo da quelle 10-12 città “metropolitane” restituisce un’immagine parziale della complessità del Paese e rischia di portare all’impoverimento dell’intero sistema, con pochi poli di altissima specializzazione e, tutt’intorno, il deserto.

Enrico Borghi, deputato del Partito Democratico, presidente dell’UNCEM (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani) nonché consigliere della Presidenza del Consiglio per l’attuazione della SNAI (Strategia Nazionale Aree Interne) e sindaco dell’ossolana Vogogna, questi rischi li conosce molto bene e li ha evidenziati nel libro Piccole Italie, scritto proprio a partire dalla sua esperienza di amministratore di montagna.

L’autore inizia ponendo una domanda: che cosa è rimasto del dibattito sul federalismo e l’autonomia dei territori dagli anni Sessanta ad oggi? Come è possibile che dopo le stagioni degli “schemi” di Vanoni, dopo i piani di intervento statale, dopo i tentativi federalisti, sfociati in un’elefantiaca mole di conflitti fra competenze statali e competenze regionali, e anche dopo l’ultimo tentativo di riassetto istituzionale del 4 dicembre 2016, miseramente fallito, ci si ritrovi a parlare di centralismo, o peggio di autonomie differenziate con il rischio di un centralismo regionale al Nord, in un eterno gioco dell’oca[3]? Nonostante quarant’anni di politiche territoriali gli indicatori sono impietosi: dal 1961 al 2010 è andato perso almeno il 50% della superficie di territorio produttivo, con punte dell’80% in alcune valli alpine e sull’Appennino[4]. Intere aree del Paese, soprattutto in montagna, si sono progressivamente spopolate causando un vero e proprio regresso sociale nel quale sono venuti meno i fondamentali diritti di cittadinanza (accesso a scuole, trasporti e sanità), con il risultato che ogni iniziativa è votata al fallimento. Un tracollo immane di cui sono protagonisti involontari la maggior parte dei piccoli comuni della Penisola, ovvero quei quasi 5600 comuni con meno di 5000 abitanti su circa 8000 comuni totali.

Il primo e grande merito del libro è quindi questo: parlare di un problema nazionale ma tenendo ben presente le diversità economiche, sociali, culturali e politiche di tutte queste “piccole Italie”. «Il tema – dice Borghi – non può avanzare senza considerare la complessità che l’Italia rappresenta»[5]. Complessità che non va ridotta, ma compresa e organizzata. In altre parole, le difficoltà delle aree rurali, interne e montane del Paese non sono un problema locale. La drammatica “secessione” di questi territori occupa più di metà della superficie nazionale. Ce lo spiega chiaramente Borghi: «Occorre sfatare un mito […] e cioè che occuparsi di territorio significa occuparsi di realtà locali. In realtà nelle aree rurali e montane italiane vivono ben 13 milioni di italiani. […] Una popolazione superiore a quelle di Grecia, Portogallo, Repubblica Ceca o Belgio»[6].

Si tratta dunque di una grande questione nazionale, che riguarda l’identità stessa del Paese e che spinge ad interrogarci sulla nostra libertà, intesa qui come diritto di scelta del territorio sul quale vivere e crescere. Le aree interne esistono e resistono, conservando quella dimensione positiva della comunità dove la cooperazione prevale sulla competizione.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Cosa resta delle politiche per il territorio?

Pagina 2: Piccole Italie: come reinterpretare il territorio

Pagina 3: Chi può reinterpretare il territorio?


[1] Pochi giorni fa, nella plenaria di febbraio 2019 del Parlamento Europeo di Strasburgo Guy Verhofstadt, leader del gruppo ALDE, ha cominciato il suo intervento sottolineando proprio questo aspetto.

[2] G. Leopardi, Zibaldone, Le Monnier, Firenze, 1921.

[3] Il corsivo è mio poiché l’autore, avendo pubblicato Piccole Italie nel 2017, non avrebbe mai potuto descrivere le più recenti trasformazioni occorse sul tema dell’autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

[4] E. Borghi, Piccole Italie, Roma, Donzelli, 2017, pp. 52 e segg.

[5] E. Borghi, Piccole Italie, Roma, Donzelli, 2017, p. 62


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Scritto da
Alessandro Ambrosino

(1992) Originario del Friuli si è Laureato in storia e in Relazioni Internazionali all'università di Bologna. Ammesso al PhD in International History del Graduate Institute di Ginevra. S'interessa di confini, minoranze etnico-linguistiche e identità territoriali. Dopo aver lavorato a Bruxelles presso l'Ufficio di Collegamento della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia a Bruxelles, ha svolto il tirocinio UE presso il Comitato delle Regioni.

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