La politica è finita? Intervista a Giovanni Orsina

La politica è finita Intervista a Giovanni Orsina

La politica è finita? Il rifiuto della mediazione ed un individualismo sempre più marcato ne hanno calpestato i confini, sottraendole spazio e respiro? Dove possiamo trovare le radici di questa crisi? In questa intervista a Giovanni Orsina, autore de “La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica” edito da Marsilio, viene affrontato il tema della crisi della politica cui stiamo assistendo. In particolare, viene analizzato il passaggio critico del ‘68, tra successi e fallimenti, e le spinte individualistiche che ne sono conseguite, il passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta, il rapporto tra politica, società e Internet e infine il fenomeno del populismo – al netto della vacuità del termine e della sua scarsa utilità come categoria interpretativa – all’interno dell’intricato panorama globale.


Professor Orsina, da anni sembra di assistere ad una decomposizione della dimensione politica. Da un lato la politica sembra non avere la forza e gli strumenti per incidere veramente sui processi chiave del nostro tempo, dall’altro il rapporto con i saperi tecnici e l’economia viene spesso declinato in modo tale da lasciare poco spazio per la scelta politica stessa. Anche la confusione tra politica e morale pare contribuire a rendere indefinito e sfumato lo spazio della politica. Condivide questa descrizione? Dove possiamo trovare oggi, nel 2018, questo spazio? 

Giovanni Orsina: Si, condivido assolutamente questa descrizione. Tutto il mio libro è dedicato al tentativo di capire da dove venga questa situazione. Lo spazio della politica nel 2018 è diventato molto fragile e anche molto volatile – questa è la parola che userei. Lo spazio per la politica c’è sempre, la politica è azione collettiva e in fin dei conti gli esseri umani socializzano per compiere azioni collettive in continuazione. Si può argomentare che anche oggi in un paese come l’Italia, nel quale effettivamente certi processi di degenerazione della politica sono a uno stadio molto avanzato, abbiamo comunque un Parlamento, un Governo, abbiamo votato, ci sono delle forze politiche: l’azione collettiva comunque è presente. Il problema è che il rapporto fra esseri umani che agiscono collettivamente è un rapporto estremamente fragile e provvisorio. Siamo di fronte ad alleanze molto labili che si disfano con estrema facilità. Il che vuol dire che l’azione politica fatica ad acquistare profondità temporale: si è persa l’idea che i frutti di un’azione che si sta compiendo ora si possano vedere tra cinque anni. Ora si pretende che i risultati si debbano vedere subito. Basta pensare, ad esempio, all’ultima manovra economica (DEF): si vede chiaramente come le prospettive temporali siano ormai a brevissimo termine, perché oggi si può vantare il 30% del sostegno popolare ma domani non si sa. È un rapporto molto fragile con i propri sostenitori, provvisorio.

Nel suo ultimo libro, La democrazia del narcisismo edito da Marsilio –qui recensito da Pandora– lei, dopo aver evidenziato le contraddizioni intrinseche della democrazia, si focalizza sulla cesura libertaria degli anni Sessanta. In particolare, la spinta all’emancipazione dell’individuo, guidata da una volontà di autodeterminazione soggettiva sempre più incalzante, ha portato ad un processo di indebolimento della politica. Quali sono state, secondo lei, le criticità della stagione del ’68? 

Giovanni Orsina: Io credo ci siano due elementi in particolare, il primo ha rappresentato un successo, il secondo un fallimento. Ciò che ha avuto successo è stato appunto il desiderio di rompere tutti i vincoli, o almeno cercare di rompere il maggior numero di vincoli possibile che limitavano la libertà individuale. E da qui derivava il conseguente desiderio di emancipazione, di liberazione – anche nella dimensione privata -, di rottura di certe gerarchie e tradizioni familiari e proprie del luogo di lavoro. Si è avuta quindi una grande esplosione di desiderio di autodeterminazione soggettiva che fondamentalmente ha avuto successo. Le società successive sono divenute sempre più individualistiche e maggiormente fondate sul principio dell’autodeterminazione individuale, sul rifiuto delle gerarchie e dei limiti, sulla libertà per ciascuno di essere ciò che vuole. Tra l’altro si tratta di un processo che si è sviluppato ed è venuto crescendo nel tempo: non è stata solo una fiammata, ma qualcosa che è proseguito anche dopo il Sessantotto.

L’altro aspetto a cui facevo riferimento – la criticità – sta nel fatto che nel momento in cui la massima emancipazione soggettiva diventa l’obiettivo, diventa molto difficile costruire l’azione collettiva, ovvero l’azione politica. Ciò avviene proprio perché gli individui divengono isolati, indisciplinati, tali da non voler cedere i propri spazi di libertà in nome di nessuno scopo collettivo. Il Sessantotto sogna di tenere uniti i due elementi, ovvero trasformare il desiderio di emancipazione individuale in uno strumento rivoluzionario politico e sogna una rivoluzione politica che porti alla massima emancipazione individuale. E lì invece fallisce. Perché questi due aspetti divorziano e, quindi, si avrà l’emancipazione individuale ma non più la politica.

È possibile individuare un cambiamento nel passaggio dagli anni Settanta agli anni Ottanta? Siamo di fronte a un individualismo di nuovo tipo, basato sul modello della libertà di impresa, che il neoliberismo tende a impiegare come paradigma sul quale improntare anche altri ambiti dell’esistenza? 

Giovanni Orsina: Direi decisamente di sì. C’è un ampio dibattito storiografico sul rapporto tra anni Settanta e anni Ottanta. E ovviamente c’è un filone interpretativo che sostiene che i due decenni siano separati l’uno dall’altro perché gli anni Settanta rappresentano il periodo dell’impegno, della politica – sono anni di sinistra -, mentre gli anni Ottanta invece si possono considerare come gli anni del privato, dell’edonismo e del disimpegno politico. È vero e rappresenta un elemento di distanza e di differenza abbastanza marcato: gli anni Ottanta sono quelli del cittadino-consumatore. Di questo ho una memoria personale molto viva: in qualche modo in Italia le televisioni commerciali di Berlusconi esprimono esattamente questo desiderio di divertirsi, consumare, comprare, farsi i fatti propri. Disimpegno, privato e consumismo, appunto. E non c’è dubbio che l’avvento di Reagan, della Thatcher, del neoliberismo, il tema della deregulation, la centralità del mercato siano elementi molto rilevanti. È però anche vero che l’elemento di continuità che c’è fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta può essere individuato proprio in questa insistenza sull’individuo e sulla sua autodeterminazione, che negli anni Settanta passa attraverso un percorso politico di allargamento dei diritti e negli anni Ottanta passa attraverso il soddisfacimento sul mercato. Però il processo individualistico, seppur cambiando strumenti, non rallenta né retrocede: rimane lo stesso processo di accelerazione individualistica che assume forme diverse.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La politica è finita?

Pagina 2: La politica dell’incertezza

Pagina 3: Orsina e il rapporto tra legittimazione democratica e potere


Crediti immagine: da Davide Ragusa [CC0 Creative Commons], attraverso unsplash.com


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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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