Ridare efficienza al sistema produttivo

politiche

L’economia italiana langue ormai da vent’anni. Come ha saputo sintetizzare brillantemente Giuseppe Berta, la grande impresa attraversa una crisi gravissima mentre le piccole e le medie imprese mostrano una buona performance, soprattutto le seconde, ma soffrono di un deficit di imprenditorialità non indifferente[1]. Il rapporto ISTAT del 2017 ha confermato quest’analisi, mostrando che le PMI, soprattutto grazie alle medie imprese, accettano la sfida del cambiamento tecnologico, anche se faticano a produrre strategie imprenditoriali che permettano di generare valore aggiunto. Le grandi imprese, al contrario, registrano valori negativi sul cambiamento tecnologico ma si dimostrano capaci di generare valore aggiunto tramite strategie imprenditoriali di qualità. La differenza principale è che, nel caso delle PMI, le difficoltà nel generare valore aggiunto sono più che compensate dal cambiamento tecnologico, mentre per le grandi imprese il dato fortemente negativo sul cambiamento tecnologico non viene interamente compensato dai buoni livelli di valore aggiunto generato tramite strategie imprenditoriali.

Questi dati forniscono una solida base per formulare qualche considerazione, non solo verso quale modello di sviluppo puntare in Italia, ma anche su quali politiche investire per far sì che tale modello possa trovare la strada dell’efficienza. Occorrerebbe un piano ‘multilivello’ per gli investimenti pubblici, che li inserisca però in un mix bilanciato di politiche industriali e sociali ad ampio respiro, che rispondano ad una precisa visione strategica dell’Italia e delle sue interazioni con l’Europa. L’idea è che un simile insieme possa garantire una crescita trainata dall’innovazione e non dai bassi salari, una crescita, cioè, che possa essere inclusiva e ridurre le disuguaglianze.

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Indice dell’articolo

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Pagina 2: Politiche per l’innovazione: Stato produttore e grande impresa

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Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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