“Riparare il mondo” di Christian Raimo
- 27 Ottobre 2020

“Riparare il mondo” di Christian Raimo

Recensione a: Christian Raimo, Riparare il mondo, Laterza, Roma-Bari 2020, pp. 144, 15 euro (scheda libro)

Scritto da Andreas Iacarella

7 minuti di lettura

«Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande, e consiste nell’impedire che il mondo si distrugga» (cit. p.5). Con queste righe del discorso pronunciato da Albert Camus nel 1957, in occasione della consegna del premio Nobel, si apre Riparare il mondo, l’ultimo lavoro di Christian Raimo, da poco edito da Laterza.

La citazione appare scelta con estrema cura per restituire quello che è il senso del volume: un atto di denuncia, meglio, di autodenuncia, della condizione esistenziale e insieme politica della propria generazione. Raimo è nato nel 1975 e, come molti suoi coetanei, è cresciuto con la pesante ombra della stagione dei movimenti, «i feticci (…) politici del Sessantotto e del Settantasette». «Qualunque gesto somigliasse anche vagamente a una rivolta – scrive l’autore – mi è stato detto di misurarlo con quel metro simbolico» (p.6).

Con la fine di quel periodo, analizza lo scrittore, sono infatti venute a mancare le basi per ogni discorso politico collettivo. Si è consumato quel passaggio dalla coscienza di classe, o comunque da un comune sentire che dava forma alla ribellione, all’esaltazione dell’individuo. «Invece di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di risolverlo a proprie spese» (p.8).

Ciò rappresenta l’apoteosi del neoliberismo, di una società improntata alla performance, al massimo rendimento, che ha squalificato la cura e l’azione reciproca. Questo lo snodo principale su cui si sviluppa il percorso disegnato dal testo, fortemente debitore della riflessione di Mark Fisher: per comprendere la «pandemia di angoscia mentale» che caratterizza gli ultimi decenni è indispensabile vederla come un problema politico, «la depressione è una malattia di classe» (p.9).

A partire da questa rilettura politica del presente, Raimo snocciola, di capitolo in capitolo, quelle che sono le affezioni della nostra società: l’assenza di coscienza politica, una disuguaglianza sempre crescente, un deficit che si va allargando nell’accesso alla conoscenza, il paternalismo e lo scarso aggiornamento della classe intellettuale, la crisi economica e quella ambientale. Nell’analizzare questi temi i riferimenti citati, questo uno dei meriti maggiori del saggio, non si limitano alla letteratura scientifica, ma spaziano dal cinema alla letteratura, all’immaginario mediatico e dei social network.

Il volume è stato scritto tra il 2019 e il 2020, un tempo in cui l’autore stesso si è trovato a vivere la pandemia di Covid-19 e il lockdown planetario, che hanno mostrato con ferocia la pervasività dei problemi appena elencati. Quello che la drammatica situazione ambientale e climatica denunciava da decenni è apparso improvvisamente tangibile, una prospettiva di fine della storia non teologica e rimandata ad un futuro indeterminato, ma presente come rischio reale. Da questo panorama desolante nasce la spinta di Raimo a voler riannodare i fili degli ultimi anni, provando a fornire un contributo al tentativo di ripensare nuove possibilità per l’azione politica.

La tesi soggiacente a tutto il saggio, cui si è già accennato, si potrebbe riassumere così: «La distanza tra chi sfrutta e chi è sfruttato (…) passa tutta per un conflitto interiore. E a lungo andare questa scissione – che non diventa mai dialettica – crea una sorta di abituazione, una cronicizzazione del disagio» (p.11). È questo uno dei nodi più importanti ma anche più problematici del volume.

Il riconoscimento delle disfunzioni generate dalla visione dell’essere umano proposta dal neoliberismo è un punto di partenza ineludibile per ogni discorso che voglia dirsi politico in senso trasformativo. Nella sua argomentazione e nella sua riproposizione delle tesi di Fisher, Raimo sembra però scivolare in una contraddizione che è comune a molto pensiero radicale: la denuncia dell’oppressione del neoliberismo, che è oppressione di vita, l’indicare il disagio psichico come disagio sociale, porta quasi automaticamente a derubricare ogni discorso psichiatrico. Un facile foucaultismo che classifica la psichiatria come dispositivo, e si interessa più delle dinamiche di potere ed esclusione che non delle vittime di queste[1].

La sfida dovrebbe forse essere allargata, ribaltando i termini della questione. Su questa strada sembra avviata una corrente del pensiero economico nostrana; questi studiosi stanno conducendo una critica senza sconti al neoliberismo facendo tesoro delle conquiste della nuova psichiatria, che permettono di partire da un discorso di distinzione tra bisogni ed esigenze e di riconoscimento dell’uguaglianza naturale umana[2]. Come a dire che non l’unione del disagio, ma la costruzione di una nuova immagine dell’essere umano potrebbe fornire una solida base di partenza per una piattaforma politica.

La questione, apparentemente specialistica, è in realtà uno snodo fondamentale. La visione proposta da Raimo è quella di un’opposizione strettamente bipolare: tra un pensiero politicamente impegnato, che fa perno su una dimensione collettiva, o di classe, e una concezione reazionaria, incentrata sull’individuo. Il panorama ricco e stimolante offerto oggi dalle scienze della mente suggerisce l’esistenza di almeno un’altra via, che si propone di tenere insieme la considerazione del disagio individuale come tale e i suoi rapporti con una dimensione umana più ampia, in un ripensamento antropologico generale.

La parte più ispirata del saggio di Raimo sono certamente i numerosi passaggi sulla scuola e sul mondo giovanile. In ciò è mostrata un’attenta conoscenza di linguaggi e prassi che troppo spesso sono ignorati dalla politica, e la cui considerazione porterebbe invece ad un arricchimento della comprensione del presente. Anche qui, lo sguardo dell’autore è però tutt’altro che consolatorio e indaga con attenzione la pervasività dei modelli di kid marketing e di costruzione identitaria proposti dai prodotti mediatici per l’infanzia. Come la serie Violetta, del cui mondo viene fornita una descrizione allucinatoria: una «distopia dei sentimenti» percorsa dal tema centrale che «nessuno può mai cambiare sul serio» (p.55). Ma da una generazione sottoposta a queste e altre rappresentazioni è lecito aspettarsi un moto di rivolta? La risposta di Raimo non è definita, né definitiva. Se a tratti sembra descrivere bambini e adolescenti come puri riceventi, in altri passaggi riconosce invece le possibilità e le capacità di ribellione delle nuove generazioni.

Negli ultimi capitoli del libro, l’autore tenta una mappatura del recente passato politico italiano. L’operazione è molto intelligente, il furore della cronaca raramente dà la possibilità di incasellare gli eventi prossimi in una sequenza che può essere invece significativa. I tempi della ricerca storica sono lenti, per questo la proposta di Raimo è uno strumento utile di pensiero.

Il percorso tracciato prende avvio da un passato che sembra già remoto: l’Onda e i movimenti studenteschi del 2008-2011, l’occupazione del teatro Valle, lo sgombero di piazza indipendenza nel 2017. Per arrivare poi agli ultimissimi anni: i Fridays For Future, le manifestazioni del marzo 2019, la mobilitazione per Mimmo Lucano, le reazioni ai roghi della Pecora Elettrica, la vicenda Sea Watch, le Sardine e il Black Lives Matter. Momenti politici collettivi che si mostrano acefali e apartitici, ma uniti dalla comune caratterizzazione antirazzista, ecologista e antifascista. E anche se decenni di populismo hanno spazzato via in Italia, come nota Raimo, i possibili referenti di queste mobilitazioni, il loro presentarsi è sintomatico dell’esistenza di un forte movimento di resistenza all’egemonia proposta dal nazionalismo e dal there is no alternative neoliberista. Pur in mancanza di simboli e immaginari vasti e aggreganti, la continua riemersione di movimenti caratterizzati da una predominante presenza femminile e giovanile fornisce dunque un elemento concreto di speranza.

Riparare il mondo è il titolo del volume, ma l’autore non presenta ricette miracolose per intraprendere l’impresa. Quello che si fa anzi strada, col procedere delle pagine, è quasi un senso di afonia: spariscono le interpretazioni e le parole adatte a cogliere le storture profonde del presente, per lasciare spazio agli eventi, alle descrizioni filmiche e letterarie. Verrebbe da proporre, a questo proposito, un’interpretazione.

Il filone culturale cui Raimo fa riferimento, da Fisher a Žižek e oltre, sembra appartenere a quel vasto orizzonte che la filosofa Barbara Carnevali ha definito Theory. Una «specie di scolastica postmoderna», un «amalgama di idee e formule di varia provenienza (…) estratte da un canone di autori (…) accumunabili in una generica postura radicale (…), fuse in un solo crogiolo e ridotte a un’agenda tematica angusta: il potere, il bios, il genere, il desiderio (…), la sorveglianza e i dispositivi, (…) la coppia dominanti-dominati», ecc.[3].

La radicalità critica, spesso ostentata, di questi intellettuali si è di fatto rivelata negli ultimi decenni del tutto incapace di svolgere un ruolo politico aggregante. Le discipline dominate dalla Theory, ha sostenuto Fabio Dei, sono state escluse dalla sfera pubblica «non perché troppo eversive e temute dal Potere, come a molti piacerebbe pensare, ma perché autoreferenziali e grandiosamente distaccate dal buon senso»[4]. Il loro linguaggio, «criptico» e «gergale», è espressione di «un’élite intellettuale globalizzata e largamente chiusa su se stessa, per lo più priva di rapporti con il mondo della politica reale»[5]. La disperazione generazionale che Raimo riconosce nei propri coetanei può essere allora letta come il sintomo e l’eredità più dolorosa di una corrente di pensiero che ha spinto il criticismo fino all’estremo, senza lasciare aperto un orizzonte sufficientemente ampio per un ripensamento umano globale, decretando di fatto l’impotenza politica. La pandemia, scrive l’autore, ha dissolto «il senso di inevitabilità del sistema capitalistico» (p.135). Ma sembra di poter concludere che abbia dissolto anche le certezze di quel pensiero postmoderno della Theory, indicando come urgente un radicale ripensamento dei presupposti culturali di quella impostazione.

Raimo stesso, con l’afonia interpretativa dell’ultima parte del volume, appare, forse inconsapevolmente, suggerire quest’idea. Di fronte al concreto panorama di mobilitazioni e movimenti ricostruito, di cui l’autore stesso è stato insieme attivo partecipante e osservatore attentissimo, i riferimenti culturali che hanno accompagnato i primi capitoli sembrano dissolversi. Alla domanda: cosa ci resta allora? Lo scrittore risponde: «Una comunità che ha come unica forza» quella di una «stretta di mano», di un riscoprirsi faticosamente esseri sociali (p.136). Un gesto essenziale, quasi primitivo, dal quale ricominciare.

«Siamo per lo più degli sconfitti, dei reduci, dei superstiti, senza aver ingaggiato alcuna battaglia» (p.6). Con queste parole, all’inizio del volume, l’autore presenta la propria generazione. Questa di Raimo è in fondo un’opera estremamente schietta. E la sua forza sta non tanto nella pervasività delle interpretazioni, ma nella capacità di tracciare un significativo quadro culturale, filmico, politico degli ultimi decenni. Frammenti, impressioni, avvistamenti, come in un diario di bordo. Forse, il diario del naufragio di una generazione.


[1] Riprendo qui, come è evidente, il senso della critica portata da Carlo Ginzburg a Foucault. Vedi: C. Ginzburg (1976), Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500, Einaudi, Torino 2009, p.xvi.

[2] Vedi, fra gli altri: A. Ventura, La trappola. Radici storiche e culturali della crisi economica, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2012; A. Pettini, A. Ventura (a cura di), Quale crescita. La teoria economica alla prova della crisi, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2014; A. Ventura, Il flagello del neoliberismo. Alla ricerca di una nuova socialità, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2018; E. Longobardi, D. Natali (a cura di), L’essere umano e l’economia. Ricerche per una nuova antropologia, L’Asino d’oro edizioni, Roma 2019.

[3] B. Carnevali, “Contro la Theory. Una provocazione”, Studi culturali, 1 (2018), p.75 (originariamente pubblicato sul blog Le parole e le cose, il 19 settembre 2016).

[4] F. Dei, “Di Stato si muore? Per una critica dell’antropologia critica”, in F. Dei, C. Di Pasquale (a cura di), Stato, violenza, libertà. La «critica del potere» e l’antropologia contemporanea, Donzelli, Roma 2018, p.14.

[5] Ivi, p.10.

Scritto da
Andreas Iacarella

Laureato in Scienze storiche presso la Sapienza di Roma con una tesi di antropologia delle scritture personali, i suoi attuali interessi di ricerca investono soprattutto la storia della psichiatria nel secondo Ottocento italiano. Si è inoltre occupato di storia dei movimenti giovanili nell’Italia degli anni ’70, dando alle stampe la monografia “Indiani metropolitani. Politica, cultura e rivoluzione nel ’77” (Red Star Press 2018).

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici