“La rivoluzione americana” di Tiziano Bonazzi

Rivoluzione americana

Recensione a: Tiziano Bonazzi, La rivoluzione americana, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 200, 14 euro (scheda libro).


«Noi, popolo degli Stati Uniti, allo scopo di realizzare una più perfetta Unione, stabilire la giustizia, garantire la tranquillità interna, provvedere per la difesa comune, promuovere il benessere generale ed assicurare le benedizioni della libertà a noi stessi ed alla nostra posterità, ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione per gli Stati Uniti d’America»[1]. Recita così il celeberrimo preambolo alla carta costituzionale elaborata dalla Convenzione di Filadelfia nel 1787, che ha segnato la fine della parabola rivoluzionaria iniziata quasi due decenni prima e che ha avuto il suo culmine nel 1776, anno in cui le colonie firmarono e approvarono la Dichiarazione di Indipendenza scritta da Thomas Jefferson.

Qual è oggi il senso di studiare nuovamente quella serie di eventi chiamati “rivoluzione americana”? Tiziano Bonazzi, professore emerito all’Università di Bologna, ritiene che, per via della proliferazione storiografica sul tema, sia necessario fare chiarezza su cosa sia stata veramente la rivoluzione americana. Le letture ideologiche che vedono nell’America un caso unico e inimitabile (il cosiddetto “eccezionalismo americano”) abbisognano di una revisione e di un lavoro di “demitizzazione”: rileggere quegli eventi porta a considerare la rivoluzione come “il momento fondante non di una nazione unica nel suo procedere verso la libertà, bensì di una nazione fra le nazioni, irripetibile come ogni nazione, ma legata in un rapporto sistematico con la storia europea e con quella dell’intero bacino atlantico”[2]. Bonazzi ritiene dunque necessario de-ideologizzare la storia della rivoluzione, abbandonando lo storicismo progressista che vedeva nell’avvento degli Stati Uniti la realizzazione di un disegno teleologico di realizzazione della libertà. Nel compiere questa operazione, l’autore rilegge molti degli elementi che hanno caratterizzato la rivoluzione, a cominciare dalla percezione che i coloni avevano di sé stessi per concludere col dibattito intorno alla forma costituzionale.

È infatti necessario partire dall’inizio della storia del popolo inglese nel Nuovo Mondo, cioè dalla fondazione della città di Jamestown in Virginia nel 1607 e dall’arrivo dei primi Pilgrims a Cape Cod (Massachussets) nel 1620. Si parla infatti di popolo inglese in quanto “i protagonisti dei due episodi non si ritenevano certo americani, né pensavano di ritrovarsi un domani fra i Penati degli Stati Uniti”[3]. Bonazzi rivisita dunque la colonizzazione sottolineando due aspetti. Da un lato, le nuove colonie condividevano con tutte le altre l’obbedienza al monarca britannico e il sistema di common law; dall’altro, le neonate economie godevano di un costante flusso di immigrati e di gruppi religiosi settari (battisti, ma anche amish tedeschi). Le colonie divennero dunque meta di “persone perseguitate, marginali o potenzialmente tali che approfittarono del fatto che la colonizzazione ampliò la società inglese allentandone i vincoli”, immergendosi dunque in “un’Inghilterra più vasta”[4]. Non c’è dunque alcun dubbio, per Bonazzi, sul fatto che la coscienza dei coloni fosse prettamente inglese.

È proprio in virtù del sentirsi cittadini britannici, con tutti i diritti che ne conseguivano, che un secolo dopo i coloni si opposero all’emanazione da parte del parlamento di Londra dello Stamp Act, l’imposta di bollo volta a finanziare le truppe inglesi presenti in nord America. Nel ‘700 i coloni si erano uniti in assemblee coloniali, con il fine non di “partecipare direttamente o indirettamente al governo, bensì di difendere le proprie «libertà» di sudditi britannici”[5]. Vi era dunque la volontà delle colonie di rendersi addirittura più british di quanto già non fossero, per diventare interlocutori sempre più paritari rispetto ai propri concittadini oltreoceano. Essere sudditi della Corona implicava il riconoscimento di determinati diritti, tra cui la tolleranza religiosa e le procedure del common law, oltre al concetto del “no taxation without representation”. Fu proprio il principio dell’essere tassati da propri rappresentati che portò nove delle tredici colonie a riunirsi collegialmente per la prima volta con uno scopo politico, ossia denunciare l’ingiustizia dello Stamp Act, che verrà poi abrogato in seguito a forti proteste nelle colonie. Lo stesso avverrà coi Coercive Acts emanati dal parlamento britannico nel 1774 con il fine di punire i bostoniani che, stanchi di pagare le tariffe della compagnia imperiale, gettarono in mare i carichi di tè su cui pesavano gli ingenti dazi. Le autorità britanniche imposero la chiusura del porto di Boston ed esautorarono l’Assemblea del Massachussets, nominando governatore il generale Thomas Gage. Fu il punto di non ritorno, che diede inizio alla parabola rivoluzionaria che cominciò con il rifiuto dei coloni di obbedire ai britannici, con la creazione di comitati e il voto di mozioni anti-inglesi. Questa ribellione spinse il sovrano a dichiarare nell’agosto 1775 tutte le colonie in stato di ribellione, ordinando alle proprie truppe di sopprimere le proteste. Si entrava dunque nel pieno della Rivoluzione.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Dal mito politico alla storia

Pagina 2: Dalla rivoluzione americana alla Costituzione

Pagina 3: La rivoluzione americana come inizio della modernità


[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/costituzione-degli-stati-uniti-d-america/

[2] Bonazzi, Tiziano. La rivoluzione americana, Il Mulino, Bologna, 2018, p. 11.

[3] Ivi, p. 13.

[4] Ivi, p. 24.

[5] Ivi, p. 35.

[6] Ivi, p. 67.


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Nato nel 1995, è studente della laurea magistrale di Scienze Filosofiche all'Università degli Studi di Padova. Si interessa di politica americana.

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