Roma Capitale: una storia lunga centocinquant’anni
- 03 Febbraio 2021

Roma Capitale: una storia lunga centocinquant’anni

Scritto da Andrea Germani

7 minuti di lettura

Alle cinque e un quarto del 20 settembre 1870 l’esercito italiano, schierato alle porte di Roma, cominciò a sparare colpi di cannone contro Porta San Giovanni, i Tre Archi e Porta San Lorenzo. Il giorno precedente il comandante della spedizione militare, il generale Raffaele Cadorna, aveva dato ordine alle truppe di disporsi a ventaglio di fronte alla cinta muraria che va da Porta Pinciana a Porta San Giovanni; avvicinandosi alle porte nelle ore notturne avrebbero potuto accerchiare la città senza dare troppo nell’occhio. Alle ore sei il generale Nino Bixio diede il via ai bombardamenti di Porta San Pancrazio, le truppe vaticane risposero cannoneggiando dal Gianicolo. Intorno alle sette le mura di Villa Bonaparte, tra Porta Salaria e Porta Pia, cominciarono a cedere, nel giro di pochi minuti si aprì la ben nota “breccia”; l’esercito italiano dovrà aspettare le nove per far transitare i soldati, i detriti prodotti dai bombardamenti rendevano difficoltoso il passaggio delle truppe. Solo alle nove e trenta il varco aperto sarà sufficiente per permettere l’ingresso: i reggimenti pontifici – composti da soldati e volontari svizzeri, austriaci, belgi, fiamminghi, francesi, canadesi, irlandesi, spagnoli, tedeschi, portoghesi, polacchi e altri cattolici di tutto il mondo – guidati dal comandante Hermann Kanzler opporranno una breve resistenza. Già alle ore dieci la bandiera bianca sventola all’indirizzo dell’armata sabauda, restano a terra 48 italiani e 29 pontifici. Si è appena conclusa la questione romana, con quella resa Roma può dirsi finalmente italiana.

La questione romana si chiudeva dopo anni di lotte che avevano interessato i nomi più in vista del Risorgimento italiano, da Giuseppe Garibaldi a Giuseppe Mazzini. L’inizio della questione può datarsi al 1861, anche se le sue origini vanno ricondotte ad almeno quindici anni prima. L’elezione al soglio pontificio di Giovanni Maria Mastai Ferretti, Papa Pio IX, il 16 giugno 1846 fu visto come un segnale positivo da parte dei liberali di tutta Europa, promotori dei moti di indipendenza e delle lotte anti-assolutiste ottocentesche. L’ecclesiastico marchigiano si era distinto negli anni passati per alcune azioni misericordiose durante le insurrezioni popolari, come quando in qualità di arcivescovo di Spoleto nel 1831 convinse i generali pontifici a non reprimere con la violenza le rivolte e riuscì a mediare con i capi dei ribelli; sempre in quell’occasione salvò la vita al futuro imperatore francese Napoleone III, braccato dagli austriaci mentre si trovava nella città umbra. Bastarono queste due azioni perché i sostenitori dell’Italia unita si convincessero di avere a Roma un papa favorevole alla loro causa. Supposizioni rinforzate dall’amnistia concessa nel 1846 ai prigionieri politici e l’apertura alle richieste liberali della popolazione romana, come la consulta di Stato e una maggiore tolleranza per la comunità ebraica e per la stampa d’opinione.

Fu Mazzini a delineare la strategia di arruolamento del pontefice nella schiera dei patrioti facendone un papa liberale a sua insaputa, tramite festeggiamenti scomposti per ogni sua decisione progressista si sarebbe costruito l’apparato propagandistico utile a una sollevazione popolare. La propaganda lo rese, suo malgrado, il campione delle masse e non poté esimersi dall’ascoltare la voce del popolo quando nel 1848 questo reclamava una Costituzione, sulla scia dei movimenti insurrezionali europei; il 14 marzo veniva dunque promulgato l’editto Nelle istituzioni cui era allegato un testo intitolato Statuto fondamentale pel Governo temporale degli Stati di Santa Chiesa.

La situazione però precipitò presto: il presidente del consiglio Pellegrino Rossi, economista e statista rinomato in tutta Europa, fu ucciso da ignoti il 15 novembre del 1848. Le sue tiepide riforme erano viste di cattivo occhio tanto dai conservatori quanto dai democratici, a ciò si unì la scelta di non riprendere la guerra d’indipendenza contro l’Austria a fianco dell’esercito sabaudo. Il conflitto era stato abbandonato dallo Stato Pontificio nell’aprile di quell’anno dopo un mese dall’inizio delle ostilità, la Santa Sede non riteneva opportuno partecipare a un’offensiva militare contro una potenza cattolica con cui aveva un rapporto privilegiato. Rossi funse da capro espiatorio e pagò con il sangue. Cominciò un periodo travagliato culminato con la fuga di Pio IX a Gaeta e la proclamazione della Repubblica Romana il 9 febbraio 1849, esperienza politica durata circa cinque mesi e conclusasi il 2 luglio con l’ingresso a Roma delle truppe francesi, guidate dal generale Nicolas Charles Victor Oudinot, e l’abbandono della città da parte di Garibaldi.

Il fallimento dell’esperienza romana – e contestualmente della marcia garibaldina nell’Italia pontificia, che doveva nelle sue intenzioni rinfocolare i moti patriottici, oramai sopiti – segnarono le politiche del decennio successivo. Il papa tornò a Roma il 12 aprile 1850 e avviò un’opera di restaurazione intesa a ripristinare il potere assoluto del pontefice; a questo proposito abrogò la Costituzione del 1848, pur continuando con la sua politica riformistica finalizzata alla modernizzazione dell’economia e delle infrastrutture pontificie. Le mire rivoluzionarie dei patrioti torneranno ad avere peso politico solamente alla fine degli anni Cinquanta, alla fine di quello che la retorica sabauda ha chiamato successivamente il “decennio di preparazione”.

Sarà il 1859 l’anno di ripresa della questione romana, a fianco della più ampia questione italiana, che vedeva in Camillo Benso Conte di Cavour uno dei personaggi principali dell’unificazione nazionale. Dal momento che il metodo “insurrezionale” di Mazzini e Garibaldi non aveva dato i suoi frutti nel ’48, si decise di passare alla via istituzionale. Di questa nuova strategia politica gli accordi di Plombières del luglio 1858 furono probabilmente il maggiore successo, il concordato gettò le basi per una fortunata alleanza fra Francia e Regno di Sardegna in funzione antiaustriaca. Nemmeno un anno dopo, il 27 aprile 1859, scoppiò la seconda guerra d’indipendenza, conflitto vinto meno di tre mesi dopo dall’asse sardo-francese che conquistò la Lombardia, ad esclusione della città di Mantova, come territorio da annettere al Regno di Sardegna. I fatti lombardi riaccesero le speranze dei patrioti di tutta la penisola e ci furono rivolte, talvolta eterodirette dai Savoia, in Toscana, Romagna e nei ducati emiliani. L’evento che ebbe più risonanza fu, forse, la sanguinosa repressione della rivolta di Perugia. Le guardie svizzere sedarono una ribellione cittadina antipontificia entrando da Porta San Pietro il 20 giugno 1859 e, dopo aver sbaragliato con facilità un manipolo di rivoltosi poco esperti di guerra, punirono la città saccheggiando le abitazioni e compiendo un’immotivata strage di civili. Quello che doveva essere un avvertimento per le città pontificie che sfidavano l’autorità papale ebbe grande risonanza anche grazie al resoconto di una famiglia americana presente nel capoluogo umbro, persino il New York Times si occupò della vicenda che provocò scalpore in tutta la penisola. L’evento ha tuttora un grande valore simbolico per la città di Perugia, tanto che il quartiere delimitato dalla porta prende oggi il nome di Borgo XX Giugno. In molti ritrovarono la motivazione per riprendere la lotta patriottica contro il potere temporale del papa.

Il 17 marzo 1861, dopo i plebisciti del 1860 e la storica spedizione dei mille di Garibaldi nel Regno delle Due Sicilie, l’Italia fu proclamata e Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia. Rimanevano Roma e il Triveneto da conquistare: parte del secondo fu ceduto dalla Prussia all’Italia dopo la vittoria della terza guerra d’indipendenza combattuta nel 1866. Il Veneto, la città di Mantova e le attuali province di Pordenone e Udine erano italiani, per Trento e Trieste si dovrà attendere la prima guerra mondiale e la disgregazione dell’Impero Austro-Ungarico, fondato nel 1867 proprio a seguito della sconfitta della guerra austro-prussiana. Non restava a questo punto che annettere la città eterna.

Il 15 settembre 1864 a Fontainebleau Costantino Nigra e Gioacchino Pepoli, ambasciatori italiani rispettivamente a Parigi e San Pietroburgo, firmarono un importante accordo con il ministro degli esteri francese Èdouard Drouyn de Lhuys noto come Convenzione di Settembre. La guarnigione francese a difesa di Roma avrebbe abbandonato la città in cambio dell’impegno italiano di non invadere lo Stato pontificio, ripiegando su un’altra città per trasferire la sua capitale. A seguito di questa trattativa la sede del governo fu spostata a inizio 1865 da Torino a Firenze, capitale del Regno d’Italia dal 3 febbraio 1865 al 30 giugno 1871. La città toscana cambiò volto vedendo aumentare drasticamente il numero di abitanti e subendo modifiche all’urbanistica che si protrassero fino alla fine del secolo, mentre Torino perse venticinquemila dei suoi duecentoventimila abitanti, oltre a parte della sua ricchezza e del suo prestigio. La scelta di spostare la capitale nel settembre 1864 coincise con la repressione violenta di una protesta pacifica che si era tenuta nelle giornate del 21 e 22 settembre: sessantadue torinesi che manifestavano la loro opposizione alla scelta del governo di trasferirsi a Firenze furono uccisi da carabinieri e guardie regie. Lo spostamento era parte di un piano di avvicinamento a Roma pagato a caro prezzo e reso difficoltoso dalle circostanze.

Intanto nell’Europa occidentale si consumava uno scontro fra Francia e Prussia che ebbe conseguenze esiziali per i francesi e segnò l’inizio di una nuova epoca per la nazione tedesca, ma anche per quella italiana. A seguito della rivoluzione spagnola del 1868 Isabella II Borbone abdicò mentre si trovava in esilio a Parigi, la questione della successione al trono di Spagna provocò una crisi fra Francia e Prussia: la Francia aveva difatti posto il veto all’incoronazione di Leopoldo di Hohenzollern–Sigmaringen a Re di Spagna per evitare di trovarsi nuovamente accerchiata da regnanti tedeschi. Il cancelliere tedesco Otto von Bismarck pubblicò il 14 luglio 1870, anniversario della presa della Bastiglia, un dispaccio contenente l’ultimatum imposto da Napoleone III a Guglielmo I, re di Prussia. Il contenuto del telegramma era stato modificato con il chiaro intento di provocare Napoleone III procurandogli un’umiliazione pubblica, l’imperatore francese rispose con la dichiarazione di guerra del 19 luglio 1870 che diede inizio alla guerra franco-prussiana. L’esercito francese non era preparato alla guerra, a differenza dei prussiani, e confidò ingenuamente nell’aiuto dell’Italia il cui re, Vittorio Emanuele I, tergiversò fino a che la battaglia di Sedan del 2 settembre 1870 sancì la vittoria prussiana. L’Italia non era in condizione di combattere una guerra contro un avversario di simile portata e, inoltre, l’abbandono definitivo di Roma da parte dei francesi era un’occasione troppo ghiotta per essere sprecata, Roma era scoperta e nel giro di poche settimane la presa della città fu portata a termine.

Il 2 ottobre 1870, nemmeno due settimane dopo la presa della città, si svolse il plebiscito per sancire l’annessione dei territori pontifici – le province di Roma, Viterbo e Frosinone e le dismesse province di Velletri e Civitavecchia – al Regno d’Italia: dei 135.188 voti validi il 98,89%, ovvero 133.681 preferenze, si espresse a favore, mentre solo 1.507 voti, l’1,11%, furono contrari. Qualche mese dopo, la legge n. 33 del 3 febbraio 1871, decretava il trasferimento della capitale da Firenze a Roma.

In 150 anni molte cose sono cambiate, prima di tutto la città di Roma che fu soggetta a uno stravolgimento urbanistico e edilizio, e ci sono voluti decenni perché si ricomponesse il conflitto fra quella parte di società rimasta fedele al Papa – fra cui la nobiltà nera e un numero consistente di ecclesiastici – e i cittadini che avevano giurato fedeltà alla nazione italiana. La questione romana si chiuse definitivamente l’11 febbraio 1929 con la firma dei Patti lateranensi fra Benito Mussolini e Papa Pio XI, per una sparuta minoranza di cattolici tradizionalisti e ultraconservatori la questione non è ancora chiusa ed è destinata a rimanere aperta per sempre.

Scritto da
Andrea Germani

Nato a Perugia nel 1989, concluso il liceo classico si è spostato a Bologna per studiare Filosofia, attualmente è Dottorando in Diritto e Scienze Umane all’Università dell’Insubria dove si occupa di Filosofia Politica. Collabora da anni con la rivista online Deckard e svolge occasionalmente attività didattiche all'Università.

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