La sfida eurasiatica all’egemonia degli Stati Uniti

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La percezione americana della Belt and Road Initiative

Oggi, in un mondo multipolare, la principale minaccia – come ribadisce la National Security Strategy del 2017 – proviene da una rinnovata competizione interstatale, in cui la Cina rappresenta il peer competitor per eccellenza. Nel 2016 Joseph Nye, incalzato dal dibattito sul declino degli Stati Uniti di fronte all’emergere della Cina, ha scritto con una buona dose di ottimismo come il divario tecnologico sia ancora troppo ampio e «l’ascesa della Cina a livello globale […] un processo talmente in divenire» che era prematuro parlare della «fine del secolo americano»[11]. Tuttavia, sin dal 2011 quando l’amministrazione Obama varò il pivot to Asia, era chiaro a molti membri dell’establishment che i destini del potere globale si sarebbero giocati in Estremo Oriente[12]. Tanto sul piano militare, laddove i progressi tecnologici – in primis «i missili balistici antinave cinesi» – e la «coercizione dei vicini» rappresentavano «crescenti minacce alla superiorità militare americana in punti chiave dell’Eurasia e alla stabilità regionale»[13]. Quanto su quello economico, con il Trans Pacific Partnership che, prima del dietrofront di Trump, era volto a rafforzare la presenza americana nella regione. La risposta cinese, annunciata due anni più tardi, fu con le parole del Generale Qiao Liang una «hedge strategy against the eastward move of the US»[14].

A poco più di un decennio dalla global war on terror, il dilemma di sicurezza tra due colossi mondiali ritornava il tema centrale nella pianificazione di Washington e Pechino. Dopo sei anni dalla sua ufficializzazione, l’espansione cinese, secondo gli analisti, mirerebbe ad «escludere gli Stati Uniti dalla regione Indo-Pacifica» tramite il monumentale progetto infrastrutturale della Belt and Road Initiative, volta ad implementare l’obiettivo strategico del Partito Comunista: fare della Cina «la potenza preminente» del continente eurasiatico[15].

Un progetto geopolitico, ma non solo. Secondo lo studio di Nadège Rolland, i flussi di capitale che fuoriusciranno dalla Cina lungo il tracciato terrestre (Belt) e marittimo (Road) non andranno soltanto a finanziare la costruzione di porti, oleodotti, autostrade e reti digitali. La retorica del Presidente Xi Jinping di una Cina prospera che ridistribuirà i dividendi della sua crescita in una logica di cooperazione win-win non è senza fondamenta, specialmente di fronte alla penuria di investimenti nel mondo occidentale e all’erosione del ruolo egemonico statunitense. Tuttavia, la logica strategica sottesa al piano – tra cui quella di procurare gli sbocchi commerciali all’eccesso di capacità produttiva – rimane quella di creare un “centro di gravità” eurasiatico come contrappeso all’influenza marittima degli Stati Uniti in Asia. Una Grand Strategy cinese che si nutre anche di una visione ideologica: creare un nuovo ordine mondiale in cui l’ordine egualitario jeffersoniano, devoto alla promozione della democrazia, venga rimpiazzato dall’ordine gerarchico confuciano in cui prevalga la peaceful coexistence secondo i canoni cinesi[16].

C’è anche chi mantiene un non troppo velato ottimismo. In un recente libro dal titolo molto suggestivo, Robert D. Kaplan (membro del think tank Center for a New American Century) riconosce che le recenti «interazioni della globalizzazione, tecnologiche e geopolitiche, rinforzandosi a vicenda, [stiano] inducendo il supercontinente eurasiatico a diventare, analiticamente parlando, un’unità fluida e coesa», mentre l’indebolimento del sistema westfaliano dello stato-nazione sembra stimolare l’emergere di un nuovo nomos imperiale sino-centrico. In questo senso, «nulla è più illustrativo di questo processo dei tentativi del governo cinese [n.d. BRI] di costruire una rete infrastrutturale che colleghi l’Asia Centrale e Orientale con l’Europa». Tuttavia, come sostiene criticamente l’autore rifacendosi all’epoca di Marco Polo, di Kublai Khan e degli imperi medioevali, questi fenomeni di interconnessione economica e tecnologica porteranno, più che armonia e pacificazione, inevitabili criticità, rendendo l’Eurasia un’unità geopolitica soggetta alle oscillazioni e alle conflittualità della rete (geoeconomica e digitale). Una vulnerabilità, inoltre, acuita dalla realtà multiforme delle culture e delle potenze eurasiatiche che guardano con nostalgia e fervore al proprio passato imperiale (Russia, Turchia, Iran). «La Cina spera che la strategia di sviluppo [della BRI] possa porre fine alla volatilità regionale», ma una maggiore «connettività non porta necessariamente ad un mondo più pacifico»[17].

Siamo davvero di fronte ad una transizione imperiale dovuta allo spostamento dell’asse geopolitico mondiale? È presto per dare valutazioni oggettive. I contorni di questa hot peace, in ogni caso, sono tracciati. Due visioni del mondo, due progetti imperiali: l’uno conservativo, l’altro revisionista. Una competizione strategica che, data l’interdipendenza globale, alla lunga potrebbe risultare pericolosa se cristallizzata come ai tempi della guerra fredda[18]. «Quello che serve è una combinazione di competizione e cooperazione con una Cina in ascesa», scrive Martin Wolf[19]. Per ora, abbiamo assistito ad una guerra commerciale senza vinti né vincitori. In definitiva, sembra certo che nel lungo termine «l’offensiva geo-economica cinese lungo il continente eurasiatico potrebbe minacciare le basi dell’egemonia americana» sorta dopo il 1945[20]. Se la Cina riuscirà, come prescriveva Paul Kennedy, a trasformare la superiorità economica in supremazia politica allora lo «slittamento nella forza relativa dei poli» della politica internazionale sarà compiuto, sancendo «the Rise of the Rest»[21].

Di fronte alle opportunità della BRI, sarà decisivo il ruolo dell’Europa. E l’Italia? Lo stivale, antico crocevia imperiale, sembra aver troppa fretta di decidere. In un momento storico in cui il Titanic affonda, l’invito a prendere parte ad un nuovo ordine mondiale pare una promessa di prosperità. Con annessi rischi e pericoli lungo il cammino della Via della Seta.

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[11] Joseph S. Nye, Jr., Fine del secolo americano?, Bologna, il Mulino, 2017, p. 71.

[12] https://foreignpolicy.com/americas-pacific-century;

[13] Brands, American Grand Strategy, p. 20.

[14] Citato in https://www.cfr.org/backgrounder/chinas-massive-belt-and-road-initiative

[15] Department of Defense (DoD), ‘Assessment on United States Defense Implications of China’s Expanding Global Access’, dicembre 2018, pp. I, 12, http://www.andrewerickson.com/wp-content/uploads/2019/01/DoD-China-Report_2018_Defense-Implications-of-China%E2%80%99s-Expanding-Global-Access.pdf

[16] Nadège Rolland, China’s Eurasian Century? Political and Strategic Implications of the Belt and Road Initiative, Washington D.C., The National Bureau of Asian Research, 2017.

[17] Robert D. Kaplan, The Return of Marco Polo’s World. War, Strategy, and American Interests in the Twenty-first Century, Random House, New York, 2018, pp. 15, 19-20, 31; per una lettura ottimista sull’ordine mondiale a guida eurasiatica, Bruno Macaes, The Dawm of Eurasia: On the Trail of the New World Order, Penguin Books, London, 2018.

[18]https://foreignpolicy.com/2019/01/07/a-new-cold-war-has-begun/?fbclid=IwAR3K5LJ2Pcq5-yab4yMV7Duuw56Vo-CMxd76Rt4Fr8z90RndTPLtk7eu20s

[19] ‘The Challenge of One World, Two Systems’, «Financial Times», 29 gennaio 2019.

[20] Thomas P. Cavanna, ‘What Does China’s Belt and Road Initiative Means for U.S. Grand Strategy?’, «The Diplomat», 5 giugno 2018.

[21] N. J. Spykman, Geographic Objectives in Foreign Policy I, in «The American Political Science Review», Vol. 33, No. 3, giugno 1939, pp. 391-410; l’espressione è presa in prestito dal fortunato libro di F. Zakaria, The Post-American World. And the Rise of the Rest, New York, Penguin Books, 2009.


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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