“La Sicilia e gli anni Cinquanta. Il decennio dell’autonomia” di Andrea Miccichè
- 31 Agosto 2018

“La Sicilia e gli anni Cinquanta. Il decennio dell’autonomia” di Andrea Miccichè

Recensione a: Andrea Miccichè, La Sicilia e gli anni Cinquanta. Il decennio dell’autonomia, Franco Angeli, Milano 2017, pp. 262, 34 euro (scheda libro)

Scritto da Fabio Milazzo

5 minuti di lettura

Le istanze separatiste in Sicilia affondano le loro radici nelle rivolte che fin dal medioevo hanno lacerato l’isola. E proprio questi moti, diversi per cause, obiettivi e rivendicazioni, hanno costituito il riferimento obbligato per la costruzione di una memoria che ha rappresentato nei secoli il riferimento immaginario per i movimenti che hanno issato la bandiera del separatismo.

Anche dopo la caduta del fascismo, in un momento particolarmente delicato, con la Sicilia a rappresentare il primo fronte di guerra europeo, le pulsioni indipendentiste si fecero sentire e individuarono nei Savoia e in Mussolini i “nemici” del popolo siciliano. In questa fase, l’assenza di alternative concrete alla situazione vigente favorì il coagulo di un vasto consenso intorno al movimento indipendentista.

In un primo momento il separatismo non incontrò particolari contrasti e riuscì a consolidare il sostegno presso il popolo e ad avanzare concrete istanze rivendicative. Le cose cambiarono nel febbraio 1944, quando le aspirazioni del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS) dovettero fare i conti con la nuova amministrazione italiana. Iniziò una nuova fase di tensioni che provocò il radicalizzarsi delle posizioni indipendentiste. Nacquero l’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia (EVIS), la Gioventù Rivoluzionaria per l’Indipendenza della Sicilia (GRIS) e sempre più si fece sentire la presenza e l’azione delle famiglie mafiose. Una serie successiva di operazioni militari, tra Gennaio e Aprile 1946, ridimensionarono di molto le possibilità di questo variegato fronte, parallelamente vennero avviate trattative segrete tra i separatisti e lo Stato che condussero alla concessione dell’autonomia. Il movimento per essere riconosciuto dovette accettare il compromesso dell’autonomia e rinunciare alle pretese separatiste.

Questo percorso, accidentato ma in un certo senso riuscito attraverso l’ottenimento dello Statuto, attirò l’attenzione di altri movimenti che lottavano per l’indipendenza, come quello basco che, nell’estate del 1955, attraverso «Eusko Deia», uno degli organi di stampa più rappresentativi, dedicava proprio all’esperienza siciliana un lungo reportage. Del tema, ma anche delle peculiarità dei diversi regionalismi, si è a lungo occupato Andrea Miccichè, ricercatore in Storia Contemporanea presso l’Università “Kore” di Enna, autore di La Sicilia e gli anni Cinquanta. Il decennio dell’autonomia [Franco Angeli], un lavoro che indaga un momento fondamentale della storia italiana (e siciliana) della dialettica centro-periferia.

L’autonomia come modello politico di sviluppo e integrazione

Il testo di Miccichè parte proprio dall’attenzione rivolta dal nazionalismo basco alla Sicilia e alla sua autonomia. Ciò a sottolineare l’interesse per il modello autonomistico siciliano degli anni Cinquanta, abbandonato in seguito alla crisi della stessa esperienza. Eppure, come sottolinea l’autore, le due realtà già allora presentavano prospettive diverse, che rendevano problematica la sovrapposizione delle due esperienze e, dunque, dei rispettivi modelli. Da una parte «un nazionalismo etnoculturale in una regione ricca» (p.12), dall’altra un tentativo autonomistico in un contesto povero e depresso.

Nonostante ciò la vicenda siciliana era in grado di destare interesse, fuori dai confini nazionali, perché identificata nei termini di un esempio di autogoverno di successo e delle possibilità offerte dalle dinamiche di regionalizzazione all’interno dei confini nazionali. Questo fino a quando il modello isolano non incominciò a mostrare tutte le crepe e i cedimenti prodotti da una crisi irreversibile, soprattutto alla fine del periodo esaminato nel volume.

La Sicilia degli anni Cinquanta è invece una realtà che sembra in grado di portare a frutto le possibilità offerte dall’autonomismo. Complici i tanti articoli di giornali e soprattutto i documentari prodotti dalla Incom – un cinegiornale italiano dell’epoca –, l’immagine dell’isola che traspare è quella di una galassia in fermento, tutta impegnata in un profondo processo di trasformazioni economiche e sociali.

Non sono soltanto gli stabilimenti industriali, i giacimenti petroliferi e di metano, le aziende che si sviluppano a macchia di leopardo su tutto il territorio, ma anche i piani di edilizia popolare, la costruzione di interi quartieri – un esempio su tutti: Nesima a Catania –, la realizzazione di strade – come la litoranea tra Catania e Siracusa (p.71) –, le bonifiche, a rilanciare un’immagine della regione in piena fase di ammodernamento. E se fino ad allora «la Sicilia era stata rappresentata come uno spazio di ancestrali tradizioni, un emblema delle miserie e delle arretratezze del Sud» (p.69), tutto ciò «dal 1953 lasciava il posto a una nuova narrazione. L’isola diveniva il simbolo di un Paese in rapida trasformazione, l’emblema di una rinascita economica e sociale» (p.70).

Tutto ciò sembrava celebrare i meriti di un autonomismo che, sorto sulle ceneri di un separatismo dagli orizzonti troppo angusti e ristretti per risultare propositivo e vincente, adesso si affermava attraverso concrete aspirazioni per il rilancio industriale e sociale dell’isola. Come riassume efficacemente l’autore: «il senso profondo dell’autonomia sembrava rivelarsi nelle sue opere e nelle speranze di progresso che queste suscitavano» (p.8).

D’altra parte l’autonomia regionale, difesa e voluta dai partiti del Cln, aveva «nell’aspirazione storica a stimolare lo sviluppo economico dell’isola» (p.8) la sua principale ragion d’essere e anche una delle più rilevanti differenze rispetto al separatismo che, invece, faceva dell’identità etnoculturale la base per le rivendicazioni scissioniste. La differenza – su cui insiste l’autore – non era secondaria poiché da essa passava un modello politico che aveva nello sviluppo e nell’integrazione con le aree più progredite del Paese il suo orizzonte fondamentale.

Autonomia per crescere, dunque, e non per separarsi dallo Stato centrale. Così anche l’azione politica e la legittimazione della classe dirigente dell’isola, nel periodo esaminato, si delineano a partire dalle capacità di declinare concretamente le forme di questo sviluppo in “autonomia” e di renderne pubblici, attraverso narrazioni e immagini, i risultati. Il risultato è una dialettica politica in cui tanto chi celebra i traguardi raggiunti «come forza di governo non solo regionale» (p.8), la Democrazia Cristiana, quanto chi denuncia «le inadempienze del governo siciliano» (p.9), la sinistra, cerca in ogni caso di intestarsi il merito della modernizzazione in atto. Le istanze sturziane, le rivendicazioni di Enrico La Loggia nei confronti dello Stato centrale, le posizioni autonomiste – anche se in termini e sfumature diverse – della sinistra, pur nelle loro naturali differenze, avevano dunque in comune il riconoscimento implicito del regionalismo come strumento di rilancio e di affermazione della Sicilia.

Intorno a questa, che è la cifra politica del periodo preso in esame nello studio, si delineano anche interessanti esperimenti, come il tentato centro-sinistra autonomista della metà degli anni Cinquanta, ma anche la parabola di Silvio Milazzo e dell’Unione Cristiano Sociale. Di tutto ciò viene reso conto ampiamento nel volume.

La parabola autonomista in Sicilia

Due momenti fondamentali di questa dialettica politica sono le elezioni del 1955 e quelle del 1959. Le prime segnate soprattutto dalla questione dell’industrializzazione e delle difficoltà a produrre un quadro legislativo in grado di attrarre investimenti e risorse. Proprio la Dc, prima delle lezioni, si era divisa al suo interno tra “fanfaniani” e cristiano-sociali, nel tentativo di realizzare una legge che mettesse ordine nella materia. E questa instabilità avrebbe segnato gli anni seguenti fino alle elezioni del 1959, che chiudono il lavoro di Miccichè.

Il fallimento dell’ipotesi di un centro-sinistra autonomista, la possibilità di un altro governo Milazzo, sostenuto da singoli transfughi, le trattative tra la Dc e la destra, segnavano non soltanto la cronaca politica siciliana, ma anche il dibattito politico nazionale, mostrando i nodi irrisolti, i personalismi, lo scontro tra correnti che avevano segnato l’ultimo quinquennio (pp.229-230). La caduta del governo del 17 dicembre 1959, sul voto di bilancio, così non sorprendeva quasi nessuno e la nascita del terzo governo Milazzo, sostenuto dalla destra, poneva fine a una congiuntura e a possibili esperimenti tra democristiani e socialisti. Il risultato era un governo di centro-destra presieduto da Benedetto Majorana della Nicchiara, secondo «una formula che anticipava quella del governo Tambroni» (p.232) del luglio 1960.

Si chiudeva una stagione – e se ne apriva un’altra – in cui l’autonomismo aveva rappresentato non soltanto il mezzo di una dialettica conflittuale tra centro e periferia, ma anche il filtro attraverso cui erano stati affrontati «i nodi dell’industrializzazione, il dibattito sul primato dell’iniziativa privata o sulla preminenza di Stato, gli indirizzi della Cassa per il Mezzogiorno, la difesa di alcune produzioni (vino, grano duro), i timori legati all’ingresso dell’economia siciliana nel Mec» (p.232).

In questo senso «l’autonomia era la stessa forma che la democrazia aveva assunto in Sicilia» (p.232) nel decennio esaminato. E le diverse narrazioni su un’autonomia da realizzare, su un’autonomia tradita, da conquistare o da affermare, appaiono non soltanto come posture strumentali attuate dalle diverse forze politiche, ma piuttosto come le diverse declinazioni di una dialettica più generale, che lo studio di Micciché analizza con attenzione e acribia.

In definitiva il lavoro, organizzato in 4 capitoli, più un prologo, un epilogo e un’appendice, ricostruisce un segmento centrale della storia politica siciliana, riuscendo a mostrare non soltanto le aspettative e le speranze riposte nell’autonomismo, ma anche le dialettiche e le schermaglie tra i diversi gruppi originate a partire da questo. Accanto a ciò il grande merito del libro sta nel mostrare la complessità di questa storia, troppo spesso schiacciata solo su una rappresentazione patologica e fallimentare della società siciliana nella sua interezza.

Scritto da
Fabio Milazzo

Siciliano, nato nel 1979. Ricercatore e docente di storia e filosofia nei licei. È Phd candidate in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell'Università di Messina. È membro della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (Sissco), dell'Istituto di Studi Storici Salvemini di Messina, dell'Istituto di Studi avanzati in psicoanalisi (ISAP), dell'Associazione amici di "Passato e presente" (APEP). Scrive per riviste cartacee e giornali online e oltre a diversi articoli di storia, filosofia e psicoanalisi è autore di: "Senso e godimento. La follisofia di Jacques Lacan" [Galaad ed.]. Collabora con l'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo e svolge attività di ricerca presso il Centro Studi in Psichiatra e Scienze umane della Provincia di Cuneo.

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