Lo Stato Islamico a est di Raqqa: “A Oriente del Califfo” di Emanuele Giordana
- 06 Agosto 2017

Lo Stato Islamico a est di Raqqa: “A Oriente del Califfo” di Emanuele Giordana

Recensione a: Emanuele Giordana (a cura di), A Oriente del Califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei musulmani non arabi, Rosenberg & Sellier, Torino 2017, pp. 188, 15 euro (scheda libro)

Scritto da Jacopo Scita

4 minuti di lettura

Il lavoro collettaneo curato da Emanuele Giordana è un libro necessario e soprattutto originale nell’approccio e negli argomenti discussi. Se infatti la pubblicistica italiana non ha evitato l’urgenza di occuparsi dell’ISIS, trattandone principalmente la dimensione storico-ideologica, A Oriente del Califfo sceglie una strada diversa, concentrandosi sul tentativo di penetrazione dello Stato Islamico in Asia, «un mondo variegato e disomogeneo che comprende i paesi musulmani più popolosi del pianeta» (p. 11). I 15 saggi raccolti, dunque, si articolano seguendo la parabola jihadista che abbraccia le repubbliche dell’ex URSS, l’Afghanistan, il Pakistan e l’India, la Cina e il Sud-Est Asiatico.

La forma del collettaneo è certamente tipica dell’accademia anglosassone, meno di quella italiana. Il lavoro organizzato da Giordana si unisce a L’ultimo califfato curato da Massimiliano Trentin a formare una (ancora) piccola biblioteca di saggi sullo Stato Islamico che si propone di seguire un approccio esplorativo moderno e rigoroso, capace di utilizzare fonti in lingua inglese – non a caso la maggior parte delle opere citate nei saggi di A Oriente del Califfo sono internazionali – e non limitato alla descrizione fattuale e giornalistica del fenomeno.

Di conseguenza, la vera forza dell’opera è quella di rispettare l’intento fondamentale, chiaramente espresso nella prefazione, di tentare di comprendere le ragioni che rendono il messaggio radicale dello Stato Islamico attraente, non in senso assoluto ma specificamente legato alle condizioni sociali e politiche delle singole entità statali che compongono l’Asia centro-orientale.

Nella prima parte delle sei in cui si divido i saggi raccolti da Giordana il focus è sull’impalcatura storica e strategica sviluppata dall’ISIS. Giuliano Battiston, dunque, riflette sul “parricidio” che è prima momento fondante nell’affrancamento dello Stato Islamico da al-Qaeda, poi origine di un programma politico che ambisce ad allargare il proprio abbraccio a est del Levante. Il veicolo, o meglio i veicoli, attraverso cui questo messaggio viene esportato non si limitano alla manu militari, articolandosi in una rete comunicativa estremamente moderna e dotata di una precisa dimensione estetica.

La riflessione di Tiziana Guerrisi sulla macchina comunicativa dello Stato Islamico è il ponte perfetto per inoltrarsi nella sezione successiva del testo, quella in cui Lucia Sgueglia e lo stesso Giordana approcciano l’ex Unione Sovietica e l’Asia centrale. La consecutio è chiara: il vulnus trasmesso dalla propaganda dell’ISIS aderisce con sorprendente vigore in una regione che è «uno dei centri storici di elaborazione in materia di giurisprudenza islamica (fiqh), di irradiazione del pensiero sufi (tasavvuf) e di produzione libresca» (p.55), trovando terreno fertile nella variegata massa di emarginati economici prodotta dalla non ancora completamente assorbita disgregazione dell’URSS.

Il processo di radicalizzazione in Asia centrale, dunque, segue un binario peculiare, forse più simile a quello europeo, di matrice per lo più economico-sociale e non prettamente ideologica (p. 63). Va segnalato che da questa sezione emerge chiaramente la linea editoriale promossa da Giordana: de-costruire il soggetto Stato Islamico attraverso le specificità dell’azione locale, portando alla luce la plasticità di Daesh e del messaggio da esso diffuso.

Terza e quarta parte, invece, spostano l’analisi in direzione del sud-est asiatico. Giuliano Battiston porta alla luce il conflitto tra l’ISIS e i Talebani in Afghanistan, consegnandoci l’idea fondamentale per cui il jihad non è un fenomeno unitario e coerente, ma piuttosto un contenitore, un significante a cui sono contemporaneamente associati significati diversi e contrastanti: il jihad dei Talebani è locale, mentre quello dello Stato Islamico si propone di essere mondiale.

In Pakistan, invece, lo Stato Islamico è un attore ancora minoritario in una galassia che vede una forte competizione tra gruppi radicali. Similmente, Matteo Miavaldi sottolinea come anche in India l’ISIS sia un soggetto minoritario ma presente, come chiarito dall’esistenza di un progetto (probabilmente troppo ambizioso) di integrare nello sforzo del jihad califfale il sub-continente indiano con lo scopo di «alzare il livello dello scontro internazionale contro gli Stati Uniti» (p. 92).

Lo sguardo verso la periferia dello Stato Islamico considera, nelle ultime due sezioni geografiche del libro, l’Asia più lontana dal Medio Oriente in cui Daesh nasce e pulsa seppur con sempre minor vigore. La Cina, impegnata nell’epocale tentativo di ricostruire a proprio vantaggio la Via della Seta, deve fronteggiare un serio problema di radicalizzazione islamica, il cui centro è la famosa provincia mussulmana dello Xinjiang. Ciononostante i leader mussulmani cinesi si tengono a debita distanza dal modus vivendi dell’ISIS, mantenendo una propria specifica strategia che guarda maggiormente ai movimenti religiosi separatisti dell’Asia centrale.

Pechino, dal canto suo, ha scelto di rispondere alla minaccia dei “tre mali” (terrorismo, estremismo e separatismo) internazionalizzando la questione tramite il coinvolgimento dei governi delle Repubbliche ex-sovietiche. La vexata quaestio dell’estremismo islamico in Cina si distacca, dunque, dal contesto nazionale, assumendo una dimensione politica estremamente importante.

Il testo continua con i saggi di Morello, Affattato e Corradi: se il primo si occupa delle regioni buddiste, gli altri tre analizzano la questione nelle Filippine, dove sta vivendo la propria parabola il «minicaliffato di Mindanao» (p. 146), in Indonesia, il paese con la più elevata popolazione mussulmana al mondo e che, seppur in piccolo numero, ha prodotto foreign fighters diretti in Siria e pericolosamente pronti a spargere il messaggio radicale di Daesh una volta ritornati a Jakarta, ed infine nella penisola malese.

Il viaggio che il volume curato da Emanuele Giordana ci fa compiere attraverso la “grande Asia” si conclude con la postfazione di Ilaria Maria Sala, la quale chiosa e riassume perfettamente il senso di questo volume: «sotto il mantello del “terrorismo religioso” o ancor più del “terrorismo islamico” molto di quanto occupa la cronaca internazionale è stato scatenato da una rivolta che, inizialmente almeno, di religioso o islamico aveva ben poco – ma che viene sapientemente incanalata in questa direzione dalle capacità comunicative, manipolatorie e intimidatorie di Raqqa» (p. 177).

La forza e la necessità di questo volume – finalmente un bel collettaneo italiano scritto al di fuori delle linee di ricerca e pensiero mainstream, anche se certamente non l’unico – è proprio nella sua dichiarata missione di voler rendere chiara la complessità del fenomeno Stato Islamico, delle sue diverse ramificazioni che plasticamente si adattano ai diversi contesti sociali locali sapendo di volta in volta trarne vantaggio e i contrasti interni che rendono il contenitore del jihad tanto poroso e frammentato da non poter essere maneggiato singolarmente.

La storia darà il suo giudizio sul Califfato di Raqqa, oggi probabilmente già nella parte discendente della sua parabola, ma è attraverso libri come quello di Giordana che è possibile avere una rappresentazione accurata e utile di questo fenomeno hic et nunc.

Scritto da
Jacopo Scita

Classe 1994. PhD candidate in Government and International Affairs alla Durham University. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla politica estera iraniana, il Golfo Persico e la questione nucleare in Medio Oriente.

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