“Strade perdute” di Alessandro Vanoli
- 21 Novembre 2020

“Strade perdute” di Alessandro Vanoli

Recensione a: Alessandro Vanoli, Strade perdute. Viaggio sentimentale sulle vie che hanno fatto la storia, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2019, pp. 208, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Filippo Vaccaro

5 minuti di lettura

Perché la Storia da sempre descrive lo spazio definito senza riuscire a superare il concetto di “confine”? Perché la si utilizza costantemente per motivare uno status quo geografico, costringendola a una narrazione statica? Che cosa accadrebbe se, per una volta, ponessimo la geografia al servizio della storia? Da questi interrogativi, per Alessandro Vanoli, scaturisce una convinzione, che si farà presto esperimento di scrittura: le vie che per millenni hanno unito l’umanità offrono una particolare veduta sulla storia; ognuna di esse rappresenta uno scorcio che ne illumina alcuni degli angoli più inesplorati. L’autore – per anni docente di storia medievale ed esperto di confronti culturali mediterranei – ci ha abituato, in tempi recenti, a simili considerazioni metodologiche, dedicando alla ricerca di prospettive originali una buona parte del suo contributo divulgativo; basti ricordare titoli come Quando guidavano le stelle e L’ignoto davanti a noi, che non si discostano dal presente testo nello stile narrativo.

Parlare di strade perdute ha per Alessandro Vanoli un duplice significato. Alla prima, superficiale lettura, la locuzione tradisce la volontà di mettersi in cammino e percorrere con il lettore i sentieri «più capaci di raccontare gli intrecci globali di una storia millenaria»: le civiltà del passato sono svelate nel loro susseguirsi e non raccontate descrittivamente in un preciso momento della loro storia. Tale andamento accentua la concezione diveniristica della storia stessa: i popoli e le loro culture – politiche, religiose, letterarie – non sono mai riconoscibili nel loro stadio finale, ma appaiono sempre in fieri, destinati a una completezza che noi possiamo lambire, ma sulla quale, poiché si è in viaggio, non abbiamo tempo di soffermarci. In toni meno espliciti, ma espressamente dichiarati dall’autore stesso, si intende proporre una sintetica ma originale storia delle strade, alle quali si chiede di far luce su un particolare momento della loro esistenza. Compaiono allora, di volta in volta, su queste notissime vie, personaggi del tutto occasionali o nomi a noi ben noti; in entrambe le circostanze saranno spesso le loro parole a sbrogliare gli eventi. La scissione tra la narrazione dell’autore – la guida del viaggio – e la narrazione dei soggetti storici incontrati ci induce al paragone tra le due voci: sebbene quella di Vanoli sembri trarre il vantaggio del post eventum, avvalendosi dell’onniscienza manzoniana, appare gerarchicamente subordinata a quella dei numerosi narratori interni, al cospetto dei quali l’autore si tace, trattandosi di punti di vista non anacronistici che dunque vincono il confronto sul piano dell’autenticità. Emblematico è in tal senso l’incontro a Chang’an, antica capitale cinese, di un sacerdote, al quale è lasciata la parola per descrivere le divinità a cui tributa il proprio ossequio[1]; chi meglio di lui potrebbe raccontare la potenza degli spiriti che pervadono tutte le cose? O ancor più ne sono testimoni, lasciando la Grande muraglia e spostandoci verso Occidente, i disparati racconti dei pellegrini di diversa estrazione, nostri accompagnatori lungo il Cammino di Santiago di Compostela[2]: abbiamo, per la precisione, un cavaliere testimone dei successi della Reconquista fino a Las Navas de Tolosa (1212)[3], un menestrello che conosce a memoria la Chanson de Roland, un frate profondamente impaurito dal passaggio sui Pirenei, per via dei Catari lì stanziati, dei quali racconta le recenti persecuzioni[4] e, infine, un mercante, il vero protagonista della fioritura economica bassomedievale, che agogna l’Italia per potersi inserire nei traffici più prestigiosi, capaci di elevare la sua posizione sociale.

Oltre a quelli indicati, c’è anche un altro significato che il concetto di strada può assumere in relazione alla storia; questo, nel libro di Vanoli, si colloca a un livello di comprensione ancora più profondo. Si tratta del “corso” intrapreso dalla storia, con una serie di considerazioni alle quali tale argomento è da sempre correlato. Anzitutto, il notissimo dibattito sul determinismo storico, al centro delle riflessioni filosofiche illuministe e idealiste: la storia che disegna la propria strada tra necessità e occasione. In secondo luogo, sembra essere ospitata e accolta, tra le pagine di Strade perdute, l’idea di una manifestazione del libero arbitrio nella circostanza cosiddetta “cairologica” (dal greco kairòs, momento opportuno) in alcuni snodi esemplificativi. Uno su tutti, quello che vede protagonista la città di Atene, che tra i molteplici sentieri che avrebbe potuto intraprendere scelse di incanalarsi sulle rotte commerciali mediterranee, diventando protagonista del mercato nell’antico Egeo e lasciandosi così alle spalle tutti gli altri possibili futuri. Interessante a tal riguardo è anche il capitolo sull’età delle scoperte geografiche che prende avvio dal fatidico venerdì 12 ottobre 1492 – il giorno esatto in cui Colombo, seguito dai suoi due comandanti Martìn Alonso Pinçòn e Viceinte Anes, affondò i piedi nella sabbia e chiese ai presenti di dar testimonianza della presa di possesso dell’isola, in nome della corona spagnola – e prosegue con i vari kairòi che connotarono l’epoca, occorsi sulle diverse traiettorie che, partendo dai porti atlantici, iniziarono a proiettare gli uomini verso le nuove prospettive oceaniche; le strade del Mediterraneo, pur condannate all’obsolescenza, non avrebbero smesso di rappresentare un rilevante scenario di percorsi e confronti culturali.

Le strade, se percorse in tutta la loro lunghezza, ci conducono spesso lontano dagli scenari privilegiati sui banchi di scuola. È questa un’ulteriore sfida accettata dall’autore, quella di defamiliarizzare con il tradizionale accentramento europeo che caratterizza quei volumi e di raccontare la stessa storia, osservandola da un’altra “pietra miliare”. In altre parole, attraversando le strade, si intende allontanarsi dal centro del palcoscenico e prendere le vesti di attori che solitamente non sono considerati protagonisti. L’esempio più calzante riguarda in questo caso l’antichità: dopo aver seguito Alessandro Magno e aver viaggiato verso un Oriente allora del tutto sconosciuto – magico e attraente, rivestito di alberi di ficus e grandi elefanti – riconosciamo l’India intorno a noi. Qui, sulla foce del fiume Narmada, nella fiorente Barygaza[5], vediamo raggiungerci dal mare alcune barche; salendo a bordo di una chiatta e avvicinandoci a loro, possiamo distinguere con attenzione il greco nella sua variante egiziana e il «latino stentato di chi deve poi rendere conto ad amministratori e doganieri»: abbiamo di fronte Roma, sotto forma di euforici mercanti, che comprano riso, olio di sesamo, cotone e parlano del porto di Muziris e dei suoi empori di pepe e cannella, dei turchesi del Khurasan e dei lapislazzuli provenienti dai monti del Badakhshan: l’Impero ha decisamente un’altra forma visto da questa spiaggia dell’India! Alla medesima maniera, a Costantinopoli allo scadere del XIX secolo, dai volti dei passeggeri che scendono dall’Orient Express si può cogliere l’Europa fin de siècle, all’alba dell’ultimo giorno prima del tracollo mondiale.

In conclusione, ciò che resta di Strade perdute è il sentore di una storia fluida, non scandita con rigidità e non compartita senza flessibilità; certamente l’approccio non prende mai le distanze dal narrativo-divulgativo, ma gli originali intenti proposti dall’autore, che si è tentato di enucleare in queste righe, vengono rispettati per tutta la trattazione. Inoltre, la fluidità, l’idea del continuum che promana da queste pagine, metaforizzato dall’immagine della “strada”, consente di gettare uno sguardo d’insieme su tutta la storia, come avessimo davanti una lunga linea del tempo, che parte dagli uomini che portavano al collo le conchiglie e arriva fino all’età di giovani appassionati di musica che attraversano la Route 66. Ecco dunque svelata sotto ogni aspetto quella profonda convinzione sulla quale Vanoli insiste ripetutamente, cioè l’impossibilità di imporre confini alla storia, né temporali né tantomeno geografici: «non c’è mai fine nella storia; e quella che pare fine è solo un altro inizio: è anche questo che insegna il viaggio».


[1] Chang’an, oggi Xi’an, è stata il luogo d’origine di diverse dinastie cinesi, rinnovandosi ad ogni loro passaggio di consegne. Nel viaggio di Strade perdute la si descrive durante la dinastia Tang – dall’anno 618 al 907 – una delle più floride nella storia della capitale, che le permise di raggiungere la sua massima estensione.

[2] Vanoli immagina di percorrere il pellegrinaggio sulla via del ritorno; difatti, i personaggi che lo accompagnano prendono la parola raccontando di luoghi a poco a poco sempre più distanti da Santiago, fino ad arrivare al mercante, che è diretto a Roma. Non lo si seguirà fino a destinazione, perché si dovrà rimanere a Genova per attendere qui la nascita di Colombo.

[3] Si tratta della battaglia spartiacque nel processo storico della Reconquista: dopo Las Navas de Tolosa, l’offensiva ispano-cristiana sarà notevolmente rafforzata e lanciata verso i futuri successi.

[4] All’inizio del XIII secolo, durante il papato di Innocenzo III, le eresie erano ormai dilaganti per tutta la Francia meridionale. Il pontefice scelse dunque di inasprire le persecuzioni, scagliando contro gli eretici una crociata, caldeggiata dal re Filippo II Augusto (1180-1223), il quale sperava così di poter assoggettare i feudi meridionali alla corona francese.

[5] Si tratta di un villaggio nell’attuale suddivisione indiana del Bharuch, nello stato del Gujarat, India occidentale.

Scritto da
Filippo Vaccaro

Nato nel 1997, si è diplomato presso il Liceo Classico “Anco Marzio” di Ostia. Nel 2019 ha conseguito il diploma di Archivistica, Paleografia, Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Roma e si è laureato in Storia, Antropologia, Religioni (curriculum medievistico) presso l’università “La Sapienza”, con una tesi in Civiltà bizantina. Prosegue tuttora gli studi medievistici presso il medesimo ateneo.

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