Trump, la Russia e le sanzioni del Congresso: svanisce l’ipotesi di un nuovo reset?
- 30 Luglio 2017

Trump, la Russia e le sanzioni del Congresso: svanisce l’ipotesi di un nuovo reset?

Scritto da Alberto Prina Cerai

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La «legacy» di Obama e i postumi della crisi ucraina

Dal momento in cui ogni tentativo di resettare le relazioni con la Russia avrebbe dovuto includere, in via preliminare, una sospensione delle sanzioni – provvedimento sul quale il presidente Trump aveva costruito gran parte della sua retorica nella campagna presidenziale – ciò ha effettivamente spostato l’ago della bilancia nella gestione effettiva delle relazioni russo-americane nelle mani del Congresso, soprattutto dopo le interferenze russe durante la campagna presidenziale.

Non si tratta di un caso senza precedenti; qualcosa di simile il Congresso lo aveva orchestrato nei confronti dell’Iran durante la presidenza di Barack Obama. Le nuove sanzioni rafforzano quelle esistenti e le estendono agli affari energetici tra i due paesi. Bisogna infatti ricordare che le sanzioni alla Russia erano state messe in atto nel 2014 in risposta all’annessione della Crimea. In quel momento, tanto l’opinione pubblica occidentale quanto gran parte dell’establishment politico americano, aveva spinto per intraprendere un intervento militare, sotto l’egida della NATO, in Ucraina e bloccare così le iniziative neo-imperiali di Vladimir Putin.

L’amministrazione Obama, che nel corso del mandato aveva cercato di avviare un reset diplomatico poi naufragato con le proteste in Ucraina durante l’Euromaidan, scelse di adottare una linea più morbida optando per le sanzioni economiche le quali, piuttosto che colpire la Russia e l’atteggiamento sfrontato del Cremlino, finirono per risultare selettive e mirate ad indebolire privati e compagnie energetiche.

La crisi ucraina e l’esito incerto che ne seguì lasciò due eredità: una debole coesione nel fronte occidentale sulla reale capacità delle sanzioni di ristabilire lo status quo – uno scetticismo in realtà alimentato dalla ricaduta finanziaria ed economica dovuta alla dipendenza energetica di molti paesi dell’Unione Europea – e soprattutto la mancata volontà da parte degli Stati Uniti di ascoltare la voce, ormai sempre più autoritaria e sprezzante dei vincoli internazionali, della Russia di Vladimir Putin.

Una sordità che lo stesso Henry Kissinger aveva denunciato in un intervista rilasciata al quotidiano tedesco Der Spiegel nell’ormai lontano novembre del 2014, sottolineando quanto per l’Occidente la «demonizzazione di Putin» più che una politica costruttiva non fosse altro che un «alibi per la sua assenza»[3].

Le fazioni da quel momento non hanno compiuto progressi significativi a livello diplomatico, mentre le sanzioni da temporanee sono diventate permanenti. Quello che queste nuovo pacchetto di sanzioni stabilisce è una rinnovata pressione su un punto fondamentale: l’industria energetica russa. Questa rinnovata presa di posizione da parte del Congresso è un chiaro segnale di quanto l’amministrazione Trump stia perdendo il consenso necessario per stabilire una linea politica congruente con quanto promesso durante la campagna elettorale.

Il dissenso sulla questione russa, reso ancor più evidente dal dossier sui cyberattacchi e dalla possibile collusione del team del presidente, ha fornito al Congresso un’arma decisiva per ostacolare le iniziative presidenziali; ora, con le spalle al muro, Donald Trump è praticamente costretto ad accettare la linea dura contro la Russia, lungi dal voler e poter riabilitare un dialogo moderato con Putin.

All’incontro tenutosi durante il vertice del G-20 di Amburgo i due leader hanno rinnovato la reciproca fiducia, nella speranza comune di poter stracciare le sanzioni e ripartire; dopo oltre sei mesi la presidenza Trump ha invece riscontrato difficoltà nel perseguire tale obiettivo, in un contesto in cui il Segretario di Stato Rex Tillerson continua a spingere affinché sia preservato il diritto del Presidente di cancellare le sanzioni mentre il direttore della CIA, Mike Pompeo, e molti altri advisors della sicurezza nazionale rimangono convinti che la Russia abbia tentato di influenzare e minare la tenuta della democrazia americana e occidentale[4].

I russi non vedevano l’Ucraina come una questione isolata, ma continuano tuttora a valutarla in un contesto storico più ampio, apertosi con le «rivoluzioni colorate» scoppiate nello spazio post-sovietico agli inizi del nuovo millennio: un tentativo etero-diretto dall’Occidente, in particolare degli Stati Uniti, per circondare la Russia di regimi democratici ostili al potere autoritario di Mosca. Il governo statunitense, in questo progetto, avrebbe operato attraverso le organizzazioni non-governative per promuovere la democrazia tramite mobilitazioni civiche, popolari ed elettorali nei paesi dell’Europa orientale, con l’obiettivo taciuto di destabilizzare la sicurezza nazionale russa e gli interessi del Cremlino.

Per Mosca dunque l’Ucraina e la crisi del 2014 hanno rappresentato la più grave intrusione nella sfera d’influenza russa sin dalla fine della guerra fredda. I russi non sono capitolati di fronte alle sanzioni – facendo così avrebbero ulteriormente rafforzato la posizione americana.

La miglior dimostrazione di quanto le sanzioni americane non abbiano scalfito le certezze e la convinzione di Putin di poter dispiegare una politica estera di stile novecentesco è proprio quanto abbiamo assistito nel corso di questi mesi: la risposta russa, in un gioco a somma zero, è stata quella di orchestrare un attacco diretto al cuore del processo politico americano, nel tentativo di manipolare gli ingranaggi della più grande democrazia del mondo occidentale.

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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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