La sindrome di Erisittone e l’antipolitica
- 25 Ottobre 2019

La sindrome di Erisittone e l’antipolitica

Scritto da Francesco Nasi

8 minuti di lettura

La parola antipolitica è estremamente presente nel nostro dibattito pubblico. Forse al punto, talvolta, di essere addirittura abusata. Se in passato il termine è stato utilizzato per indicare i singoli comportamenti di alcuni esponenti politici o la retorica da loro utilizzata per accrescere il proprio tornaconto elettorale, con il tempo essa è stata assunta da alcuni a precario fundamentum divisionis della vita politica del paese, individuandola come discriminante e nuovo cleavage per dividere l’agone politico: da una parte le forze “anti-sistema”, “anti-politiche” o populiste (se pensiamo alle ultime elezioni in Italia, Movimento 5 Stelle e Lega in primis) e dall’altra i partiti a difesa del sistema o l’establishment, come si dice soprattutto oltreoceano. La letteratura e il dibattito sul populismo e la crisi della democrazia (probabilmente due dei temi più affrontati dai politologi negli ultimi anni) non possono fare a meno che imbattersi e problematizzare questo termine. L’antipolitica è quindi oggi divenuta (o tornata ad essere) una categoria d’importanza capitale sia per coloro che studiano la politica sia per gli stessi policymaker, spesso i primi ad utilizzare questa vera e propria arma nello scontro con gli altri movimenti e partiti.

Lo storico e politologo Giovanni Orsina, nel suo ultimo libro La democrazia del narcisismo, introduce un concetto fondamentale per comprendere che cos’è l’antipolitica oggi e quanto essa sia pericolosa per le democrazie liberali e rappresentative: la “sindrome di Erisittone”. Nella mitologia greca Erisittone è un uomo che abbatte un bosco sacro a Demetra per costruire una sala da pranzo. La dea, infuriata, si vendica condannandolo ad una fame perenne che Erisittone cerca continuamente di soddisfare senza successo. Allora l’uomo, preso dall’ingordigia, cerca di placare il proprio desiderio consumando tutte le ricchezze della propria famiglia. Infine, nel disperato tentativo di placare la propria gola, divora se stesso. È facile per Orsina tracciare il paragone con la politica contemporanea. Secondo il politologo romano essa, sempre più debole e in un crescente appetito di voti e potere più difficili da conquistare o mantenere che in passato, attacca se stessa, poiché questo masochismo è divenuto la strada più facilmente percorribile per aumentare il proprio consenso. Quest’ultimo è però temporaneo ed effimero, mentre gli effetti collaterali sono estremamente dannosi. Infatti la politica in questo modo si auto-consuma, tende al proprio esautoramento e allo svilimento della propria funzione, inaugurando un circolo vizioso di odio dal quale diventa sempre più difficile uscire e che tende a minare le basi stesse del vivere sociale in modalità e tempi che non ci aspetteremmo.

Per comprendere come e perché avvenga questo “suicidio assistito”, è necessario fare un passo indietro, partendo da una premessa essenziale. Occorre innanzitutto riflettere da un punto di vista lessicale sul termine “antipolitica”. Possiamo individuare due accezioni principali che, come spesso accade per i termini delle scienze sociali, si confondono tra il loro significato accademico-intellettuale e quello popolare-giornalistico. Essi si distinguono essenzialmente per l’idea di “politica” che ne sta alla base. La prima accezione segue la definizione riportata dal dizionario Garzanti: l’antipolitica è «l’atteggiamento di chi è ostile alla politica, alle sue logiche, ai partiti e agli esponenti politici, ritenendoli dediti ai propri interessi personali e lontani dal perseguire il bene comune». Ciò significa che il sentimento di avversione di colui che fa dell’antipolitica la propria arma è verso un determinato tipo di politica, una degenerazione di essa, e non della politica in sé e per sé. Sul banco degli imputati ci sono la corruzione, l’egoismo e l’incapacità di una classe dirigente. Si è contro i politici, non tanto contro la politica in senso astratto. Essa viene vista e percepita come un aggregato di scelte sbagliate portate avanti da determinati individui, contro i quali viene riversata la più o meno giustificata bile di coloro che sventolano la bandiera antipolitica. Utilizzando la mirabile definizione che ne dà Michael Oakeshott, la politica che è fatta oggetto di dileggio è quella che si è ridotta ad essere «l’oscurità, la confusione, l’eccesso, il compromesso, il senso indelebile di disonestà, la pietà bugiarda, il moralismo e l’immoralità, la corruzione, l’intrigo, la negligenza, l’invadenza, la vanità, l’autoinganno e infine la futilità». Questa prima accezione di antipolitica è senza dubbio quella appartenente ai partiti che vengono, più o meno giustamente, ritenuti populisti nelle democrazie liberali e rappresentative.

Il secondo significato prevede invece una vera e propria negazione della Politica con la P maiuscola, in un senso ampio e maggiormente astratto. Essa è intesa nel senso classico del termine come dimensione collettiva del vivere sociale. La politica in questa accezione è l’elemento endemico e imprescindibile del vivere umano, in quanto strumento attraverso il quale l’uomo interagisce con i propri simili e realizza la sua natura di animale sociale, nel senso aristotelico del termine. Politica è quindi sinonimo di relazione, e la relazione lo strumento indispensabile per l’essere umano per comunicare, provvedere ai propri bisogni e elevare la propria condizione materiale e spirituale. Se quest’idea di politica nasce già nella Grecia classica, dove l’attività politica nella polis era la massima esemplificazione della libertà, essa viene ripresa più volte nell’evolversi della storia del pensiero occidentale, da Spinoza fino ad Hannah Arendt e Öcalan. L’antipolitica in questa seconda accezione è quindi in-politica, in quanto totale negazione della sfera pubblica e dialogante dell’essere umano.

Data la pervasività e l’ineluttabilità della dimensione del politico nella vita quotidiana, Nadia Urbinati scrive[1] che il secondo significato di antipolitica non può esistere nella realtà concreta della vita politica di una democrazia liberale e rappresentativa: portata alle estreme conseguenze, essa significherebbe infatti isolare completamente l’essere umano, privarlo di qualsiasi dimensione collettiva e relazionale; ovvero (se facciamo nostra una certa versione della condizione umana) una vera e propria negazione dell’essere umano. A dimostrazione di ciò, la politologa italiana evidenzia come anche chi usa gli strumenti dell’antipolitica, di fatto, non fa altro che fare politica. Thomas Mann, in un saggio nel 1918, scriveva come in una società democratica anche chi si scaglia contro la politica lo deve fare con un linguaggio politico. Questo avviene poiché farsi avvocati di certe battaglie sociali, proporre soluzioni alternative e farsi promotori di un cambiamento, è politica. I partiti che nella contemporaneità vengono definiti populisti e antipolitici, sono in realtà estremamente politici proprio per queste ragioni. Classi dirigenti, manifesti elettorali, propaganda, programmi, interviste e dichiarazioni, fino alla partecipazione alle elezioni e all’ingresso nelle camere elettive: anche la più antipolitica delle forze politiche, dai socialisti che nel 1919 uscirono dal Parlamento durante il discorso del re Vittorio Emanuele III al Movimento 5 Stelle, deve cedere a questi meccanismi. Questo significa che l’antipolitica nella prima accezione è, paradossalmente, politica.

Ciò non significa che la Politica con la P maiuscola sia al sicuro in una democrazia rappresentativa. Quello che scrive Urbinati è vero, ma solo in parte. Se infatti è impossibile attaccare la Politica direttamente, ciò non vuol dire che essa non possa essere lentamente erosa indirettamente. Le due accezioni di antipolitica sono infatti simili e facilmente sovrapponibili e il rischio è quello che un utilizzo eccessivo dell’antipolitica, anche per nobili scopi, possa portare ad una lenta ma inesorabile erosione dell’idea di Politica come spazio di azione collettiva e, più in generale, dell’intera sfera di ciò che è sociale e comune. Fino, parafrasando Marcuse, alla riduzione dell’uomo a una sola dimensione: quella individuale ed egoistica. Ciò può avvenire attraverso un doppio passaggio: la demonizzazione dei membri di una classe dirigente può arrivare alla messa in discussione dello Stato e, in seguito, allo svilimento dello spazio collettivo di azione degli individui, la Politica con la P maiuscola.

Se in una democrazia rappresentativa vi è una costante messa in stato d’accusa delle classi dirigenti (quelli che nel linguaggio comune potremmo definire “i politici”), è molto facile che nel discorso comune si diffonda un’equiparazione di quest’ultime con l’idea ben più astratta e alta di politica. Tutti i difetti, le mancanze e la pessima reputazione che prima erano attribuite esclusivamente a singoli individui passano come per osmosi al concetto stesso di politica, che a livello d’immaginario comune (e forse non solo) trova massima esemplificazione nell’azione statale. In questo modo la scarsa considerazione di chi agisce (o dovrebbe agire) per la cosa pubblica diventa la scarsa considerazione per la res pubblica in sé e per sé, ovvero lo Stato. Se nell’opinione pubblica si diffonde l’idea che tutti i politici siano corrotti, è molto facile che diventi common sense l’idea che lo Stato sia esso stesso un luogo di corruzione, e che una volta dentro si debba assecondare la “logica della mazzetta”. Se è opinione diffusa che i membri delle classi dirigenti siano lenti, incapaci e insensibili anche lo Stato diventerà un grigio automa burocratico. Lo macchina statale diventa così, coerentemente con la filosofia liberale di tradizione lockiana, come un male necessario il cui unico scopo è tutelare la libertà naturale degli individui. Come sosteneva Ronald Reagan: «lo Stato non è la soluzione, ma il problema».

Lo Stato rappresenta in molte democrazie occidentali la massima idea di sfera pubblica e di bene collettivo. La promessa che viene fatta ai cittadini è che lo Stato lavori per il loro benessere, per il «progresso materiale e spirituale della società», come dice la nostra Carta costituzionale. La delegittimazione dello Stato come agente positivo della società contiene implicitamente l’idea che l’azione collettiva dei membri di una comunità politica sia inutile o impossibile, e che l’unico motore del progresso e del bene dei più sia il singolo uomo. Smithianamente parlando, il “bene comune” diventa perseguibile non attraverso un’azione collettiva, ma attraverso la ricerca del singolo interesse personale di tutti gli individui, guidata dalla “mano invisibile”. Una tale delegittimazione dello Stato e dell’azione collettiva stimola un forte individualismo, altro caposaldo del pensiero di Locke, che può degenerare in egoismo, indifferenza e solipsismo, caratteristiche di quello che Orsina definisce “uomo-narcisista”.

L’uomo narcisista è il dark side of the moon dell’uomo democratico, in quanto prodotto non voluto delle promesse implicite nel patto che ogni democrazia stringe con i suoi cittadini: un grado sempre più alto di autodeterminazione e un sempre maggiore benessere. Queste promesse, garanzie di legittimità, “viziano” il cittadino da una parte, e dall’altra sono però irrealizzabili e impossibili da mantenere sul medio e lungo periodo, provocando malessere e insoddisfazione. Lo scontento che ne deriva è uno dei motivi individuati da Orsina per cui si ricorre all’arma dell’antipolitica. La politica infatti, esautorata dal suo compito di levatrice del cambiamento dall’homo oeconomicus ma ancora affamata di consensi, non può che ridursi a capro espiatorio ed attaccare continuamente se stessa per cercare di rimanere ancora disperatamente in vita, ma non facendo altro che accorciare il filo della propria vita intessuto dalle tre parche. Per Orsina l’uomo narcisista vive solo nel breve periodo, «ha perduto il passato e così non riesce a immaginare il futuro», divenendo schiavo del presente. Pensa esclusivamente al proprio interesse e il suo “io” diventa unica e solipsistica misura della realtà. In questo modo il legame con gli altri individui viene meno, poiché ritenuto non necessario, e l’uomo aristotelicamente inteso tradisce la propria natura relazionale e sociale, rifugiandosi esclusivamente nella dimensione individuale. La società così scompare, per conscia o inconscia scelta di coloro che ne facevano parte. È così che per masse di individui narcisistici senza più alcuna fiducia nella politica, la famosa frase di Margaret Thatcher «non esiste la società, ma solo gli individui» diventa una profezia che si autoavvera, proprio perché ognuno di loro è stato lentamente convinto di ciò da anni di promesse non mantenute e di antipolitica. Si è arrivati così al passaggio finale: dai politici, allo Stato e infine all’intera dimensione collettiva del vivere sociale, quell’infra che sta in mezzo agli individui e ne permette il dialogo, la comunicazione e l’azione comune.

Ovviamente quella appena descritta è una tendenza assolutamente non generalizzabile per tutti gli individui o le società e il quadro tratteggiato è in parte semplicistico e a tratti mistificatorio della ben più complessa realtà sociale. La sindrome di Erisittone, infatti, non comporta che tutte le democrazie liberali e rappresentative siano destinate ad evolvere in distopici piccoli regni dove gli individui vivono completamente isolati gli uni dagli altri. La sindrome di Erisittone è un fiume sotterraneo che agisce segreto e silenzioso, erodendo lentamente le fondamenta democratiche della nostra società. Ma fino a che punto arrivi l’erosione e se l’acqua continuerà a scorrere sono questioni difficili da quantificare. È molto probabile però, almeno a parere di chi scrive, che l’acqua continuerà a scorrere ancora a lungo. Il problema della sindrome di Erisittone infatti è che si tratta di un circolo vizioso. Più la politica viene sminuita e degradata, più è difficile che ottenga consenso, e quindi più facilmente ricorrerà a una via facile e sicura di successo e consenso: l’antipolitica. Ma più si soffierà sul fuoco dell’antipolitica usandolo come carburante per le proprie campagne elettorali, più quel sentimento si diffonderà tra i cittadini e più la politica verrà mal considerata.


[1] Nadia Urbinati, La retorica dell’antipolitica, in «Italianieuropei», 7/2012.

Scritto da
Francesco Nasi

Studente magistrale di Studi sulla Sicurezza Internazionale alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e all’Università di Trento, laureato triennale all’Università di Bologna in Scienze politiche, sociali e internazionali con una tesi sul pensiero di Abdullah Öcalan dal titolo “Elementi di confederalismo democratico”. Aspirante studioso e appassionato di politica, storia e filosofia.

Pandora di carta

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]