“Comunisti a modo nostro” di Emanuele Macaluso e Claudio Petruccioli
- 15 Giugno 2021

“Comunisti a modo nostro” di Emanuele Macaluso e Claudio Petruccioli

Recensione a: Emanuele Macaluso e Claudio Petruccioli, Comunisti a modo nostro. Storia di un partito lungo un secolo, Marsilio, Venezia 2021, pp. 464, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Gianluca Panciroli

5 minuti di lettura

Tra le numerose opere di saggistica e memorialistica pubblicate in occasione del centenario della nascita del Partito Comunista d’Italia, il testo edito da Marsilio Comunisti a modo nostro. Storia di un partito lungo un secolo di Emanuele Macaluso e Claudio Petruccioli, occupa un posto significativo. Un primo elemento di interesse del testo è la sua forma dialogica: pagina dopo pagina i due autori, già esponenti di rilievo del Pci, si confrontano sulle tappe che hanno scandito la vicenda di quel partito, dalla “svolta di Salerno” del 1944 sino al congresso di Rimini del 1991, che determina l’abbandono dell’identità comunista e il cambio di nome in Partito Democratico della Sinistra. Nei capitoli finali trovano spazio anche riflessioni sulla traiettoria delle formazioni postcomuniste, dall’esperienza de L’Ulivo sino alle più recenti vicissitudini del Partito Democratico. A rendere particolarmente interessante il testo è poi il carattere intergenerazionale del confronto che in esso si sviluppa. Macaluso, nato nel 1924 e scomparso il 19 gennaio 2021, entra nell’allora clandestino Partito Comunista d’Italia nel 1941 e si distingue negli anni immediatamente successivi soprattutto per l’impegno sindacale a fianco dei braccianti nella Sicilia del latifondo e delle violenze verso i lavoratori. È l’inizio di un lungo percorso che lo porterà ad assumere ruoli di primo piano nel Partito Comunista, oltre a quello di direttore de L’Unità tra il 1982 e il 1986. Di diciassette anni più giovane, l’umbro Claudio Petruccioli aderisce al Pci nel 1959, svolgendone il ruolo di Segretario nazionale della federazione giovanile (Fgci) tra il 1966 e il 1969. I suoi primi passi nella vita del partito avvengono dunque nella fase del “Boom” economico, dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione del Paese. La sua carriera di dirigente di partito e di parlamentare si svolge a cavallo tra il Pci, il Pds e i Ds. La differenza anagrafica tra i due autori, e il loro ruolo di protagonisti in due fasi diverse della storia politica italiana, fornisce al lettore un’apprezzabile varietà di chiavi interpretative sul ruolo e sulle funzioni assunte dal Pci nel corso della storia nazionale.

Partiamo dalle convergenze, che pure non mancano. Gli autori concordano soprattutto sulla bontà della strategia di Palmiro Togliatti volta perseguire una via costituzionale e progressiva al socialismo, strategia in buona parte debitrice delle riflessioni compiute da Antonio Gramsci nel suo lungo periodo di prigionia sotto il regime fascista. Viene evidenziata la capacità del Pci di svolgere dall’opposizione il ruolo di propulsore di storiche conquiste sociali, grazie al suo radicamento nella società, in particolar modo tra le masse popolari (pp. 17-72). Pur riconoscendo i caratteri originali e virtuosi del Pci, Petruccioli individua il serio limite della strategia togliattiana nel mantenimento di un saldo legame con l’Unione Sovietica. Il passaggio chiave in questo senso è indicato nella posizione assunta dal partito in occasione della rivoluzione ungherese del 1956, cui seguì una dura repressione da parte dell’Armata rossa. La decisione di ribadire il saldo legame con l’Urss in quello scenario viene giudicata negativamente non soltanto per il deprecabile sostegno a un’azione militare repressiva, ma anche per le sue ricadute sul piano politico nazionale. A Macaluso, che ricorda come il mito dell’Unione Sovietica fosse ben vivo nel gruppo dirigente non meno che nei militanti e negli elettori comunisti, e che una rottura con l’Urss avrebbe pertanto rischiato di produrre un vero e proprio collasso del partito, Petruccioli risponde che una decisa virata antisovietica sul caso ungherese avrebbe invece sortito l’effetto di eliminare qualsiasi doppiezza, dimostrando agli occhi di interlocutori e avversari politici la fedeltà assoluta del Pci a quella via costituzionale al socialismo propugnata sin dall’immediato dopoguerra. Per contro, la scelta di supportare l’Unione Sovietica appare a Petruccioli come una pietra tombale posta sull’unità della sinistra e sulle possibilità per l’Italia di evolvere nella direzione di una normale democrazia dell’alternanza, con una sinistra abilitata a contendere il governo del Paese alla Democrazia Cristiana e ai suoi alleati (pp. 73-100).

La critica di Petruccioli si estende anche ai decenni successivi della storia del Pci, alle fasi delle segreterie di Luigi Longo e soprattutto di Enrico Berlinguer. Se per Macaluso con la stagione berlingueriana si era giunti a un sufficiente grado di cesura politica con il Pcus, Petruccioli contesta l’idea che il Pci sia effettivamente mai arrivato a una completa rottura con il mondo sovietico. Come dimostrano le acquisizioni storiografiche degli ultimi decenni, il rapporto tra Pci e Urss negli anni Settanta non può essere disgiunto dalla strategia “eurocomunista” che segnò buona parte dell’impegno politico di Berlinguer. Era convinzione del leader sardo che il socialismo reale, al netto dei suoi macroscopici difetti, fosse riformabile in senso democratico e pluralista e che il modello rappresentato dal Pci potesse costituire un incentivo in quella direzione. È all’interno di questa strategia di rivitalizzazione e rilancio dell’ideale comunista a livello internazionale che va collocata la decisione di non troncare i legami con un mondo di cui pure si riconoscevano disfunzioni e aberrazioni[1].

Sul compromesso storico, che della strategia berlingueriana costituiva il versante interno, la distanza tra le posizioni dei due autori è ancor più evidente. Per Petruccioli quella strategia «andava bene come primo passo, per aprire la strada a governi della sinistra». La prospettiva di un più stretto rapporto con il Partito Socialista Italiano, evidenzia però ancora Petruccioli, non fu mai realmente condivisa da Berlinguer, che sempre intese il compromesso storico soprattutto come un’alleanza con la Dc. Privilegiare il dialogo con la forza di governo per eccellenza, questo il nocciolo del ragionamento di Petruccioli, avrebbe permesso al Pci di accedere all’area di governo in modo indiretto, senza dover mettere in discussione l’identità comunista del partito. Macaluso tende invece a individuare nei governi della “solidarietà nazionale” del 1976-79 il preludio a una piena legittimazione del Pci come forza di governo alternativa alla Democrazia cristiana. Un simile disegno, afferma il politico siciliano, avrebbe potuto avere successo se, dopo lo spartiacque costituito dalla morte di Aldo Moro, non fossero prevalse nella Dc e nel Psi le componenti più avverse a un dialogo con i comunisti (pp. 204-243).

Quando il discorso si sposta ai tempi più recenti, dunque all’ultimo Pci e alle formazioni postcomuniste, è Macaluso a farsi voce critica e a rimproverare ai dirigenti della sinistra della generazione più giovane molte delle loro scelte. Se Petruccioli aveva individuato nel mancato sviluppo di una sinistra riformista e di governo il principale limite della storia del Pci da Togliatti a Berlinguer, Macaluso attribuisce alla generazione dei giovani giunti ai vertici del partito con la segreteria di Achille Occhetto la responsabilità di aver posto l’obiettivo del governo davanti a ogni altro, finendo per allontanare la sinistra italiana da quella “questione sociale” che ne aveva costituito la ragion d’essere per oltre un secolo. «In questi anni – afferma Macaluso – la società ha subito dei processi che la sinistra non ha colto […] Mi inquieta il fatto che ci sia un distacco dagli interessi immediati e reali del popolo, motivo per cui viene vissuta quasi come un vecchio club». Per ironia della sorte, una critica così tranchant “da sinistra” viene mossa da quello che era stato uno degli esponenti di spicco dell’area riformista (o “migliorista”) del Pci, la cosiddetta “destra” del partito. L’apparente paradosso è facilmente spiegabile. Il riformismo propugnato da Macaluso nel corso della sua lunga esistenza rimane interno a una cultura politica di stampo socialista, per la quale la categoria “riformismo” indica una graduale e incessante azione finalizzata al miglioramento delle condizioni dei meno abbienti, all’insegna dei principi di eguaglianza e giustizia sociale. Emblematico in tal senso è quanto Macaluso afferma alla conclusione del testo: «Penso che la sinistra, quella riformista, debba avere la capacità di vedere la dimensione sociale. E se poi si chiamano verdi, socialdemocratici, Partito laburista o Partito socialista, non è decisivo. Ma è decisivo che si vada avanti su questa linea» (p. 447). Ciò considerato si possono comprendere le perplessità espresse dal dirigente siciliano del Pci di fronte al rovesciamento semantico che la categoria riformismo ha subito negli ultimi decenni, andando prevalentemente a indicare una serie di aggiustamenti aventi come fine il solo rispetto delle compatibilità economico-finanziarie (pp. 371-448). Dal canto suo, Petruccioli rivendica il progetto di fusione delle differenti culture progressiste all’origine del Partito Democratico, e afferma: «Valorizzare altre questioni oltre a quella sociale non vuol dire smarrire le radici, vuol dire riempire un vuoto, eliminare un deficit, particolarmente evidente e condizionante in un partito come il Pci che non aveva l’obiettivo del governo nel suo orizzonte praticabile» (p. 399). Alla fine del dialogo si ha l’impressione che, soprattutto nell’analisi dei tempi più recenti, le divergenze tra i due autori superino i punti di contatto. Che si condividano più le posizioni di Macaluso o quelle di Petruccioli, va comunque riconosciuto ad entrambi un grande merito: quello di aver prodotto un confronto politico-culturale intellettualmente onesto e ricco di spunti, utilissimo per tutti coloro che desiderino approfondire le vicende della sinistra italiana dal Secondo dopoguerra a oggi.


[1] Per approfondire la strategia di Berlinguer cfr. F. Barbagallo, Enrico Berlinguer, Carocci, Roma 2006 e S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, Torino 2006.

Scritto da
Gianluca Panciroli

Laureato in Antropologia e Storia del mondo contemporaneo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla storia delle culture politiche e sindacali dell’Italia repubblicana.

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