“Democrazia senza popolo” di Carlo Galli

Galli

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Galli: post-democrazia e pseudo-democrazia

Seguono poi un’analisi delle altre forze politiche oltre il Pd, della personalità di Renzi e delle riforme da lui promosse, lette secondo la chiave che abbiamo qui delineato. È importante, di questi passaggi, sottolineare tanto come Galli reputi la politica e la retorica dei populisti di destra e del Movimento 5 stelle come fondamentalmente organica al pensiero neoliberale, quanto come lo stesso Pd renziano non possa fare a meno, in un quadro del genere, di adottare stilemi populisti. Incapacitati a cogliere la contraddizione principale, i “populismi” non possono che appellarsi a una critica moralistica e individualistica contro la “disonestà” o la “corruzione” che fomenta il medesimo odio per i luoghi di mediazione, compromesso (che diventa automaticamente “inciucio”) e rappresentanza di chi li vorrebbe sopprimere in quanto ostacoli all’egemonia dei poteri economici e finanziari. Il rifiuto di mediazione e compromesso porta Renzi a cercare un rapporto diretto tra lui e “il popolo”, di cui si dichiara “in ascolto”, ma senza aprire ad alcuna contrattazione con rappresentanti delle diverse parti e categorie sociali (eccezion fatta per i grandi imprenditori nei cui confronti non manca mai di esprimere ammirazione). L’attacco alle “poltrone” è stato inoltre parte integrante della campagna referendaria in difesa del sì, come il disprezzo nei confronti degli intellettuali bollati come “professoroni”. L’idea assolutamente impolitica che Renzi ha della politica si condensa nella sua volontà di renderla “facile e bella come l’iPhone”: un oggetto apparentemente semplice per l’utilizzatore finale, che non conosce né la complessità dei meccanismi che lo rendono funzionante né i processi che ne hanno reso possibile la realizzazione. Il cittadino è così degradato a consumatore di soluzioni dalla cui formulazione deve però essere tenuto il più lontano possibile, nella convinzione che siano oggetto non di volontà politica, ma di esclusiva competenza tecnica.

La vittoria del no al referendum sulla riforma costituzionale, con cui si conclude la cronaca, è interpretata come il rifiuto del modello di società che Renzi, promettendo di cambiare, sta in realtà soltanto rafforzando e ulteriormente sancendo. Se tale vittoria non è un risultato di cui la sinistra può automaticamente appropriarsi, è comunque la conditio sine qua non di qualsiasi inversione di rotta di cui essa deve riuscire a farsi portavoce, dando forma all’insofferenza e all’esasperazione verso le conseguenze delle politiche neoliberali prima che sia la destra a farlo.

Soltanto impegnandosi apertamente a ribilanciare i rapporti tra capitale e lavoro, a distruggere le narrazioni che sono state proposte dal liberalismo sulla crisi, sulla governance europea, sul mito della sempre maggiore efficienza del privato rispetto al pubblico e dell’esistenza di un trade-off tra uguaglianza ed efficienza, sull’idea che l’occupazione è possibile soltanto in un mercato del lavoro flessibile, e rinnegando le scelte fatte nell’ultimo trentennio, la sinistra può recuperare terreno e riconquistare la fiducia di quelle masse ora rancorose e spoliticizzate che ha abbandonato.  Operazione difficile, e che richiederà non poche accortezze, inclusa la capacità di trovare un linguaggio adeguato che tenga conto della “diffidenza dei cittadini verso uno stile politico più tradizionale di quello corrente, leaderistico” (p. 190), ma necessaria per chiunque ritenga non derogabile la trasformazione dello stato di cose esistente.

Essa potrà essere condotta soltanto difendendo e reclamando quegli spazi di partecipazione alla sovranità, a cominciare dal Parlamento, contro l’imperante concezione schumpeteriana della democrazia, e difendendo il ruolo dello Stato tanto come luogo di democrazia e autodeterminazione, quanto di controllo della vita economica in nome dell’abbattimento delle disuguaglianze materiali, previsto dall’articolo 3 della Costituzione, e della tutela dei diritti sociali.

Il libro di Galli è un testo prezioso, e alla sua denuncia degli uomini della pratica di molta sinistra di non voler fare i conti con la teoria (per poi risultare, come notava già Keynes e come l’autore ampiamente dimostra, inevitabilmente prigionieri di visioni del mondo) non ci si può che accodare. Difficile potersi dire di sinistra, anche moderata, senza sottoscrivere le sue proposte di riabilitazione del ruolo dello Stato, del Parlamento e dei corpi intermedi, della democratizzazione della vita politica ed economica, di un ritorno degli investimenti pubblici, della denuncia dell’ideologia liberale. Se è vero che le operazioni culturali hanno tempi più lunghi della cronaca politica, è anche vero, e la costruzione dell’egemonia neoliberale lo mostra, che possono rivelarsi incredibilmente efficaci e durevoli, specie quando come ora non manca un fertile terreno di esclusi e svantaggiati dove queste idee potrebbero germogliare. Non si può dunque non sperare che la sinistra faccia tesoro delle preziose indicazioni offerte dall’autore, sconfessando il modello di società di cui finora è stata succube e trovando il coraggio di prendere le distanze da quanti invece fanno orgogliosa professione di liberalismo. Che non si tratti di un atteggiamento velleitario, adolescenziale o senile, sembrano mostrarlo tanto le pessime performance elettorali delle sinistre in cui questa riflessione è mancata, in tutto o in parte, quanto il buon risultato conseguito in Francia da Jean-Luc Mélenchon che, pur non vincendo, è stato comunque capace di mobilitare quelle fasce a cui la sinistra deve ricominciare a parlare.


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Classe 1991. Ha studiato filosofia presso l'Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore. È ora dottorando in filosofia politica presso il Consorzio di Filosofia del Nord-Ovest (Torino, Genova, Pavia, Vercelli).

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