Europa: il tavolo delle riforme e l’Italia che non c’è
- 29 Gennaio 2018

Europa: il tavolo delle riforme e l’Italia che non c’è

Scritto da Luca Picotti

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Il documento degli economisti franco-tedeschi

Il paper dei 14 economisti è costituito da numerose proposte[7] volte a riformare le regole di governance fiscale e finanziaria dell’area euro. Un primo punto fondamentale consiste nella riduzione della concentrazione di titoli di stato domestici in portafoglio alle banche, condizione necessaria affinché la Germania possa accettare un’assicurazione comunitaria sui depositi; per chi sfora questi limiti è prevista come pena la richiesta di maggiore capitale. Evidente è la dialettica tra la condivisione del rischio (risk sharing) accettata dai tedeschi e la riduzione del rischio (risk reduction) promessa dai francesi.

Non si illuda chi, ottimista per il semplice fatto che si discuta di riforma dell’Eurozona, spera in un abbandono delle logiche stringenti volute dalla Germania a favore di una svolta solidale e inclusiva: ogni condivisione del rischio ne presuppone una riduzione. Un altro aspetto rilevante che emerge dal paper è l’apparente abbandono dei limiti di deficit previsti dal trattato di Maastricht (rafforzati poi dal Fiscal Compact). Al posto del limite del 3% nel rapporto fra deficit e prodotto lordo vi saranno dei tetti alla spesa nominale (ovvero calcolata nel suo ammontare in euro) specifici per ogni singolo paese al fine di ridurre il debito nel lungo periodo, secondo Sergio Cesaratto «Qui si propone di sostituire al pareggio di bilancio (aggiustato per il ciclo secondo con regole economicamente arbitrarie) un obiettivo di crescita della spesa pubblica che dovrebbe essere in linea con la crescita di lungo periodo del PIL, ma minore di quest’ultima nei Paesi ad alto debito di modo che lentamente rientrino nel rapporto debito/PIL […] Dio solo sa quanta arbitrarietà teorica e pratica v’è tuttavia nel calcolare la crescita di lungo periodo del PIL di un Paese». La spesa pubblica non potrà crescere più del prodotto nominale di lungo periodo – per gli stati con alto debito pubblico deve restare inferiore a quel target-  e se tale regola non verrà rispettata dovranno essere emessi titoli di stato “subordinati”, più costosi e rischiosi, per finanziare la spesa eccedente. Tra le proposte vi è anche quella di un fondo comunitario anti-ciclico, per sostenere singoli stati in fasi di difficoltà e un watchdog (“cane da guardia”) fiscale comunitario con poteri propri.[8]

In sintesi, il paper si articola su tre temi fondamentali: unione bancaria, regole del bilancio e quadro istituzionale. Il risultato è un compromesso franco-tedesco, un equilibrio tra le istanze dei due diversi paesi, uniche parti contraenti. Rimane così l’obiettivo di ridurre i debiti al 60% del Pil ma l’attenzione passa dal deficit alla spesa (si può maliziosamente pensare ad un favore alla Francia, visto che da dieci anni sfora con il deficit). La spesa extra è possibile, ma va finanziata con titoli pubblici di livello junior che rischiano di subire un taglio in caso di ristrutturazione del debito. La garanzia unica sui depositi bancari potrebbe diventare realtà, ma è subordinata alla riduzione del nesso banco-sovrano, definito “un cappio al collo”, e allo smaltimento dei crediti a rischio (Npl). Reconciling risk sharing with market discipline, appunto.

Scrive l’economista Fabio Masini su Formiche.net[9]: «Il principale pericolo di questo documento è di rappresentare una base di discussione aperta (chi lo condivide può sottoscriverlo) ma non negoziabile […] Per questa ragione, è essenziale che la discussione pubblica in Italia si apra immediatamente […] per proporre ulteriori elementi di discussione che possono rischiare di essere esclusi a priori dal dibattito pubblico europeo».

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Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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