Governare la società del dopo Covid
- 08 Maggio 2021

Governare la società del dopo Covid

Scritto da AA.VV.

44 minuti di lettura

Pubblichiamo volentieri come contributo al dibattito e alla riflessione il documento “Governare la società del dopo Covid”, sintesi e risultato delle discussioni organizzate dal Network “Ripensare la cultura politica della sinistra” il 28 dicembre 2020 e il 5 e 6 marzo 2021. Ai seminari hanno partecipato: Alessandro Aresu, Salvatore Biasco, Giacomo Bottos, Ferruccio Capelli, Carlo Carboni, Pierluigi Ciocca, Francesco Denozza, Mattia Diletti, Mario Dogliani, Giovanni Dosi, Massimo Egidi, Maria Rosaria Ferrarese, Antonio Floridia, Massimo Florio, Nicolò Fraccaroli, Maurizio Franzini, Carlo Galli, Rino Genovese, Elena Granaglia, Gabriele Guzzi, Piero Ignazi, Alfio Mastropaolo, Enrica Morlicchio, Federico Nastasi, Ugo Pagano, Laura Pennacchi, Mario Ricciardi, Andrea Roventini, Gianfranco Pasquino, Lorenzo Sacconi, Rocco Sciarrone, Valdo Spini, Roberto Tamborini, Valeria Termini, Walter Tocci, Carlo Trigilia, Nadia Urbinati, Salvatore Veca, Gianfranco Viesti, Vincenzo Visco.


Indice

– Le coordinate politiche del documento

PARTE I – LO STATO

– Bisogna scegliere

– Ricostruire le basi di legittimità e la capacità operativa dello Stato

– Cambiare prospettiva

PARTE II – DISUGUAGLIANZA/E

– La cittadinanza legata al territorio

– Il diritto alla salute legato ai diritti territoriali

– La scuola come centro civile

PARTE III – RICOMPOSIZIONE SOCIALE

– Riscoprire una società partecipata

– La ricucitura del mondo del lavoro

– Altre ricuciture

– Affrontare la disuguaglianza di reddito

PARTE IV – ACCUMULAZIONE E CAPITALISMO

– Consegnare ai giovani un apparato produttivo irrobustito

– Un modo di concepire gli interventi sistemici

– Disciplinamento del Capitalismo

– Alternative al capitalismo digitale

PARTE V – MOBILITAZIONE SOCIALE

– Il partito e il sindacato

– La cultura politica


Le coordinate politiche del documento

Il filo rosso delle discussioni tenute in incontri (chiusi) dal nostro Network ha riguardato l’orizzonte possibile per la sinistra nella riorganizzazione del Paese dopo la tempesta della pandemia. Non a caso il documento di sintesi parla di biforcazione nelle scelte da adottare, il cui percorso dipenderà in gran parte dal tipo di politiche che il Paese progetterà e implementerà.

Non si trattava di discutere il Recovery Plan avanzando un ennesimo contropiano e neppure di redigere un manifesto. Ma di mettere a fuoco una cultura politica capace di condurre alle domande giuste nella definizione di una visione dell’Italia, senza lasciarle poi sospese nell’aria, ma indagando anche le possibili risposte ed entrando, per quanto possibile, nel merito delle questioni. Nel corso degli incontri (pur con l’intervallo di appena due mesi) si è verificato un significativo passaggio di fase, che invita a riflettere sugli interlocutori e destinatari di queste riflessioni collettive.

La visione culturale che ispira questa sintesi non combacia con gli schemi mentali cui ci ha abituato la sinistra ufficiale in questi anni. Mai come in questo momento è divenuta evidente come la sua modesta capacità di produrre idee, il suo distacco dal paese reale e l’indeterminatezza della rappresentanza, siano alla base dell’indubbia sconfitta che ha subito con le vicende che hanno portato all’avvento del governo Draghi. Quella sconfitta non può essere archiviata solo come questione di numeri parlamentari. Essa pone in rilievo ancora una volta che fuori da una qualificante presenza di governo la sinistra rimane disarmata, senza egemonia, senza idee forza, progetto politico e mobilitazione sociale.

Gli ultimi eventi entro il Pd sono infine l’espressione di una crisi che c’era da tempo, forse genetica, a lungo mascherata dal ruolo di difesa che esso ha assunto verso destra, che gli assicurava la fedeltà di una parte del suo elettorato. Trasformato in partito di opinione, il Pd ha creduto che per vincere le elezioni fosse sufficiente sottoporre agli elettori una squadra di governo autodefinita come più capace ed efficiente. Ha creduto – in sintonia con la vicenda della sinistra europea – che si vincessero le elezioni erodendo l’elettorato di destra, senza più chiedersi attorno a quale pezzo di società intendesse costruire le necessarie alleanze sociali. Senza più esercitare una funzione critica verso l’uniformazione delle politiche alle prescrizioni dominanti, e (pur con qualche debole resistenza) verso l’omologazione culturale all’interpretazione prevalente della società e del capitalismo. Con il risultato di non guadagnare un solo voto e di perderne tanti.

L’offerta politica sulle questioni dei diritti civili ha consentito di trovare un consenso tra i ceti urbanizzati e istruiti (diventato dominante). Ma è un consenso che non toccava i temi sociali ed economici rimasti privi di elaborazione. Né altri settori della sinistra hanno colmato il vuoto.

Chi rappresenti oggi la sinistra ufficiale non è dato sapere. Il suo declino coincide innanzi tutto con la perdita dell’elettorato che più subisce le disuguaglianze e con il mancato coinvolgimento e mobilitazione dei soggetti sociali interessati a correggerle. Ma corrisponde anche all’incapacità di elaborare una proposta di governo dell’economia che vada oltre le indicazioni convenzionali o che provi a disegnare un altro tipo di società.

Un largo segmento di società si è visto così privato di rappresentanza (ma anche di protagonismo sociale) proprio nel momento in cui era più minacciato dallo sviluppo tecnologico e dalla grande riconversione produttiva e organizzativa del capitalismo. Quel segmento si è progressivamente allargato e rischia sempre più di trovare un’alternativa nell’astensione, se non nell’offerta politica della destra estrema.

Questo documento è un tentativo di avviare una discussione su questioni fondanti per la sinistra. Forse con un pensiero controcorrente (ma non utopistico) che tenta di ridefinire per il Paese le coordinate di un socialismo democratico adeguato ad un mondo discosto da quello fordista nel quale la socialdemocrazia ha espresso il meglio di sé e che oggi richiede che si facciano i conti con i cambiamenti profondi avvenuti nel lavoro, nella produzione e nei connotati antropologici. Sono riflessioni che possono opporre un metodo e un merito ad una sinistra di governo non più capace di organizzare una discussione politica (e neppure un congresso).

Non ci sfugge, però che senza interlocutori le idee non camminano. Sappiamo che un’agenda può avere successo solo se trova soggetti politici che la interpretino e la condividano. Dopo trent’anni di divorzio tra cultura e politica è difficile farsi illusioni. Oggi, però, due vicende significative riaprono il campo. Non solo quella del Pd, che può avere un esito negativo di destrutturazione e dispersione di forze, ma potrebbe anche consentire l’avvio della ricostruzione della sinistra che faccia i conti la sua storia recente (sempre che sia in grado di farli e non punti a una affrettata ricomposizione che getti la polvere sotto il tappeto). Anche la vicenda dei Cinque Stelle, che – forse per necessità – sta evolvendo verso l’uscita dal grillismo (promossa dallo stesso Grillo) e, dopo l’abbandono degli elettori tornati alla Lega o comunque a destra, non può che approdare a una qualche forma di riformismo. Ma già, esiste anche nel Paese una sinistra plurale, non identificata con alcun partito, che può intervenire da protagonista in questa ridefinizione della politica: esiste nei sindacati, nel Terzo settore, nella cittadinanza attiva e movimenti ambientalisti, in pezzi dei partiti citati e in un’opinione diffusa non omologata.

I risultati degli incontri esposti in questo documento non vanno intesi come una rigida agenda che un governo o una forza politica dovrebbe far propria. Il documento, pur con le sue indicazioni propositive, è solo in senso lato un documento di policy. Si colloca piuttosto in un ambito culturale: è l’affermazione che un’altra visione del mondo e delle cose è possibile. Le molteplici proposte che vi sono contenute implicano una battaglia delle idee, perché ogni indicazione di indirizzo prende spunto da una visione alternativa rispetto a quella che informa l’opinione corrente. Attiene a un altro modo di interpretare la società, il potere, l’azione pubblica e le disuguaglianze; a tutto ciò che dovrebbe caratterizzare una sinistra degna di questo nome.

Quindi, anche se è difficile attendersi oggi una sua traduzione pratica, questa riflessione disegna un modo d’essere e di posizionarsi inteso ad attrezzare coloro che si collocano su un versante critico (specie dentro i partiti della sinistra). E, dato che le indicazioni non hanno nulla di utopistico (nulla che una forza politica socialista non possa realisticamente assumere come orizzonte concreto), potrebbero essere un punto di riferimento per dare corpo ad una discussione su un insieme di temi su cui strutturare una sinistra rinnovata.

Il lavoro di riflessione il Network non lo inizia oggi, ma lo ha avviato da anni, nell’intento di immaginare, alla luce delle trasformazioni che sono intervenute, un orizzonte che abbiamo definito socialdemocratico nel post fordismo. È l’orizzonte che ispira il documento di sintesi.

Sarebbe riduttivo ora proporre una sintesi dei suoi contenuti. Abbiamo preferito evidenziare i punti salienti, per chi voglia orientarsi velocemente tra i suoi argomenti e indicazioni. In due parole: contiene una visione di governo su come affrontare le disuguaglianze (di reddito, habitat, diritti, protezione, genere, fruizione di servizi sociali e generazionali), che la pandemia ha reso ancora più evidenti, e su come governare il capitalismo in un contesto post fordista e digitalizzato. Il tutto immaginando un protagonismo dei cittadini e la costruzione di una società partecipata. E, anche, dentro un’economia in salute perché, come c’è una visione di sinistra sul terreno sociale e occupazionale, ve ne è una anche sul terreno produttivo. Redistribuzione e crescita (sostenibile) non sono due cose in contrasto, come il neoliberismo ci ha abituato a pensare.

Se riformismo ha significato in origine “riformare il capitalismo per renderlo compatibile con la società” e si è poi trasformato in “riformare la società per renderla compatibile col capitalismo”, oggi si tratta di tornare alla prima definizione. Con una premessa: la sinistra italiana o è componente di una partita che si gioca in Europa, o le sue istanze, tenute in ambito puramente nazionale, non avranno il respiro necessario.

 

PARTE I
LO STATO

Bisogna scegliere

Il Covid ha acuito e resi ancor più evidenti i difetti, i limiti e le storture di questa organizzazione della società e dei suoi principi ordinatori. Siamo di fronte a una biforcazione nelle scelte da adottare; occorre stabilire quale società vogliamo costruire e quale svolta dare al declino del Paese. In termini più ambiziosi, si tratta di pensare a una ridefinizione del compromesso sociale, da noi come in tutto l’Occidente.

Non basta solo concepire una buona politica, o qualche operazione modesta di ingegneria sociale. Si tratta di concepire un grande progetto di trasformazione sociale, che mobiliti le intelligenze e le energie di un gran numero di cittadini, che li renda protagonisti e che intercetti e valorizzi quello spirito pubblico che si è manifestato nel corso della crisi, accompagnato da aspettative di un nuovo ordine attento alla giustizia sociale e meno dominato dai meccanismi di mercato. Questa crisi può offrire una grande occasione per ripensare il modello di sistema ed è motivo di grave scadimento che nessuna forza politica abbia posto tale ripensamento al centro del dibattito pubblico italiano, di per sé impoverito dalla rappresentazione banalizzata che da tempo i media forniscono dei problemi del Paese.

 

Ricostruire le basi di legittimità e la capacità operativa dello Stato

Il percorso che l’Italia seguirà dipenderà in gran parte dal tipo di politica che progettiamo e implementiamo. Ma anche dalla capacità di dare ad essa esecuzione da parte di uno Stato che va ricostruito nella sua capacità operativa.

In Italia all’improvviso si è riscoperta non solo la domanda di Stato, ma anche la capacità di intervento, di usare, cioè, poteri caduti in disuso e delegittimati. Inaspettatamente lo Stato ha dato prova di vitalità, per quanto mortificata nel tempo e resa inadeguata alle esigenze del momento. Allorché si è dovuto sfruttarne le residue potenzialità, ha dimostrato di essere ancora l’unica agenzia di protezione per i cittadini e per lo stesso mercato. Il tema della ridefinizione dei suoi compiti si impone e sarà svolto strada facendo. Ma ancor più urgente è ricostruire le basi di legittimità fortemente intaccate dall’era neoliberista e dalle riforme amministrative che hanno disattivato e mortificato quel fondamentale strumento d’azione che erano le burocrazie pubbliche.

Non vi è dubbio che in questa pandemia i cittadini – e tra essi i più svantaggiati, ma non solo, anche i più diffidenti verso lo Stato – abbiano fatto un qualche affidamento su quest’ultimo. O avanzato una palese “domanda di Stato”. Affidamento e domanda che andrebbero capitalizzati (e indirizzati verso una visione di solidarietà sociale), ma che oggi sono bivalenti a causa delle insufficienze ataviche dell’apparato burocratico e, con esse, della difficoltà sia a governare processi di cambiamento, sia a organizzare le politiche pubbliche in senso vero. Da lungo tempo ormai l’intervento dello Stato sulla struttura amministrativa si è ridotto a modalità molto povere, essenzialmente finanziarie (risparmi di spesa) e normative (profluvio di norme da gestire o finalizzate al funzionamento degli apparati). Sono venuti meno tutti gli altri strumenti, quali la capacità di progettare, di pianificare, di scegliere, di organizzare i cambiamenti, ma pure di amministrare nella quotidianità. Ne è risultata un’Amministrazione indirizzata a operare automaticamente, senza capacità di valutare le cose, prendersi responsabilità e assumere decisioni di merito sui contenuti. Quella concentrazione sulle due leve, finanziarie e micro-normative, a scapito delle politiche da mettere in atto, ha di fatto azzerato – con il blocco ventennale del turnover e i risparmi di bilancio – la trasmissione di competenze da una generazione all’altra e dissolto le strutture ministeriali necessarie a sorreggere e implementare le decisioni pubbliche. La moltiplicazione smisurata dei contratti a tempo determinato, spesso dettati da criteri di convenienza politica, ha devastato le riserve di professionalità e di ethos del servizio pubblico, che si erano mantenute per tanto tempo a dispetto dell’invadenza della politica. Si è aggiunto il diluvio di norme e una impropria e ridondante quantificazione della performance per portare al collasso l’Amministrazione. Al netto degli errori politici, tutti i livelli di governo hanno risentito dello stato problematico delle pubbliche amministrazioni. Quel tanto che c’era di un corpo interprete dell’interesse generale e con la capacità di resistere agli interessi particolari e corporativi e, all’occorrenza, alla politica, è stato disperso.

 

Cambiare prospettiva

Malgrado i segni di ripresa nell’esercizio di volontà pubbliche, l’inadeguatezza complessiva della Pubblica Amministrazione, rende urgente un primo grande progetto che condiziona tutto il resto: ricostruire una autorità pubblica dotata di piena autorevolezza e capacità di azione efficace. Una Pubblica Amministrazione di qualità è la necessità fondamentale. Non si tratta di sveltimento delle pratiche amministrative e di informatizzazione dei rapporti coi cittadini (che pure è carente) o di ritocchi nel quadro esistente. Si tratta di un vero e proprio cambiamento organizzativo, strutturale, di organizzazione del lavoro, che porti l’Amministrazione a operare per obbiettivi e ad acquisire capacità di scelta e direzione dei processi, senza di che è difficile pensare alla messa in atto di politiche pubbliche ambiziose. Occorre identificare le diverse missioni che attengono a parti diverse del settore pubblico, rinunciando all’uniformità organizzativa, contrattuale, di organizzazione del lavoro e di struttura delle responsabilità decisionali dell’Amministrazione preposta.

Accanto a questa trasformazione, va considerata una questione di fondo – in parte sovrapposta in parte separata – relativa alla tendenza a considerare la Pubblica Amministrazione un soggetto unitario da regolare in modo uniforme e rigido, sottoponendola integralmente alle procedure del diritto amministrativo. È, questo, un motivo di paralisi e di distacco dalla realtà, sebbene corrisponda a un’impostazione tradizionale, prevalente in Italia nella professione dei giuristi amministrativi. Un conto sono i beni pubblici indivisibili da tutelare, un altro i beni e servizi prodotti da istituzioni pubbliche o altri ambiti di intervento. Qui le caratteristiche specifiche renderebbero opportuno un approccio che, senza privatizzarli, li faccia rientrare nell’ambito di applicazione del diritto civile.

Occorre anche mettere in discussione l’estensione che ha avuto il trasferimento dei compiti di molte amministrazioni verso agenzie indipendenti che sottrae alle funzioni politico-amministrative la decisione sulle regole di gestione di importanti servizi collettivi. Col rischio di sottoporle a interpretazioni tecnocratiche o di lasciarle senza indirizzi politici di sorta alla discrezionalità delle agenzie. Se non altro, è necessario trovare un nuovo equilibrio.

È necessario anche colmare i grandi vuoti di personale, specie qualificato, e serve una selezione della dirigenza, dei quadri, delle competenze tecniche secondo criteri di professionalità adeguati ai singoli obiettivi. Dopo avere per troppo tempo disinvestito sul personale pubblico, serve attirare una nuova generazione di funzionari, qualificata e motivata. Anche i modi di reclutamento sono importanti e per tutto ciò inviamo alle indicazioni che condividiamo del Forum Disuguaglianze e Diversità, “Il Fattore Umano”.

Nonostante la qualità dell’Amministrazione sia il punto nodale e prioritario dell’assetto istituzionale i problemi dello Stato non possono tutti essere schiacciati su di essa. Non si può non vedere la difficoltà del Parlamento e dell’esecutivo a porre in essere progetti ambiziosi di azione politica pluriennale, di programmare e progettare in grande, di uscire dalla contingenza e di rivendicare la loro autonomia contro l’invadenza di poteri indiretti e non eletti. È un problema di costume politico che la sinistra ha la responsabilità di non aver mai posto come tale e di aver mascherarlo dietro improbabili ingegnerie istituzionali. Attorno ad esso – come tale – ha il dovere di attivare un dibattito pubblico (che all’occorrenza parta dalla riforma dei partiti) su come sia possibile superarlo.

La pandemia costituisce anche un invito a ripensare la dispersione di poteri verso le regioni. Proprio l’emergenza Covid ha mostrato quanto sia problematico il coordinamento tra le istituzioni di governo nazionali e decentrate. L’insufficiente capacità di interlocuzione ha provocato una spirale drammatica di irresponsabilità e inefficienze. L’autonomia delle regioni, invece di costituire un mezzo per ravvicinare l’autorità pubblica ai cittadini, e promuovere una più mirata somministrazione dei servizi pubblici e un più accurato governo del territorio, si è trasformata in un ostacolo alla capacità di governare la vita collettiva nazionale.

 

PARTE II
DISUGUAGLIANZA/E

La cittadinanza legata al territorio 

Le politiche pubbliche vanno impegnate in grandi operazioni di riforma. Si potrebbe partire dalla cittadinanza legata al territorio, inteso quest’ultimo come luogo dove essa è fruita e riconosciuta, o come area di sofferenza, non come elemento di frammentazione e particolarismo delle politiche che devono restare rigorosamente universalistiche e nazionali. Va progettato quindi il miglioramento dell’habitat di milioni di persone, considerando che proprio nella fruizione o meno di un habitat dignitoso e appagante si è manifestata una delle iniquità più acute poste in evidenza dalla quarantena. In questo senso si tratta di un’operazione che congiunge il miglioramento della vita associata alla necessità di una prossima ripresa dell’economia: un ennesimo esempio di quanto sia poco pertinente agitare un’alternativa tra coesione sociale e dinamismo economico.

È possibile concepire, insieme con le autonomie locali, una vera e propria agenda urbana nazionale che riguardi in primo luogo la riqualificazione delle periferie e il rilancio dell’edilizia popolare. Si tratta di recuperare edifici dismessi o sottoutilizzati, demolire brutture e ricostruire quartieri di alta qualità, innescare la riconversione ecologica dei territori, innervare le città con la cura del ferro e la mobilità dolce.

Tutto ciò non si realizza solo con bandi ministeriali episodici, concorrenziali e frammentati, ma richiede una forte integrazione degli interventi locali con le politiche statali della scuola, dell’università e della ricerca, dei beni culturali, dei trasporti e della sicurezza. Non un’agenda verticistica, ma una politica corale di cui beneficino anche gli abitanti delle aree non interessate; un’azione pubblica, alimentata dalla condivisione attiva dei cittadini e delle associazioni operanti sul territorio, che partecipino e co-progettino con propri architetti e urbanisti, approvino e suggeriscano le modalità con cui gli abitanti sono spostati, temporaneamente o definitivamente, ma in situazioni migliori, mentre si ristrutturano le loro case, vengono abbattuti palazzi per creare piazze, realizzati spazi e servizi comuni (inclusi quelli per il tempo libero, biblioteche, lavanderie, ecc.), creati servizi e infrastrutture sociali di prossimità, attivati portali di quartiere e reti per arricchire le relazioni tra gli abitanti. Il tutto ovviamente senza consumo di suolo o alienazione di beni pubblici, in un quadro di innovazione di materiali, sostenibilità ambientale, riqualificazione energetica degli edifici e entro obiettivi di digitalizzazione del territorio e risparmio energetico, che veda mobilitati centri di ricerca, università e imprese interessate, o player innovativi e forme di partenariato.

Una mobilitazione analoga a quella che interessa le città dovrebbe riguardare le aree interne, dove, di nuovo, vi è bisogno – con percorsi da condividere con i cittadini e con le loro associazioni – di infrastrutture informatiche e piattaforme di connessione, servizi sociali di prossimità, di servizi in comune tra cittadini, telemedicina, salvaguardia del patrimonio artistico e culturale, valorizzazione delle risorse esistenti. In altre parole, tutto ciò che serve a rafforzare la tenuta del territorio, ricomporre la frammentazione della convivenza, facilitare il decongestionamento abitativo e produttivo delle aree urbane e suscitare una partecipazione civica corale.

Accanto a ciò, serve il perseguimento di quella sostenibilità fatta di beni comuni che non possono essere gestiti secondo logiche di mercato, quali gli interventi di riassesto geologico, la messa in sicurezza de bacini idrici e del corso dei fiumi, la viabilità extraurbana. Tutto indirizzato allo sviluppo di nuove tecnologie.

 

Il diritto alla salute legato ai diritti territoriali

È dentro questa operazione di estensione della cittadinanza legata al territorio, che va concepita, sempre in una visione universalistica, un’altra politica pubblica fondamentale, la riorganizzazione del sistema sanitario, che trova oggi molti consensi verbali, ma ancora una non chiara definizione. Anche la fruizione della sanità – proprio nel momento in cui sono passate in seconda linea altre patologie in epoca Covid – è stata un’area di grave disuguaglianza tra chi poteva permettersi la sanità privata e chi no. Ricordiamoci anche che i decessi non sono stati affatto neutri per appartenenza sociale. La pandemia ha confermato che la disuguaglianza sociale amplifica la tragicità di tutte le scelte che la natura può costringerci a compiere

È questo un esempio di come l’abuso di provvedimenti normativi e finanziari abbia cambiato – nelle cose e nei modi di pensare – i connotati dei principi della Riforma sanitaria del 1978. Si è trasformando il sistema sanitario in un sistema a domanda individuale trascurando quella sanità di popolazione che si occupa dello stato di salute della società, individua i suoi problemi, anzitutto li previene e ne orienta la soluzione: la falla attraverso la quale è passata la recrudescenza del Covid.

C’è una certa confluenza di idee oggi nel potenziare la medicina di base e nell’istituzione dell’infermiere/a di famiglia, da affiancare al medico di famiglia. Tuttavia, non è chiaro che consapevolezza vi sia che la prima non è una figura tradizionale e che solo con uno sforzo di formazione considerevole si può ottenere il curriculum richiesto di capacità relazionali, di valutazione del bisogno e di utilizzo di strumenti di monitoraggio (a distanza e non) attraverso software e hardware. Si tratta, altresì, di garantire sul territorio presidi fisici raggiungibili in pochi minuti, che integrino sia i medici di famiglia, sia i servizi sociali e tutti gli operatori socio-sanitari, oltre ai nuovi infermieri di comunità, riservando agli ospedali le emergenze e le patologie acute. Il territorio va anche costellato di centri di cura a bassa intensità e di strutture riabilitative, per evitare ospedalizzazioni non necessarie. Accanto a ciò, va sviluppata la telemedicina, vale a dire una piattaforma tecnologica, e un data base che si interfacci con la medicina di base e che sia capace di raccogliere il flusso di informazioni utili per una cura del paziente e un telecontrollo dei suoi parametri vitali, al fine di orientare le decisioni successive. La medicina capillare è un’operazione sociale che dovrebbe giovarsi di un ruolo attivo e di monitoraggio delle associazioni di volontariato.

Non basta. A partire da quest’eco-sistema sanitario (e digitale assieme) di assistenza e servizi, occorre sviluppare – anticipando temi di politica industriale, trattati poi – l’intera filiera produttiva, dalla ricerca farmaceutica alle apparecchiature elettroniche, al biomedicale, alla robotica diagnostica o chirurgica, alla digitalizzazione dei dati sanitari. Il ridisegno della sanità diffusa nel territorio non è quindi solo un’operazione sociale volta a rendere effettivo un diritto fondamentale, ma anche una delle condizioni per il rilancio del Paese con investimenti specifici nelle tecnologie mediche, informatiche e nei settori della fornitura, tenendo un indirizzo particolarmente attento alla prevenzione.

Con una avvertenza. È evidente che nessun piano di riassetto della sanità pubblica, può evitare il nodo dei diritti di brevetto, anche se questo è un tema che va affrontato a livello europeo. Negli ultimi quattro o cinque decenni sono state continuamente ampliate le possibilità giuridiche di monopolizzare privatamente la conoscenza, e sono stati smantellati limiti (ad es., alla brevettabilità della natura), e ridotti possibili rimedi (ad es., l’intervento antitrust). Se non si corregge questa rotta, i problemi sorti in questa pandemia si ripresenteranno.

 

La scuola come centro civico

Un’altra grande operazione sociale va concepita sulla scuola. La scuola adempie a una fondamentale funzione nazionale (e nazionali devono rimanere le politiche che la riguardano), ma è anche inserita in un contesto territoriale, per cui i diritti alla formazione vanno anche a connettersi a quelli legati al territorio.

È un altro campo dove le disuguaglianze sono balzate in evidenza in questa epidemia da Covid e si sono accentuate. Non solo riguardo all’accesso agli strumenti informatici necessari per la didattica a distanza o alla mancata fruizione di quello che è ormai divenuto un diritto universale, l’accesso a internet, ma anche per ciò che riguarda le possibilità di concentrazione e di tranquillità consentite dall’ambiente familiare al destinatario della didattica. Né va trascurata la diversa incidenza della perdita di socialità sugli studenti inseriti in contesti diversi. C’è un pericolo enorme di retroazione negativa sulla propensione a continuare gli studi e il rischio enorme di perpetuare le disuguaglianze.

La scuola, come altri settori, è stata investita da un’alluvione di norme, senza che si mettesse al centro la sostanza, cioè le basi culturali necessarie alla formazione dei giovani e a una solida coscienza democratica di fronte a una transizione cognitiva del nostro tempo, che mette in discussione i codici didattici del secolo passato.

L’enfasi sulla concorrenza tra le scuole ha poi accentuato le disuguaglianze negli esiti formativi e ha impedito di accrescere e migliorare le risorse di strutture e di docenti proprio nelle zone più disagiate

C’è anche un problema di educazione degli adulti, reso evidente da varie indagini specifiche che accertano che circa il 70% della popolazione non dispone delle competenze adeguate per vivere nel mondo di oggi. Questa penuria educativa influisce su molte questioni del sistema Italia: stagnazione della produttività, debole internazionalizzazione, ritardo dell’economia digitale, crescita delle disuguaglianze sociali e territoriali, con conseguente esposizione dei ceti popolari alla demagogia e al fondamentalismo.

Siamo entrati nella globalizzazione e nell’era dell’informazione senza un impegno ad arricchire gli strumenti culturali della cittadinanza, creando un gap cognitivo che impoverisce la capacità di trattare criticamente i problemi, di selezionare le informazioni, di consentire uguali opportunità di accesso ai saperi. Di tutto ciò vi è scarsa consapevolezza nel discorso pubblico. Eppure, per aprire l’Italia alla società della conoscenza ci vorrebbe uno sviluppo delle competenze di base della popolazione, con un impegno almeno pari a quello che profuso nel dopoguerra contro l’analfabetismo.

La priorità del Programma Next Generation EU dovrebbe essere un ambizioso programma di educazione permanente per tutte le età, dai giovani, agli adulti, ai lavoratori, agli anziani. Oggi in Italia la quota di adulti impegnati in attività di formazione e istruzione è del 24%. È una delle più basse a livello internazionale, e ci si deve porre l’obiettivo di arrivare nei prossimi anni almeno alla media Ocse del 52%. E nel contempo si pone l’esigenza di insegnare la lingua e formare i migranti che vivono nel nostro Paese.

Tutto ciò comporta un’ambiziosa strategia di educazione popolare, da attuare con una mobilitazione di tutte le istituzioni nazionali e locali, le imprese, gli enti di formazione, il Terzo Settore e il volontariato. Il perno della strategia deve essere l’istituzione scolastica. La sua missione educativa va ampliata a tutte le generazioni, adeguando a tal fine le risorse docenti, i metodi didattici, le relazioni con il territorio.

Gli edifici scolastici costituiscono il più prezioso patrimonio pubblico, distribuito in modo capillare nel territorio, e di conseguenza devono funzionare a ciclo continuo giorno e sera, non solo per istruire la gioventù, ma anche per favorire la libera espressione dei linguaggi giovanili, combattere la dispersione, utilizzare le città e i territori come laboratori didattici, arricchire le relazioni con le università, i centri di ricerca e le imprese innovative, riportare a scuola gli adulti, trasmettere le competenze informali da una generazione all’altra, promuovere l’interculturalità con i nuovi italiani che arrivano dal mondo.

La scuola può divenire il centro della vita comunitaria, il laboratorio dell’apprendimento sociale e della riconversione ecologica, il luogo di promozione della cura dei beni comuni, la sede di coordinamento della cittadinanza attiva, la struttura preposta al dialogo permanente tra cittadini e istituzioni.

 

PARTE III
RICOMPOSIZIONE SOCIALE

Riscoprire una società partecipata

La costruzione di una società giusta, collettivamente responsabile, in cui a tutti sia assicurata piena fruizione dei servizi sociali e protezione adeguata (e anche indirizzata al rafforzamento del suo apparato produttivo, di cui diremo) ha tre principi guida che sono nel sottofondo di tutto il resto e lo informano: la partecipazione, la dignità di ciascuno e la riduzione dello scollamento sociale, nel lavoro come nei redditi. Fondamentale, in questa prospettiva, è il superamento delle disuguaglianze di genere.

La società partecipata va pensata, costruita, voluta dalla politica, dopo decenni di individualismo utilitarista. È vero che incontra reti di solidarietà, aggregazioni intermedie, esperienze di solidarietà ma ciò non basta se si pensa all’humus da cui veniamo. Il ruolo dei poteri pubblici è indispensabile nel promuovere e fare apprezzare nella pratica le virtù delle reti sociali, della cooperazione, dell’assunzione di responsabilità collettive. E, quindi, a sollecitare un’altra cultura, promuovendo uno spirito pubblico maturo, coinvolto nella piena attuazione dei diritti fondamentali e dei doveri che li accompagnano.

È un intero programma politico che di conseguenza deve mirare a valorizzare la comunità, a associare organizzazioni specifiche di cittadinanza nelle politiche pubbliche, a riconoscere il protagonismo e le pratiche del movimento delle donne, a promuovere i corpi intermedi e la rappresentanza, a delegare – quando ciò sia possibile – ai cittadini la conduzione di alcuni beni comuni, a istituire consulte civiche o di rappresentanza di interessi, a premiare il mutualismo e tutto ciò che unisce le persone (o enti) per finalità collettive, a favorire gruppi per l’alfabetizzazione informatica affidata a giovani, a valorizzare forme di controllo dal basso dell’azione pubblica, a chiamare gli attori collettivi all’assunzione di responsabilità collegiali attraverso patti sociali costruiti nel tessuto istituzionale. Occorre una visione che consideri il Terzo Settore non solo come soggetto della democratizzazione ma anche della produzione e riproduzione di beni comuni di welfare, ambientali, culturali e naturali, che potrebbero principalmente essere sviluppati nei settori di servizi pubblici locali, ma sempre con l’obiettivo di contribuire alla loro natura universalistica, mai di sostituirsi ad essa.

 

La ricucitura del mondo del lavoro

Gli stessi principi guida mirano a ricomporre la frammentazione sociale portata dalla varietà di situazioni lavorative, frutto in parte del cambiamento tecnologico e sociale, in parte di come il lavoro è stato trattato dal punto di vista normativo. Su quella varietà agiscono le nuove forme di organizzazione del lavoro e il potere disarticolante che su di esse hanno gli algoritmi, oltre al potere dispositivo di chi è più forte nel mercato. Purtroppo occorre scontare l’abbandono che vi è stato nella sinistra di un’’opera ricognizione dei cambiamenti profondi intervenuti nella composizione delle nostre società e delle nuove e differenziate categorie di lavoratori che sono sorte.

Ovviamente occorre agire sul piano normativo, ma forse è ancora più urgente che sia investito il piano culturale. Col diffondersi della cultura neoliberista il lavoro è stato considerato sempre più alla stregua di una merce, e si è dissolta la cultura della “società del lavoro” (o della centralità politica e reputazionale del lavoro) che aveva dominato il panorama valoriale del dopoguerra. Si sono perse le identità collettive. Nella pandemia, tuttavia, sono stati rivalutati nel comune sentire tanti mestieri e professioni essenziali, mal pagati e mal considerati, che però hanno consentito quel minimo di normalità possibile, o assicurato che nessuno sarebbe stato lasciato solo di fronte ai problemi di salute. Attiene a un’opera culturale consolidare questo sentimento e far riconoscere quanto il lavoro altrui sia determinante non solo nel processo produttivo, ma nella vita quotidiana di ciascuno: quanto tutti dipendiamo da tutti.

Sarà difficile ricostruire un’identità comune del lavoro subordinato, ma occorre andare in questa direzione, consapevoli del fatto che una tale identità non è inscritta nella collocazione sociale, ma è una costruzione politica, opera di partiti e sindacati che si prendono cura della questione del lavoro. Certo, la ricostruzione degli organi di rappresentanza e emancipazione è un compito che attiene agli stessi organi, ma ricordiamoci che la marginalizzazione dei corpi intermedi è stata più aiutata che contrastata dall’azione di governo condotta in questi anni.

È obiettivo fondamentale approvare uno Statuto di tutti i lavori – sotto qualsiasi forma contrattuale siano svolti, inclusi quelli di fornitura a partita Iva – dando piena attuazione ai diritti fondamentali sanciti dagli articoli 36, 39 e 46 della Costituzione sulla dignità del lavoro, la libertà sindacale e sulla democrazia economica. Tradurre in norme giuridiche i diritti secondo le varie casistiche serve a ribilanciare i rapporti di forza. Questo implica il varo della legge sulla rappresentanza sindacale e sull’applicazione erga omnes dei contratti, che devono stabilire innanzitutto il salario minimo, oltre che garanzie sui licenziamenti. In altra epoca le associazioni dei lavoratori si inventarono protezioni su base assicurativa. Non si capisce perché non debbano essere riproposte oggi.

Compito dello Stato è garantire le reti e le salvaguardie che riducano incertezze e affanni (o costi) personali di fronte alla dislocazione dei settori produttivi, e proteggere nella riqualificazione dove l’offerta di lavoro non si incontra con la domanda, con un’opera importante di formazione e ricollocazione. Il problema è urgente, perché siamo di fronte non solo alla frammentazione delle situazioni lavorative, ma alla perdita di molte tipologie di lavoro, che la globalizzazione e, più ancora, la tecnologia, hanno reso desuete.

Il precariato e il lavoro povero sono temi cruciali. La reiterazione dei lavori a termine va regolata con severe limitazioni. Né si può più accettare che chi lavora sistematicamente per le grandi catene (di servizio e non) sia trattato da lavoratore autonomo. È necessario che ottenga le stesse tutele del lavoro subordinato, dalle ferie alla malattia, alla pensione, alla liquidazione in caso di interruzione del rapporto, e via discorrendo. Va superata la retribuzione a cottimo. In questi lavori c’è anche chi lo svolge come secondo lavoro. Allora, senza ingessare troppo le cose, bisogna distinguere un caso dall’altro (entrambi protetti) e far scegliere al lavoratore la tipologia di contratto che più gli convenga, sotto la sorveglianza del sindacato, affinché la scelta non sia imposta dal datore di lavoro. Compito dei sindacati è dare rappresentanza a questi lavoratori.

La coda inferiore nella distribuzione dei redditi, oltre che con i contratti nazionali, andrebbe anche affrontata con schemi universali, come un minimo vitale per tutti.

Ricordiamoci anche che il lavoro è spesso povero non solo in relazione alla sua remunerazione, ma anche in relazione ai contenuti formativi. Va premiato il progresso tecnico che umanizzi, o elimini le prestazioni alienanti e disumanizzanti e va garantito al lavoratore il diritto ad elevarsi sia nel lavoro stesso sia riconoscendo il tempo dedicato agli sforzi individuali come tempo di lavoro.

Non è solo questione di lavoro dipendente; anche una parte del lavoro (genuinamente) autonomo e piccolo imprenditoriale si svolge in condizioni di precarietà, di rischio creditizio o di insolvenza, con la possibilità incombente di essere spazzato via dalla concorrenza delle imprese globali. Vigilare sulle pratiche di tali imprese è già di per sé un elemento di protezione, ma sono necessari schemi assicurativi che proteggano (almeno fino a un certo punto) dalle cadute di reddito.

A tutti va data una speranza e tutti vanno sottratti il più possibile all’insicurezza. Se dovessimo prendere a riferimento il fatto che le borse di studio destinate ai cittadini a basso reddito alla Scuola Normale di Pisa vanno deserte si potrebbe dire che oggi vi è una la perdita della “capacità di aspirare”. No, questo non deve accadere.

 

Altre ricuciture

La ricomposizione della società non avviene solo affrontando il profilo lavorativo e reddituale (vedi sotto). Vi sono altri profili che la scompongono e che richiedono forti correttivi quali quello di genere e generazionale.

Il compito non può che essere rinviato ai tanti progetti che mirano a questo scopo, specie alle tante rivendicazioni dal mondo femminile, in gran parte già inclusi dentro il quadro di indirizzi finora disegnati, da cui si possono estrarre contenuti specificamente dedicati per trarne veri e propri pacchetti. Così, ad esempio, nelle infrastrutture sociali e nei servizi che servono la collettività, tra i quali spiccano gli asili nido e le residenze per anziani e i non autosufficienti (ma soprattutto i servizi della medicina domiciliare). È un pezzo importante di liberazione, almeno parziale, delle donne che si prendono cura dell’infanzia e degli anziani, mirato a rendere tale cura compatibile con il lavoro retribuito. Anche la maggiore protezione dei lavori precari e a tempo e la parità salariale, di cui ci siamo occupati, favoriscono le donne. Non che ciò basti, perché servirà un’agenda organica che si occupi dei tempi della vita associata e del sostegno economico e organizzativo a chi svolge il lavoro di cura domestica (inclusa l’estensione dei congedi parentali), e che preveda misure per dare impulso al lavoro femminile. Dovrà essere inserito anche in programmi che investano la sfera culturale, per superare stereotipi e gerarchie inaccettabili.

Anche per i giovani, quanto già delineato contiene un insieme di misure estraibili per un pacchetto dedicato: dalla moltiplicazione dei luoghi di socialità, alla scuola, al riassetto normativo del precariato e dei lavori sulle piattaforme, alle assunzioni nella PA, agli alloggi a basso costo e altro ancora. Ma è ovvio che molto altro è importante: dall’assetto delle scuole professionali a un programma specifico per i Neet, alla istituzione di un servizio civile esteso in cui chi lo desidera possa essere assorbito, almeno temporaneamente, in un impegno socialmente utile e formativo.

Al di là di tutto ciò, occorre ricordare che “i giovani” non sono un gruppo omogeneo e che, anzi, le disuguaglianze economiche sono più forti proprio negli scaglioni giovanili, evidentemente trascinate dalla condizione familiare. Di conseguenza, qualsiasi indirizzo che migliori la distribuzione del reddito o riduca la povertà è prioritario nel migliorare la condizione giovanile nel suo complesso. Identicamente, la distribuzione del reddito differenzia fortemente l’universo delle donne, per cui, anche qui, agire su di essa è una via efficace per migliorare la condizione femminile nel suo complesso.

 

Affrontare la disuguaglianza di reddito

La fruizione di diritti nel territorio, nella salute, nella scuola, nel lavoro non basta a ricomporre la società se la disuguaglianza di redditi e patrimoni rimane così forte. Le disuguaglianze economiche sono un vulnus nella società quando sono ampie e fortemente dipendenti da condizioni di privilegio, come sono in Italia.

Affrontarle dal lato fiscale ha dei limiti, ma va fatto. A fine perequativo lo strumento più adeguato è la spesa pubblica, oltre al sistema di welfare, e alle politiche industriali e del lavoro. Ma è richiesto anche che le disuguaglianze economiche vengano prevenute e non soltanto compensate con interventi redistributivi e quindi che si intervenga preliminarmente (con politiche così dette pre-distributive) nei mercati dove si formano e che le hanno viste crescere fortemente negli ultimi decenni. Un insieme coerente di interventi che modifichi il funzionamento di tali mercati potrebbe permettere di raggiungere prioritariamente due obiettivi: spostare quote di reddito nazionale dai profitti e dalle rendite ai salari; limitare le forti disuguaglianze che si sono consolidate tra i percettori di reddito da lavoro.

Molti indirizzi citati in precedenza possono avere un effetto pre-distributivo. Pensiamo solo al rafforzamento dei sindacati, o a quanto agirebbe in questo senso il superamento della forte dipendenza del titolo di studio dei figli da quello dei genitori e dal loro reddito. Ma molte altre misure possono avvicinare a questi obiettivi quali la generalizzazione del salario minimo orario; una modifica dei diritti di proprietà all’interno delle imprese in modo da rendere le loro strategie più coerenti con il perseguimento di quello che si può considerare lo stakeholder value (ritorneremo sul punto); la riduzione del divario tra le retribuzioni dei manager e quelle dei lavoratori che in generale sono enormemente aumentate negli ultimi anni; il restringimento del ventaglio di tipologie contrattuali nel mercato del lavoro; una regolazione più efficace dei mercati finanziari in modo da contenere i premi che la speculazione oggi può assicurare; mercati creditizi accessibili per i giovani che propongono progetti imprenditoriali potenzialmente di successo. Tra le disuguaglianze le più inaccettabili che impattano sulle politiche pre-distributive sono quelle che riguardano le retribuzioni differenziate per le donne: impedire che si formino è tutt’altra cosa che ridurle redistribuendo reddito. Naturalmente molte di queste misure sarebbero più efficaci se coordinate a livello sovranazionale e questo dovrebbe essere uno specifico obiettivo della sinistra.

Ciò non vuol dire che le politiche redistributive non siano importanti. Lo sono, quando incidono soprattutto su quelle disuguaglianze trainate dalle rendite (non solo finanziarie e immobiliari, ma anche legate all’esercizio non controllato dei diritti di proprietà intellettuale). Alcune di esse possono avere anche effetti pre-distributivi. È questo, ad esempio, il caso della tassazione dei lasciti ereditari che contribuisce a contenere le disuguaglianze nei futuri redditi da patrimonio.

Nel loro assetto, i sistemi fiscali del dopoguerra hanno tutti fatto affidamento prevalente sui redditi di lavoro, che ancora negli anni Ottanta del secolo scorso rappresentavano il 60-65% del reddito complessivo. Oggi quella percentuale è scesa in molti Paesi sotto il 50%. In Italia è il 47%. Questi redditi forniscono tra imposte e contributi il 75% del gettito complessivo, mentre gli altri redditi, che sono il 53% del totale forniscono complessivamente solo il 25% del gettito. Particolare attenzione dovrebbe essere prestata alla comprensione sia delle dinamiche della base imponibile sia dei modi in cui i diversi tipi di reddito sono trattati, siano essi utili o stipendi, o rendite, finanziarie e non. Il sistema fiscale italiano è ora caratterizzato da una fortissima erosione delle basi imponibili, soprattutto nel caso dell’Irpef: i redditi di capitale sono esclusi dalla progressività, i redditi dell’agricoltura sono esenti da quasi tutte le imposte, i redditi da fabbricati, soprattutto quelli relativi alla casa di abitazione, fortemente favoriti mediante molteplici strumenti. Per superare questa situazione, una via possibile è quella di limitare l’Irpef attuale ai soli redditi di lavoro, eliminando l’appiattimento delle aliquote che l’orgia neoliberista ha prodotto negli ultimi 30 anni e utilizzando una funzione matematica continua che determini l’aliquota media per ogni livello di reddito. Occorrerebbe poi affiancare a ciò una imposta personale, progressiva, sui redditi da capitale, tutti: dividendi, profitti, interessi (compresi quelli delle obbligazioni pubbliche), terreni, fabbricati, royalties, rendite varie, calcolati in riferimento al valore patrimoniale dei cespiti posseduti, in modo da inserire un incentivo all’uso produttivo del capitale.

È vero che sta diventando sempre più difficile catturare le rendite e i profitti, non solo perché non c’è volontà politica di farlo, ma anche a causa della loro apparente assenza di “domiciliazione geografica”. Però i mezzi tecnici ci sono, poiché i profitti e i flussi finanziari in generale possono essere monitorati dal Paese di origine al Paese di destinazione – spesso un paradiso fiscale.

Per le imposte societarie vanno sostenute tutte le iniziative europee o in sede Ocse che tendano ad uniformare le basi imponibili dei gruppi multinazionali e a redistribuire i profitti secondo formule predefinite. Vanno introdotte imposte ecologiche. La carbon tax (al pari della Tobin tax) attiene specificamente alla dimensione europea e lì occorre operare affinché siano istituite.

La bit tax, è stata parte del discorso politico sin dai primi anni Novanta. Man mano che le transazioni e i redditi prodotti dai bit diventano sempre più “immateriali”, la base imponibile dovrebbe spostarsi dalle unità fisiche a quelle digitali (vale a dire ai bit di informazioni trasmesse). L’imposta sul web, che tassi le transazioni digitali, può essere considerata una forma di bit tax. Un’altra questione di grande rilevanza è la tassazione delle piattaforme che utilizzano sempre più risorse individuali (come gli appartamenti nel caso di Airbnb) per guadagnare profitti aziendali. La scala europea è anche qui la migliore per affrontare la questione.

Da parte nostra, occorre intervenire sulle imposte indirette, riordinando la struttura delle aliquote dell’Iva, ma soprattutto riducendo la sua evasione.

Il problema principale del fisco italiano è l’enorme evasione concentrata presso i lavoratori autonomi e le piccole imprese. Le possibilità e le proposte di ridurre l’evasione esistono. Gli strumenti tecnologici anche. Il problema è politico. Sarebbe necessaria una terapia d’urto, e una modifica dei meccanismi tradizionali di funzionamento dell’Amministrazione. Bisogna convincere il Garante della Privacy a non ostacolare l’uso sistematico e generalizzato dei dati oggi disponibili presso il Fisco (ritorniamo al problema di Autorità lasciate senza direttrici politiche che prendono indirizzi tecnocratici non collimanti con l’interesse pubblico). La riduzione dell’evasione è uno degli obiettivi principali di un cammino verso un Paese moderno e giusto, oltre che solidale.

 

PARTE IV
ACCUMULAZIONE E CAPITALISMO

Consegnare ai giovani un apparato produttivo irrobustito

Le politiche di coesione sono solo un pezzo delle politiche di sviluppo del Paese. Una convivenza dignitosa deve anche accompagnarsi a una fiducia nel futuro che non può aversi in una economia stagnante, che non generi occupazione, sprechi il capitale umano e consumi l’ambiente. Questo compito può essere solo affidato a un modello di crescita diverso che impegni le imprese in una responsabilità sociale e sia trainato dai consumi collettivi, dai beni pubblici, dal governo dell’innovazione, dall’ecologia, oltre che da un irrobustimento in generale dell’apparato produttivo da consegnare alle generazioni future.

Oggi la stessa Unione Europea, con una torsione rispetto alle sue impostazioni tradizionali, chiama in prima persona gli Stati a una politica industriale basata sulla riconversione ambientale, le reti energetiche e digitali, la mobilità sostenibile, la sanità, e la coesione sociale. È un progetto di estrema rilevanza che incide sui nodi della crescita futura e che sollecita una capacità di progettazione. In quegli indirizzi occorre inserirsi, e con essi coordinarsi e fare sistema quando implicano programmi europei.

Almeno verbalmente, tali obiettivi trovano consenso al nostro interno e altrettanto consenso sembra esservi sul rafforzamento delle condizioni di contesto (istruzione e ricerca) e sul completamento della rete informatica.

Tutto bene, purché si parta dalla consapevolezza che in nessuna delle direzioni di intervento l’Italia ha trovato finora un modello intellegibile e coerente. Di tre orientamenti preliminari occorrerebbe decisamente tener conto.

– Le politiche ambientali e dei beni comuni hanno una loro forza se camminano sull’attivismo civico dei territori e su una mobilitazione sociale. Non devono essere politiche puramente centrate su soluzioni tecnocratiche ma congegniate in modo da dare risposta ad alcuni dei bisogni di miglioramento delle condizioni di vita delle fasce sociali più deboli. Così è, ad esempio, per la qualificazione ambientale delle periferie citate in precedenza, come potrebbe essere per una trasformazione energetica che miri anche ad alleviare la povertà energetica di tante famiglie, rinforzando al contempo la capacità dei territori e delle comunità di risposta alla crisi climatica. Giustizia sociale e ambientale devono procedere in modo congiunto.

– Fermo restando che la qualità dell’assetto produttivo è anche la chiave primaria delle politiche occupazionali – che attengono essenzialmente agli investimenti, alla competitività, alla salute complessiva e sostenibile dell’economia – occorre fare attenzione a che gli sviluppi della tecnologia non agiscano pesantemente in senso contrario. Non è vero che lo Stato è impotente rispetto alle convenienze imprenditoriali da cui dipendono le innovazioni che assorbono forza lavoro o la espellono. Quelle innovazioni possono essere orientate da un’azione pubblica consapevole che, senza nuocere alla produttività sociale, modifichi quelle convenienze intervenendo sulla destinazione settoriale e sui requisiti per i finanziamenti pubblici, sulla politica delle licenze e dei brevetti, sulla regolamentazione e gli standard richiesti, sulle condizioni poste per i bandi e gli acquisti pubblici.

– Più importante di tutti è la consapevolezza che nessuna politica industriale o infrastrutturale sarà organica se non si rinuncia alla scellerata competizione tra territori (regioni, metropoli, comuni di ogni dimensione, ecc.) che i governi hanno promosso negli ultimi decenni. È in questione quella competizione che dà luogo a 21 politiche industriali regionali, impedisce che le infrastrutture siano concepite in modo unitario (specializzando, ad esempio, i porti, invece di metterli concorrenza), rende discontinue le reti di mobilità, indebolisce le istituzioni universitarie e i servizi sanitari proprio nei territori più fragili. È la stessa politica che ha diretto gli investimenti pubblici non dove c’era più carenza, ma dove c’era più mercato. Frammentazione delle iniziative e aggravamento del dualismo sono le conseguenze dell’incapacità di ideare e attuare le politiche su scala nazionale. L’affidamento alla concorrenza, accoppiato all’allocazione delle risorse secondo “meriti”, o entrate proprie, o capacità amministrativa, è artefice di circoli viziosi che hanno negli ultimi anni ampliato le disuguaglianze di opportunità, non solo a danno del Sud, ma in prevalenza del Sud. Sono disuguaglianze da contrastare all’interno stesso degli indirizzi produttivistici.

Non intendiamo entrare nel merito delle scelte di politica industriale, ma non si può non rilevare che in Italia la politica da trent’anni non si occupa di strategie industriali. Non si è mai discusso di quali fossero gli indirizzi più promettenti e su cui puntare. Sulla transizione energetica? (ma allora occorre eliminare i sussidi ai combustibili fossili e concepire un intero sistema di interventi – dallo stoccaggio, al trasporto, alla ricerca, alle colonnine, al ruolo geopolitico, ecc. – che le faccia da propulsore; ritorneremo sul tema). Sulla logistica verde per il commercio internazionale? (con tutto ciò che comporta in termini di reti, porti, hub, ora che sono stati raddoppiati il canale di Suez e la galleria del Gottardo). Sulla crescita dimensionale delle imprese? (ma allora vanno promosse con un impegno pubblico diretto le reti di imprese, gli hub produttivi, le fusioni, ma soprattutto va concepito un diritto societario che spinga verso il modello manageriale, di cui diremo). Sul salto tecnologico delle PMI? (ma allora va costruito attorno un sistema di brokeraggio e reti di professionisti capaci di intermediare tra mondo della ricerca e necessità dei processi produttivi, valutando congiuntamente le potenzialità dell’uno e degli altri, e non lasciando il compito sulle spalle fragili e disperse delle Università). Sui beni culturali? Sulle città? Sulle eccellenze settoriali? (siamo, ad esempio un hub della produzione farmaceutica e biomedica mondiale, mentre non riusciamo ad esserlo della ricerca in questo settore. quando si prevede che nei prossimi anni vi saranno 1000 miliardi di investimento per cercare nuove terapie; idem nell’agro-alimentare, dove il Paese ha una forza produttiva senza adeguata forza nella ricerca).

Senza andare oltre questa pura esemplificazione di una impostazione possibile, almeno cinque condizioni sono necessarie:

A) uno Stato (ritorniamo sempre al punto cruciale) che eserciti una responsabilità pubblica diretta negli assetti produttivi, guidando, coordinando e regolando l’economia secondo criteri che una volta si sarebbero detti di “programmazione”. Occorre uscire dall’idea che lo Stato debba solo concepirsi come il regolatore del corretto funzionamento del mercato e come il finanziatore ultimo di ogni attività che il sistema privato debba a suo merito intraprendere (per giunta, con poca attenzione alle tecnologie usate e ai loro effetti occupazionali). Le imprese dovranno entrare nell’ordine di idee che occorre investire e innovare per guadagnare più che diventare percettrici di aiuti pubblici;

B) indirizzi strategici che siano connessi a missioni di ricerca corrispondenti (ad esempio, in progetti di mobilità sostenibile, di uscita dall’auto, di transizione energetica e così via); progetti che chiamino a raccolta le migliori capacità industriali e organizzative, le università e i centri di ricerca; progetti organizzati in modo tale da essere driver di sviluppo produttivo e territoriale nell’attivazione delle filiere. È parte della missione pubblica assicurare una presenza nella ricerca dove i privati non la ritengono remunerativa. Difficile è concepire, ad esempio, il passaggio all’idrogeno senza uno Stato che ne sorregga la missione, ma lo Stato deve anche mettersi in condizione di selezionare le imprese disponibili a cooperare con proprie risorse alla costruzione di ecosistemi innovativi in partnership pubblico-privato;

C) indirizzi generali capaci di avere particolari ripercussioni nel Mezzogiorno (e nelle aree in ritardo) e pensati all’occorrenza con diverse gradazioni territoriali (comunque sempre all’interno di missioni nazionali, non con politiche ad hoc). La sintonia col documento “Ricostruire l’Italia, con il Sud” ci esime dall’approfondire il punto.

D) grandi imprese pubbliche capaci di essere il pivot delle missioni prescelte (oltre che capaci di presidiare i settori strategici), cioè imprese orientate da mandati specifici coerenti con gli obbiettivi del sistema Paese. La lezione della pandemia è che dobbiamo tornare ad imparare che il mercato e gli investitori privati fanno il loro mestiere e non sono in grado di occuparsi di compiti di interesse generale. Ma forse avevamo già imparato con le privatizzazioni che, in assenza di un modello alternativo di capitalismo nel settore privato, l’unico modo per fare grande impresa in Italia resta sostanzialmente l’impresa pubblica. Ciò non vuol dire estendere il suo raggio di azione in salvataggi fuori da ogni visione strategica, né necessariamente abbandonare il modello duplice di controllo (Stato e borsa) connesso alla quotazione. Affinché il ruolo delle imprese pubbliche sia effettivamente strategico occorre che i governi cessino di considerarle come mucche da spremere e conseguentemente non siano lasciate ai criteri discrezionali del management di turno che agisce con l’imperativo (percepito) di staccare più dividendi possibile per lo Stato (inseguendo le occasioni di mercato dove si ritiene che sia possibile spuntare il maggior guadagno, non dove sono maggiori le esternalità positive). L’impresa pubblica deve tornare ad essere uno strumento di una missione pubblica.

E) la scelta e l’implementazione della governance e dell’architettura dei processi. Ovunque si guardi, in Italia sono carenti (che fa il paio con le carenze della PA). È inutile che la politica insegua suggestioni miracolistiche spendibili sui media: conta che i progetti siano definiti e seguiti nel merito, coordinando gli attori, monitorando l’implementazione delle politiche, razionalizzando, costruendo la catena di comando e di responsabilità, stabilendo le priorità, controllando l’adeguatezza di ciò che si consegue con i risultati attesi: occorre il bisturi non l’accetta. A volte, la cura e l’organicità del modello contano più del finanziamento.

In ogni campo che impegni un cambio strutturale dall’università, alle agenzie di progetto, agli istituti tecnici e professionali, alla ricerca, al riequilibrio territoriale e così via la conclusione è sempre la stessa: l’assenza di una sequenza razionale di azione, il disordine, la sconnessione o l’incapacità di risolvere le questioni in modo olistico sono la fonte principale di assetti e realizzazioni insoddisfacenti e incomplete, quando non di insuccessi.

 

Un modo di concepire gli interventi sistemici

Invece di inseguire un’intera casistica di esempi in negativo ritorniamo su due indirizzi illustrati didascalicamente in precedenza per dare, in positivo, il senso di cosa si dovrebbe intendere per intervento sistemico.

La transizione energetica, ormai connessa alla rivoluzione digitale, è il primo esempio. Perseguire una via nazionale in coerenza con gli indirizzi europei necessita di un sistema organico di interventi che va concepito congiuntamente in varie direzioni fra loro collegate.

Occorre predisporre l’intera filiera energetica per il futuro, per sostenere e accelerare i cambiamenti necessari. Per cominciare è necessario avanzare rapidamente nella produzione, ricerca e applicazione dell’energia pulita; va completata la conversione delle reti di distribuzione in reti smart, rendendole idonee per la trasmissione dell’energia elettrica prodotta localmente. Vanno costruite le infrastrutture di accompagnamento, funzionali alla diffusione della mobilità elettrica nelle città e nelle vie di attraversamento del Paese senza sacrificio del paesaggio. Bisogna al contempo pensare al riutilizzo dei rifiuti elettrici e elettronici e allo smaltimento delle batterie e dei materiali pesanti.

Malgrado i risultati che potrà produrre l’urgenza di mettere in campo subito strategie e tecnologie in grado di promuovere la crescita e contrastare il cambiamento climatico, il gas continuerà ad essere per un certo tempo la fonte di transizione dal fossile alle rinnovabili.

Di conseguenza, pensare al futuro implica valorizzare la posizione speciale del Meridione nel Mediterraneo; una collocazione, che ci consente di aspirare a farne oggi un polo per l’Italia e l’Europa per convogliare verso queste aree il gas liquefatto dai nuovi giacimenti del Mediterraneo e dal resto del mondo, diversificando le fonti di approvvigionamento secondo gli indirizzi europei. Domani – dopo aver predisposto allo scopo i gasdotti esistenti e quando le nuove tecnologie siano mature (come ad es. l’idrogeno verde e il biogas) –per farlo diventare un polo per l’idrogeno verde che sarà prodotto da fonti solare e eolica, incluso in futuro quello prodotto dalle imprese italiane nella sponda africana.

Ne consegue, da un lato, l’esigenza di preparare anche i territori di arrivo – i porti e la logistica locale – per valorizzare l’indotto e organizzare le politiche di qualificazione specifica della forza lavoro funzionale alle nuove esigenze del settore. Dall’altro la necessità di una politica coordinata di investimenti di filiera nel Meridione che non è più solo politica meridionalistica, ma promette importanti ritorni positivi per l’Italia nel suo complesso. Fa da corollario un orientamento “geopolitico” della nostra politica estera che accompagni queste scelte, volta al rafforzamento della presenza italiana nel Mediterraneo.

Va da sé che un piano energetico organico dovrebbe coinvolgere in un partenariato pubblico-privato le grandi utilities del settore – in primis, quelle pubbliche ricondotte a scelte di sistema congrue con quel piano. Funzionali anche alla ricerca mirata sia per costruire una filiera dell’idrogeno verde, sia per le nuove tecnologie di cattura e riutilizzo della CO2. Quel piano dovrebbe, altresì, prevedere la programmazione di Energy Center per la diffusione di incubatori e per il trasferimento della ricerca accademica all’industria nelle aree industriali toccate dalla trasformazione energetica, di cui abbiamo già qualche esempio in Italia.

Di grande rilievo è che tutto ciò avvenga in un contesto partecipativo che valorizzi ciò che è già in atto e vada di pari passo con la trasformazione degli stili di vita, l’innovazione dell’organizzazione urbana (basti pensare alla proposta della “città a 15 minuti”), con gli altri cambiamenti che rappresentano, nel loro complesso, una trasformazione culturale e sociale oltre che tecnologica (e per alcuni aspetti, legislativa). Tra queste, lo sviluppo di comunità energetiche locali, esempi contemporanei della migliore tradizione del “socialismo municipale”, capaci non solo di coinvolgere le popolazioni nella gestione collettiva e nella produzione di un servizio condiviso, ma anche di educare a una cultura della responsabilità civica i cittadini chiamati a contribuire direttamente alla decarbonizzazione del sistema

Tutto ciò va concepito nell’ambito della progettualità europea. Attiene a quel livello curare le reti energetiche e digitali, definire gli standard per i servizi della mobilità elettrica, introdurre una carbon tax da affiancare ai certificati di emissione negoziabili (gli ETS); in altre parole, guidare la crescita industriale nel perimetro della decarbonizzazione e della lotta al cambiamento climatico. Ma a quel livello noi dovremo anche partecipare attivamente ai nuovi progetti europei della filiera energetica volti a ridurre la dipendenza attuale da rischiose fonti di importazione, come la Alleanza europea per l’idrogeno verde e l’Alleanza per le batterie.

Questo solo per dare un esempio di cosa intendiamo per politiche coordinate e sistemiche dirette a un fine e per il dibattito pubblico cui dovrebbero essere sottoposte.

Anche percorrere una via per favorire la crescita dimensionale delle imprese, come secondo esempio, implica scelte sistemiche. Sono scelte che indirizzano l’apparato produttivo verso un modello di capitalismo manageriale. Lo scenario può aversi se, oltre determinate dimensioni, la conduzione familiare (o proprietaria) dell’impresa è indotta a cedere il timone, così come è avvenuto – con strumenti e approdi diversi nell’affermazione del modello americano della public company o in quello tedesco del sistema duale (del doppio consiglio di amministrazione e di sorveglianza). Scelte entrambe, precedute da dibattiti intensi conclusisi con l’imbocco di una direzione consapevole. In Italia quel dibattito è mancato. Il familismo di troppe imprese ha coinciso con bassa capitalizzazione, scatole cinesi, non contendibilità, scarsità di investitori orientati al rischio di lungo termine. Il modello manageriale, che è più congruo per noi, implica norme e processi vincolanti, che impongano il doppio consiglio amministrazione, di sorveglianza ed esecutivo. Serve, cioè, una riforma sistemica del diritto societario anziché atti di buona volontà delle imprese. La scelta di un sistema duale consente alla famiglia (o comunque ai proprietari) di ritirarsi in un consiglio di ordine superiore, di cui facciano parte anche i sindacati (o altri interessi) con compiti di indirizzo strategico e nomina degli amministratori. Che non interferisce, però, con i compiti esecutivi del consiglio subordinato, che nomina i top manager, guida l’azienda e prende decisioni di investimento, né interferisce con il sistema di gerarchie e di carriere interne all’organizzazione, creando un modello più simile a quello della grande impresa.

 

Disciplinamento del Capitalismo

Pur se il capitalismo “ha i secoli contati”, in questa epoca storica non ha alternative; ma questo nulla toglie alle distorsioni cui porta inevitabilmente una economia governata secondo la logica del mercato e del profitto. Anche qui c’è un compito culturale e di analisi da svolgere, prima ancora che programmatico, per non perdere la consapevolezza critica di come è andata evolvendosi l’economia mondiale negli ultimi decenni: globalizzazione senza regole, liberalizzazione dei movimenti di capitale a breve termine, finanziarizzazione delle economie, sistematica estrazione di valore a beneficio dei manager e degli azionisti, creazione e rafforzamento di situazioni di monopolio e di rendita, indebolimento dei sindacati e dei corpi intermedi, svalutazione del lavoro. Tutti temi che proiettano in una dimensione internazionale, in primis europea.

Tale dimensione, tuttavia, non implica impotenza o assenza di strumenti a livello nazionale. Corollario delle scelte funzionali a un nuovo progetto di società e di sviluppo è la costruzione di un disegno che porti al rispetto dei doveri sociali da parte delle imprese, le quali sono gli agenti attraverso i quali raggiungere obiettivi coerenti con l’interesse pubblico. Non si tratta solo di regolamentare i mercati, ma anche di plasmare le strategie degli attori privati. In parole più evocative, si tratta del disciplinamento del comportamento capitalistico senza il quale non vi è compromesso sociale.

Occorre ottenere dalle imprese attività pulite, il rispetto dei lavoratori, del territorio e l’attenzione al benessere collettivo. Esse sono aiutate con elargizioni di fondi, crediti garantiti, trasferimento dei costi salariali allo Stato. La contropartita è che si comportino con la più grande responsabilità. Non basta la sensibilizzazione, che pure traspare qua e là, in questa direzione. La sostenibilità sociale negli indirizzi che le imprese seguono non può essere affidata solo all’autodisciplina, così come non può esservi affidata la governance idonea: dovrebbe essere declinata in norme e comportamenti o indotta da costruzioni politiche e istituzionali che diano potere agli stakeholder, tra cui i lavoratori.

Una leva c’è ed è la disposizione voluta dall’Unione Europea che obbliga le imprese a dar conto della conformità dei loro comportamenti e investimenti al rispetto dei criteri ESG (Environment, Society, Governance) in una apposita “dichiarazione non finanziaria”, da affiancare a quella finanziaria Il disegno è in un certo senso affidato all’attività delle banche, assicurazioni e a società di gestione del risparmio che, in quanto monitorate secondo gli stessi criteri, sarebbero indotte a selezionare a cascata le imprese che li rispettino. Su questa costruzione ci si può innestare, ampliandola, perfezionandola, controllando che per nessun motivo gli adempimenti siano puramente formali.

Questo può avvenire soprattutto se si coinvolgono gli stakeholder nella gestione dell’impresa. La riforma degli organi di governo, di cui abbiamo parlato in precedenza, a proposito della scelta manageriale, può essere inserita in una prospettiva più ampia di ridefinizione dell’interesse sociale dell’impresa, in cui sia indotta a perseguire la creazione di valore a vantaggio dei diversi stakeholder mediante un loro equo bilanciamento. Va in questa direzione l’utilizzo del sistema duale per dare rappresentanza ai lavoratori e alle comunità territoriali su cui ricade l’impatto delle sue attività. Deve però trattarsi di consigli di sorveglianza effettivamente rappresentativi e non di un modo per ampliare i posti di consiglieri di amministrazione.

Anche strumenti più flessibili possono promuovere l’intervento degli stakeholder nella gestione dell’impresa consentendo loro di affermare il loro punto di vista, in modo che chi ha il potere di decidere lo faccia con piena conoscenza degli interessi in gioco, inclusi quelli del lavoro esternalizzato nelle filiere. Ciò può avvenire in vari modi. Uno è attraverso forme di democrazia industriale che diano ai lavoratori e alle collettività interessate alla sostenibilità ambientale e sociale delle attività di impresa diritti di informazione, consultazione e co-decisione attraverso l’istituzione di consigli del lavoro e della cittadinanza (riprendendo l’esperienza tedesca e olandese). L’altro, dettando norme di diritto societario che introducano doveri fiduciari estesi degli amministratori e lasciando al dialogo sociale la specificazione delle forme di governo che garantiscano l’effettività di questi doveri attraverso gli statuti, i codici etici o l’assunzione esplicita di impegni. È un cantiere da aprire e sperimentare.

– Tuttavia, per le certificazioni formali di osservanza ai criteri ESG, che occorreranno alle imprese, è necessario che in tale funzione siano coinvolte anche organizzazioni della società civile e del Terzo Settore.

– E importante che nell’orizzonte di quei criteri ESG da certificare sia tenuto fermo che, oltre ai criteri ovvi di rispetto dell’ambiente, quelli relativi al rispetto dei diritti dei lavoratori comprendano un salario adeguato e la salvaguardia della salute, della sicurezza e della qualità della vita per chi vi lavora. Dovranno poi esser presi in considerazione gli effetti delle scelte d’impresa sul territorio e, in senso lato, su tutta la società.

– Dovrebbe essere estesa l’applicabilità del rispetto di quei criteri fino a includere progressivamente tutte le imprese, con la necessaria flessibilità per quelle più piccole, superando quindi l’applicabilità odierna in Italia alle sole alle società quotate con più di 500 addetti, oltre alle imprese finanziarie e assicurative.

– In aggiunta, occorre pensare a sanzioni che non siano solo reputazionali o di abbandono a sé stessa dell’impresa inadempiente da parte delle istituzioni finanziarie, ma a misure effettive che vadano dall’ammissibilità di class action a qualche potere di risarcimento agli stakeholder, al di là di questioni che interessano la magistratura.

Tutto ciò, se applicato in modo rigoroso, potrebbe essere una buona base per tracciare i binari del comportamento imprenditoriale, ma non basta e non sostituisce il presidio di un forte e non derogabile diritto del lavoro. Né sostituisce la rivendicazione di una presenza dell’interesse pubblico negli organi direttivi dei grandi gruppi, con diritti di informazione, consultazione e, in taluni campi, di veto. Ed è necessario anche che i lavoratori siano presenti nel comitato compensi delle grandi imprese.

È anche insegnamento di questa pandemia che le imprese andrebbero trattate come le banche, con una regolazione mirata a renderle resistenti di fronte a eventi imprevisti, attraverso accantonamenti adeguati di capitale, quand’anche ciò comporti minori dividendi per gli azionisti.

Ed è, poi, inderogabile che lo Stato acquisisca una quota di capitale nei progetti privati che finanzia e comunque che i fondi erogati alle imprese siano condizionati a comportamenti che vadano in direzione del pubblico interesse (decarbonizzazione, investimenti verdi, nessun rapporto con i paradisi fiscali, più occupazione e così via).

 

Alternative al capitalismo digitale

Regolare quella componente dello sviluppo capitalistico dei nostri tempi che è l’impresa digitale, è più complicato. Il settore è dominato da alcuni giganti mondiali della tecnologia, che governano piattaforme (specie della comunicazione) dove gli utenti finali interagiscono tra loro, ed è caratterizzato da conformazioni particolari di modelli di impresa che richiedono interventi specifici.

Al centro di questa economia sono i dati e le piattaforme. Qui è più che altrove, difficile pensare a che gli Stati agiscano da soli per contrastare e disciplinare un oligopolio dotato di mezzi sconfinati. Nella necessità di quel contrasto c’è un campo che riguarda la compatibilità di questi sviluppi con la democrazia e il pluralismo dell’informazione per il quale la sensibilità è estesa, il problema è dibattuto e alcune procedure sono in atto. Invece, per ciò che riguarda il monopolio dei dati, la sinistra è in ritardo nel comprendere l’importanza del problema. La dimensione europea è la più adeguata e, se a quel livello non si costruisce una struttura pubblica (o pubblica-privata) di cloud, la forza economica squilibrata che esiste sul mercato avrà l’effetto di consegnare tutti i dati sensibili agli oligopoli statunitensi e cinesi. L’Italia deve appoggiare, sostenere e partecipare alla risposta che l’Europa si prepara a mettere in campo – per quanto limitata ai dati industriali, di banche, assicurazioni, ministeri, ospedali, strutture sanitarie, ecc. – di dar vita a una propria struttura condivisa di cloud. Ed è anche condivisibile l’approccio dell’Unione orientato a obbligare le imprese che ne hanno il monopolio a condividere con i concorrenti i dati sugli utenti.

L’economia digitale porta allo scoperto anche un tema più generale. Allo scopo di evitare traiettorie tecnologiche e pratiche commerciali che sopprimono la concorrenza o proteggono da essa, si dovrà arrivare all’obbligo di cedere le licenze delle invenzioni (dietro royalties) in modo che possano essere utilizzate da altri e si dovrà impedire che pochi attori monopolizzino e privatizzino le traiettorie della tecnologia, o impongano gli standard, a maggior ragione quando usufruiscono della ricerca e dell’istruzione pubblica. La nostra economia è fondata sull’intelligenza generale a disposizione di tutti, prodotta nelle università, da studiosi e tecnici che le università formano, da laboratori pubblici, dalle conoscenze ereditate dal passato, per cui la sua traduzione in codici proprietari dovrebbe essere alquanto limitata. Una presa di posizione di questo tipo ha valenza culturale e trova una confluenza spontanea con il movimento dell’open source che prefigura forme di dominio comune di proprietà e di scambio non proprietarie. Di conseguenza, anche la durata dei brevetti e le pratiche artificiali per allungarla sono capitoli da affrontare.

Il terreno dell’economia digitale è quello in cui il decisore pubblico (europeo) deve potenziare la concorrenza, all’occorrenza mettendo in campo imprese pubbliche.

Ci sono, però, anche temi che vanno affrontati a livello dello Stato nazionale.

Ad esempio, nei big data è importante la presenza di operatori pubblici che curino un’efficace organizzazione della raccolta e dell’analisi delle informazioni necessarie e diano i criteri di standardizzazione, in modo che le decisioni politiche siano prese su basi solide. La sanità è l’esempio di un campo dove tutto ciò è importantissimo.

L’impegno pubblico è anche richiesto per favorire la costruzione di piattaforme quando esse hanno un valore sociale, come quelle che mettono in relazione le persone di un dato territorio, o sono utilizzate per la formazione a distanza o la diffusione della conoscenza e in particolare della produzione culturale e documentaria italiana.

Anche nei settori regolati dei servizi di pubblica utilità le piattaforme abilitanti per la fornitura devono essere aperte e fruibili, quand’anche a pagamento, con tariffe remunerative degli investimenti solo per gli incrementi di produttività apportati.

Non va dimenticato il riordino del sistema degli appalti allo scopo di far crescere medie imprese e sollecitare un livello superiore di competenza nel settore dei servizi digitali, che si è espanso disordinatamente in mille direzioni.

Va poi regolato e disciplinato il potere strutturante degli algoritmi quando modellano il processo lavorativo e informano la vita e i meccanismi sociali. Soprattutto va riconosciuto e tutelato il diritto dei singoli ad essere pienamente informati sulle ricadute personali dell’impiego di algoritmi quando sono alla base di selezioni e graduatorie, oltre che dei ritmi di lavoro, unitamente al diritto alla class action quando la selezione diventa sistematicamente discriminante per particolari cluster sociali.

 

PARTE V
MOBILITAZIONE SOCIALE

Il partito e il sindacato

Il campo di interventi chiama in causa lo Stato per affermare una società diversa e una economia dinamica e guidata. Tuttavia, quando si parla di Stato non si parla solo di organismi pubblici decisionali o esecutivi; si parla anche della politica che vi agisce dentro e della cultura che la orienta. Si parla, ancora di partiti, sindacati, società civile, organizzata e non, che agiscono nella sfera pubblica e sono suoi istituti portanti.

Se è vero che servirà restituire allo Stato l’autorità di cui è stato espropriato e la capacità di intervenire nelle politiche fondamentali, è altrettanto vero che servirà anche una cultura politica e una capacità di azione collettiva in grado di mettere in discussione gli attuali equilibri tra Stato, politica elettiva e potere economico. Questo dipende dalla consistenza delle istituzioni sociali (partiti, sindacati, cittadinanza attiva) e dalla loro capacità di coinvolgere effettivamente i cittadini nella vita pubblica. La forza di ciascuna di tali istituzioni dipende, tuttavia, da quella delle altre e tutte hanno oggi bisogno di uno spazio nella sfera pubblica per affermarsi.

È inutile dire che la sinistra non dispone oggi di un partito che assuma su di sé la nuova questione sociale e la dispersione della forza dei lavoratori e che sia capace di tessere i fili di una narrazione che investa i temi dell’interesse pubblico, dell’innovazione, della sostenibilità ambientale, della rappresentanza dei più deboli, e del perseguimento di un ordine sociale più giusto. Manca un partito che non si limiti (ammesso che ci riesca) a coordinare le iniziative sul territorio e a proporre buona amministrazione, mimetizzandosi dietro le pur importanti forze civiche, le liste coraggiose, o i localismi, ma che faccia da riferimento nazionale per prospettive di grande politica e assuma un ruolo di indirizzo, che è cosa diversa dall’organizzazione del consenso. Si avverte l’assenza di un partito/i dalla cultura politica solida, in grado di suscitare speranze e indicare traguardi, con un pensiero all’altezza di una crisi che ha accantonato il mondo di ieri.

Eppure, non si può dire che oggi a sinistra non si manifestino fermenti culturali importanti – seppure dispersi – che condensano un pensiero critico alternativo al mainstream. Essi, tuttavia, non incontrano una soggettività politica che permetta di trasformare tali fermenti in cultura politica diffusa e senso comune; che sia capace, cioè, di costruire un’egemonia. Se le idee non vivono in una dimensione politica organizzata e nella testa della gente è difficile che diventino energia tale da muovere i rapporti di forza nella società.

Come arrivare a quest’esito è un punto di domanda. Non si può accettare, però, la visione deterministica e rassegnata secondo cui le trasformazioni sociali e la frammentazione della società offuscherebbero la soggettività politica e giustificherebbero una visione fatalistica della crisi dei partiti. Perché quella crisi sta anche e soprattutto nel fatto che gli stessi partiti di sinistra hanno rinunciato al compito, che è loro proprio, di organizzare le domande sociali e si sono riconvertiti da istituzioni della rappresentanza in organi dello Stato.

Come arrivarci è certo una domanda difficile, ma qualcosa sappiamo, benché sia lecito chiedersi se siano immaginabili altri vettori in grado di supplire alla debolezza dei partiti. Sappiamo che un partito si riconosce in una cultura politica condivisa circa l’ordine possibile della società e si organizza per promuovere le sue idee. Servono, certamente, programmi e proposte di policy, ma se la cultura è debole, ai programmi e alle politiche mancano le gambe e la forza per camminare. Difettano di coordinate adeguate per affrontare le trasformazioni in corso e a venire o per esprimere qualsiasi ambizione sociale.

Più che mai oggi alla sinistra serve un partito capace di indicare una direzione di marcia per uscire dal declino e di dare impulso a un grande sforzo collettivo, di ricomporre la società e di contrastare i conflitti corporativi. E di farlo attorno a una concezione rinnovata e solidale dell’Europa, specie perché l’impostazione del Next Generation EU potrebbe non essere adottata una volta per tutte e svanire con la fine della pandemia per ritornare a qualche versione dell’Europa dell’austerità e del liberismo. È, tuttavia, pur vero che proprio l’Europa indica al momento una qualche idea di dove una sinistra decente potrebbe andare e invita a una responsabilità nelle scelte. Pur tra molte incertezze, in Europa si sta aprendo un campo di azione per le politiche pubbliche e per il perseguimento di interessi pubblici non serviti dal mercato, che invita i governi a programmare e a intervenire direttamente nella allocazione e nella destinazione delle risorse. Sono tutti temi per una ricomposizione del/dei partito politico della sinistra.

 

Cultura politica

La battaglia culturale è dirimente per l’indirizzo da imprimere alle politiche pubbliche. E lo è anche per la conquista dell’immaginario collettivo e per ridefinire i connotati antropologici della società. Le energie sociali disponibili al cambiamento rendono oggi legittimo parlare di regolazione del capitalismo contendendogli il dominio sulla vita collettiva. Compito non facile, data la cristallizzazione di cui quel capitalismo gode grazie alle regole dettate dal neoliberismo e incorporate in una miriade di norme. Il compito non è facile, anche perché convive con sentimenti conservatori e perfino reazionari di parte dell’opinione pubblica, legati a una percezione di insicurezza.

Si potrebbe pensare che alla sinistra si offrano importanti opportunità in un contesto segnato da disuguaglianze estreme, alienazione e disorientamento dinnanzi al futuro. Eppure, sembra non percepirli, né sembra attrezzata a mantenere viva l’idea che un ribaltamento di logiche è possibile e fondamentale. Servirebbe a questo fine una capacità di critica dell’esistente e un impianto intellettuale predisposto a mantenere in campo un punto di vista alternativo. Il cambiamento delle cose si fa nelle cose, ma senza idee non si va da nessuna parte.

Il vecchio ordine non funziona più. Il neoliberismo non è più la ricetta con cui si possa governare la società. Non lo è da un punto di vista politico, anche se sopravvive nelle proposte dei settori sociali interessati a farlo valere. Sopravvive antropologicamente nell’orientamento prevalente alla ricerca di soluzioni individuali e di “felicità privata”. Non è un orientamento incontrastato, non è compatto, come non lo era l’orientamento alla felicità pubblica della stagione precedente. Tuttavia ancora prevale ed è accreditato nell’orientamento delle scienze sociali, dei media, delle imprese, della scuola, della politica. Così, merito, responsabilità, spirito di iniziativa, imprenditività, competitività sono diventati principi costitutivi della società in cui viviamo: tuttavia, stanno divenendo parole vuote in cui le persone si riconoscono sempre meno perché è venuta meno la fiducia che le leve della mobilità sociale – dall’istruzione, alla costruzione delle competenze, all’impegno personale – adempiano effettivamente al compito. Creare una società diversa ha perciò quale premessa la formazione di un nuovo spirito pubblico: rompere la gabbia dell’individualismo utilitaristico, valorizzare e estendere le pratiche sociali che già lo superano, far diventare egemone un sentimento di solidarietà reciproca.

Per tale prospettiva oggi sono disponibili quattro risorse preziose.

– Nel corso della pandemia, per la prima volta dopo tanto tempo ci è parso di osservare una maggiore consapevolezza civica dell’esigenza di uscire insieme dalle difficoltà, di prendersi cura dei beni e dei servizi che sostengono la vita in comune, di rimuovere le disuguaglianze sociali ed educative. Se c’è, non durerà per molto tempo. Prima che questa consapevolezza decada, è urgente che trovi alimento in un convincente discorso della sinistra.

– La società è ricca di fermenti associativi, di esperienze di cittadinanza attiva e di innovazione sociale e culturale. Anche se è poco visibile nella rappresentazione mediatica, l’azione collettiva non è spenta e anzi costituisce oggi la principale sorgente della vita democratica.

– Negli ultimi tempi sono cresciuti i luoghi di formazione e diffusione del pensiero critico e di elaborazione di nuove politiche pubbliche. Tra i ricercatori e gli studiosi si palesa anche una nuova propensione nel cercare verifiche e scambi con gli attori della trasformazione e la concretezza della vita sociale.

– Il movimento delle donne mette in discussione gli assetti dominanti nei rapporti tra i generi e nelle sfere produttive e riproduttive sollecitando un nuovo modello sociale

Questo fecondo rapporto tra pensiero critico e azione collettiva oggi produce l’unica energia politica che nei territori e in una arena nazionale surroga il vuoto lasciato dai partiti. Sono sviluppi favorevoli a un cambio di paradigma, che nasce sempre da opportunità che nascono nelle condizioni storiche, dallo sviluppo di nuove letture del mondo e da avanguardie che già sperimentino quel paradigma alternativo.

Si sta creando quindi un nuovo campo di lavoro per una sinistra capace di mettere assieme le leve fondamentali disponibili: consapevolezza civica, pensiero critico e azione collettiva. Purtroppo, a tutto ciò manca il sostegno di un partito credibile. Tuttavia, l’interazione delle quattro risorse crea l’humus che in seguito potrà generare nuovi partiti, inevitabilmente diversi dai vecchi. Il campo di rinnovamento della sinistra è questo


Sintesi a cura di Salvatore Biasco, revisione a cura di Alfio Mastropaolo e Walter Tocci

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