Hirak, Algeria. Due anni dopo
- 16 Marzo 2021

Hirak, Algeria. Due anni dopo

Scritto da Emanuela Gitto

8 minuti di lettura

È febbraio 2019 quando in Algeria milioni e milioni di cittadini iniziano a scendere in piazza in tutto il Paese per esprimere il proprio rifiuto dopo l’annuncio della candidatura dell’allora Presidente Bouteflika per un quinto mandato presidenziale. Dal 2013, a seguito di un ictus che lo costrinse in sedia a rotelle, le sue condizioni di salute non erano più tali da garantire nemmeno la sua presenza fisica alle principali celebrazioni nazionali. La sua figura, portata in processione su un quadro per le strade di Algeri, era diventata il simbolo di un pouvoir troppo distante dalla vita reale dei cittadini. Le imponenti manifestazioni, nate inizialmente con il principale obiettivo di condurre Bouteflika al ritiro, si sono protratte nel tempo, traducendosi successivamente in un movimento anti-sistema in senso lato[1]. Da marzo 2020 le marce sono state a lungo sospese a causa dell’emergenza sanitaria ancora in corso. Oggi però l’Hirak è tornato sulla scena, riprendendo le sue attività a pieno ritmo.

Come molti giustamente hanno evidenziato, l’Hirak non è un movimento «tombé du ciel»[2], diversamente dalle reazioni di sorpresa da parte di non pochi osservatori internazionali. Le ragioni più profonde sono strutturali, e debbono essere lette sulla base delle scelte di natura economica sostenute dai vari governi dall’Indipendenza in poi. Così facendo, si sono venute a creare le condizioni necessarie per uno scollamento della politica dai bisogni della comunità “reale”, perdendo dunque terreno in termini di rappresentatività e legittimità. Se da un lato è bene tenere a mente le cause strutturali di questa ondata di proteste, dall’altro è bene sottolineare anche il carattere innovatore dell’Hirak, portatore dal suo inizio di diversi elementi di novità per la società algerina, sia guardando all’ampiezza della mobilitazione che considerando la pluralità di voci rappresentata al suo interno. Indipendentemente dalle diverse interpretazioni e analisi realizzate, è indubbio che gli eventi succedutisi da febbraio 2019 in poi nel Paese abbiano profondamente segnato il quadro socio-politico nazionale, innescando nuovi processi e rispolverando antiche tensioni irrisolte.

Rispetto alle sue fasi iniziali, qual è lo stato dell’arte attuale? In che modo i rapporti tra i diversi attori sono cambiati? Quali vittorie l’Hirak è riuscito a conseguire e quali le questioni ancora aperte? Il presente articolo si pone come obiettivo quello di tracciare un bilancio delle manifestazioni nel secondo anniversario del loro inizio. Dopo una breve panoramica sugli elementi chiave dell’Hirak, si esporrà la tabella di marcia intrapresa dal governo in risposta alle manifestazioni, e successivamente verrà analizzato l’impatto della crisi di Covid-19 sul processo di transizione nazionale innescato dal movimento, alla luce dei rapporti di forza attualmente in campo.

 

Attori, rivendicazioni, repertori d’azione

L’esercizio di dare una definizione all’Hirak non è scontato. Come definire un insieme di manifestazioni di questa ampiezza, continuative nel tempo e con una portata così estesa? Letteralmente, il significato di Hirak è quello di “movimento”. La natura dello stesso è stata tuttavia (e lo è tuttora) oggetto di dibattito tra giornalisti, politologi e gli stessi attivisti, che ne hanno dato un’interpretazione diversa a seconda degli immaginari e delle aspettative su di esso riposte. Alcuni, tra cui lo storico Benjamin Stora[3], erano già dall’inizio dell’idea che l’Hirak potesse essere definito incondizionatamente come “rivoluzione”, riconoscendone il potenziale che la caratterizza. Altri sono invece rimasti prudenti nel definirlo come “movimento pre-rivoluzionario”. Bellaloufi a questo proposito ha scritto:

«On peut donc en conclure qu’il s’agissait d’un mouvement de réforme radicale. Il ne se limitait pas à revendiquer quelques retouches cosmétiques tel que le remplacement d’un président de la République par un autre mais entendait recouvrer sa souveraineté bafouée pour changer les règles du jeu politique, l’architecture institutionnelle… Bref, il luttait pour un réel changement de régime sans être lui-même candidat au pouvoir. Les choses pouvaient bien évidemment changer à tout moment, mais à ce stade, il restait un mouvement de réforme radicale»[4].

Altre definizioni provenienti dagli stessi hirakisti facevano riferimento ad un movimento orizzontale e plurale, capace di aver messo insieme gruppi sociali fino a prima divergenti. Attorno alle marce dei venerdì, dei martedì (portate avanti dagli studenti) e delle domeniche (per le comunità della diaspora), si sono sviluppati nuovi linguaggi e nuove forme di espressione a tutti gli effetti parte del repertorio di azione utilizzato dall’Hirak, caratterizzato da uno spiccato pacifismo e senso civico portato avanti dai manifestanti.

Sebbene nel suo rapporto con il governo e le Istituzioni l’Hirak sia spesso emerso come attore compatto, non si può dire lo stesso se si guarda alla sua composizione interna. Il suo carattere plurale è determinato dalla presenza di diversi attori al suo interno, tra partiti politici, sindacati, associazioni studentesche e associazioni di categoria. Le differenze ideologiche e politiche di fondo delle varie parti si sono annullate di fronte alla richiesta comune di un cambiamento radicale di sistema e l’instaurazione dello Stato di diritto, lasciando tuttavia aperta la questione principale relativa alla capacità di rappresentanza politica di tali rivendicazioni. Dall’inizio delle manifestazioni, infatti, si è assistito all’emergere di numerosi collettivi e gruppi informali di cittadini legati alle attività dell’Hirak. Questi, insieme ai gruppi già esistenti, sono stati concordi nel rifiutare la strutturazione politica per il movimento, che ancora ad oggi resta acefalo. Come indicato nelle parole di Bellaloufi sopra menzionate, la mancanza di leadership può produrre il rischio di non cambiare le cose, soprattutto alla luce della reticenza nel partecipare attraverso la via democratica ai processi istituzionali del Paese, attualmente in mano ad una élite.

Anche in questo senso appare azzardato utilizzare il termine “rivoluzione” per una serie di eventi su base popolare che non hanno di fatto portato ad uno stravolgimento dell’assetto istituzionale esistente. È comunque innegabile che il movimento in questione sia riuscito ad imporsi come attore capace di determinare la politica nazionale. Diverse sono le fasi delineate da alcuni analisti[5] attraverso le quali si può descrivere l’evoluzione degli eventi.

L’annuncio della candidatura di Bouteflika, resa pubblica il 10 febbraio 2019, è stato accolto da più parti come un oltraggio per la dignità degli algerini. Già la sua partecipazione alle elezioni del 2014 aveva destato forti critiche, versando già in quel periodo in pessime condizioni di salute. Il ritiro della candidatura di Bouteflika nell’aprile successivo non ha arrestato l’onda contestataria, ora più genericamente diretta contro il pouvoir, di cui sono parte i reali detentori del potere nel Paese, esercito e servizi segreti. L’attenzione dell’Hirak si è dunque spostata sui protagonisti della transizione post-Bouteflika, le 3B: Bensalah (presidente del Consiglio della Nazione e capo di Stato ad interim sulla base dell’art. 102 della Costituzione), Bedoui (allora Primo Ministro) e Belaïz (presidente del Consiglio Costituzionale). L’appello al boicottaggio massivo delle elezioni presidenziali, considerate “farsa”, da parte del movimento, avrà come effetto lo spostamento delle elezioni a dicembre 2019. La richiesta corale delle elezioni per un’Assemblea Costituente non otterrà alcun riscontro presso le sedi istituzionali. Le Presidenziali del 12 dicembre 2019 sanciranno pertanto la vittoria dell’attuale Presidente della Repubblica Abdelmajid Tebboune, con un tasso di partecipazione relativamente basso.

L’insediamento di Tebboune al Palazzo del Mouradia è stato segnato da una roadmap molto intensa, la cui strategia va letta nella direzione di garantire la legittimità del suo mandato, riconoscendo il valore dell’Hirak per includerlo nel processo di transizione. Come immaginabile, la serie di riforme che è stata messa in atto a partire da dicembre 2019 non ha introdotto grandi novità nell’assetto istituzionale attuale, al cuore delle richieste di cambiamento dell’Hirak.

Il referendum costituzionale dello scorso 1 novembre 2020, fortemente voluto dal Presidente Tebboune, ha lasciato scoperta una più profonda e radicata fragilità delle basi della fiducia popolare nei confronti delle istituzioni: il tasso di partecipazione ai minimi storici ha infatti confermato una forte disaffezione dei cittadini. Il voto referendario è avvenuto, tra l’altro, in un momento di vuoto istituzionale, dovuto all’assenza prolungata del Presidente della Repubblica, ricoverato per Covid-19 in Germania. Le condizioni in cui si è celebrato questo voto hanno contribuito a sollevare il dibattito sulla legittimità effettiva dello stesso referendum; la maggior parte dei partiti già da prima coinvolti nella redazione e nella revisione della bozza della nuova Costituzione ha lanciato appelli di vario tipo per il boicottaggio del voto, e quelli impegnati in un dialogo con le autorità sono stati accusati di complicità con il régime.

 

Hirak e Covid-19: nuove forme di attivismo e nuova fiammata repressiva

Il carattere prolungato e continuo dell’Hirak è stato improvvisamente messo alla prova dall’irruzione dell’attuale crisi sanitaria. Sebbene i numeri del contagio in Algeria siano rimasti relativamente contenuti, l’attenzione civica è rimasta alta. L’entusiasmo dirompente del movimento è stato colto di sorpresa da un’emergenza evidentemente inattesa. Il movimento algerino è stato posto di fronte ad una duplice sfida: continuare a lottare per le proprie rivendicazioni in un contesto di chiusura sia interna che esterna – da marzo 2020 è tuttora vigente la chiusura delle frontiere aeree del Paese – e allo stesso tempo far fronte alla nuova ondata di repressione.

Da un lato infatti, le misure di contrasto alla propagazione del contagio pandemico hanno imposto lo stop alle manifestazioni dell’Hirak nelle piazze. A partire da marzo 2020 tutti gli attivisti hanno unanimemente concordato sulla necessità di sospendere le marce fino a data da destinarsi. A questa decisione, da leggere come atto di responsabilità civica e democratica da parte degli stessi cittadini, è corrisposto un cambiamento nel repertorio d’azione dell’Hirak, che si è di fatto trasferito online. Dibattiti sulla riforma Costituzionale, conferenze, incontri culturali si sono tenuti sulle principali piattaforme social negli ultimi mesi ogni venerdì e martedì, per tenere alta l’attenzione sulle rivendicazioni politiche del movimento.

Dall’altro lato, l’inasprimento delle misure di contenimento della pandemia è coinciso con un’accentuazione della repressione nei confronti di attivisti, giornalisti, artisti. In questo senso, la questione dei detenuti politici è ancora al cuore del braccio di ferro tra i manifestanti ed il governo. Un tentativo di pacificazione è giunto dal palazzo del Mouradia a qualche giorno dal secondo anniversario dell’Hirak “benedetto”, sotto forma di grazia presidenziale nei confronti di una trentina di detenuti arrestati nel corso delle manifestazioni.

Nonostante questo, le relazioni tra le forze in campo sono attualmente caratterizzate da una sostanziale e costante stasi nel dialogo tra il movimento ed il regime. La sfida ancora aperta riguarda il reale cambiamento del Paese, oltre riforme di facciata e promesse elettorali della classe dirigente. La scena politica algerina è attualmente in stato di ebollizione, in vista della riforma della legge elettorale ma anche delle elezioni legislative convocate per il prossimo 12 giugno. I partiti non mancano di mostrare il loro attivismo in molteplici forme: la sfida più grande resta quella di ridefinire le condizioni per la garanzia dello Stato di diritto, provando a ristabilire la fiducia degli elettori, dopo i livelli di astensionismo record dell’ultimo appuntamento alle urne per il referendum confermativo della riforma Costituzionale.

Allo scoccare del secondo anniversario dall’inizio delle manifestazioni, l’Hirak sembra essere tornato in pieno vigore. Nonostante le restrizioni legate alla straordinaria situazione del momento, le strade di Algeri e di altre città in tutto il Paese sono tornate ad essere nuovamente teatro di atti di contestazione pacifica molto partecipati. Movimento fresco, plurale, diverso al suo interno, che ha rivisitato il mito dell’Indipendenza ripensandola alla luce del contesto attuale ed opponendosi fermamente ad una sua strumentalizzazione da parte del pouvoir, l’Hirak è stato a più riprese inneggiato come momento fondativo di una “nuova Algeria”, presentando un’alternativa per il futuro della comunità nazionale. La domanda posta sul tavolo già da tempo riguarda proprio la capacità del movimento di strutturarsi e darsi una voce che sia capace di accedere al campo delle istituzioni – fino ad ora appannaggio della coalizione dei partiti nazionalisti algerini storici. Se da un lato risulta necessaria un’organizzazione politica alla base, dall’altro sussiste il deciso rifiuto di quanti sono tornati in piazza nei confronti del dialogo o di qualsiasi altra forma negoziazione con le istituzioni, considerate dai primi prive di legittimità. Ma senza un reale progetto politico, il cambiamento reclamato dall’Hirak rischia di restare visione dei manifestanti.


A questo link “Fare Hirak in Europa. Il ruolo delle comunità algerine a nord del Mediterraneo nelle proteste in Algeria”. Un’analisi, a cura di Emanuela Gitto, degli elementi principali della mobilitazione diasporica legata all’Hirak.


[1] Per approfondire, si rimanda all’articolo pubblicato su Pandora Rivista “Le proteste in Algeria e la fine di un’era” di Federico Rossi.

[2] O. Benderra, F. Gèze, R. Lebdjaoui e S. Mellah et al., Hirak en Algérie – L’invention d’un soulèvement, Ed La Fabrique, Parigi 2020.

[3] B. Stora, Retours d’histoire-L’Algérie après Bouteflika, Editions Bayard, Montrouge 2020.

[4] H. Belalloufi, Algérie 2019-2020: Le peuple insurgé. Entre réforme et révolution, Editions du Croquant, Vulaines sur Seine 2020.

[5] A. Dessì e F. Fusco, Algeria: Between Popular Protests, Political Uncertainty and Regional Turmoil, «Documenti IAI» 20|6 (2020), p. 7.

Scritto da
Emanuela Gitto

Nata a Messina nel 1996. Laureata nel 2018 in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna, campus di Forlì, si iscrive successivamente al corso di laurea magistrale in Migrations Inter-Méditerranéennes (MIM) presso le Università Ca’ Foscari di Venezia e l’Université Paul Valéry di Montpellier, con soggiorni per studio in Tunisia e Algeria. Questo percorso si è concluso il settembre 2020 con la discussione della tesi dal titolo “Hirak et processus de costruction diasporique algérien”. Continua a leggere e studiare di Nord Africa, migrazioni, movimenti sociali.

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