Note su “Il Mediterraneo” di Fernand Braudel
- 04 Settembre 2017

Note su “Il Mediterraneo” di Fernand Braudel

Scritto da Andrea Baldazzini

6 minuti di lettura

Quest’opera, pubblicata per la prima volta nel 1949, ha rappresentato un vero e proprio momento di rottura nella storiografia contemporanea. Poco conosciuto al pubblico italiano, Fernand Braudel è stato il principale rappresentante della cosiddetta seconda generazione dell’École des Annales, fondata da Lucien Febvre e Marc Bloch alla fine degli anni Venti a partire dalla rivista «Annales d’histoire économique et sociale», una rivista dalla quale nascerà un modo totalmente nuovo di studiare la storia, probabilmente il più rivoluzionario di tutto il Novecento.

Quali sono dunque i tratti distintivi di questo approccio storiografico? Perché il libro di Braudel sul Mediterraneo fornisce ancora oggi molti spunti interessanti, non solo per leggere la storia, ma anche per riflettere ad esempio sulla geopolitica di questo spazio? Perché la storia è necessaria a immaginare un futuro aperto e potenziale?

Andiamo con ordine, per quanto riguarda la prima domanda si può rispondere affermando che sono almeno quattro le caratteristiche peculiari dell’École des Annales:

  • L’interdisciplinarietà, ovvero, l’idea che la storia debba fuoriuscire dal suo «immobilismo accademico» aprendosi alle altre discipline, e lo stesso titolo della prima rivista Annales d’histoire économique et sociale mostra chiaramente come essa venga fin da subito pensata nelle sue strette correlazioni che la legano all’economia e al sociale. Non a caso infatti, soprattutto Febvre e Bloch guardano con interesse al marxismo e alla psicanalisi intendendoli entrambi come nuove modalità di presentare la pluralità dell’esperienza umana. Da qui poi l’interesse storico per le «dimensioni viventi della persona», come il lavoro o gli stili di vita, segni di una pratica storiografica radicalmente differente rispetto a quella ottocentesca classica.
  • Oggetto della storia può così diventare lo stesso mondo contemporaneo e non solo ciò che è temporalmente lontano. Lo storico può finalmente cominciare a occuparsi anche di fatti che lo coinvolgono in prima persona, e rispetto ai quali non vi deve essere per forza quel distacco solitamente richiesto in nome di un presunto oggettivismo epistemologico.
  • Nasce allora il desiderio di scrivere una «storia totale», non limitandosi più ai meri aspetti politici, militari o diplomatici.
  • Il racconto storiografico passa dunque dallo studio degli ‘eventi’ (l’histoire événementielle come la chiamano Bloch e Febvre che schiaccia la storia sulla storia-politica) a quello delle strutture, delle ricorrenze, delle interconnessioni, guardando al passato come ad un «flusso» e non come ad una somma di epoche o manifestazioni di qualche Spirito.

Diventa inoltre chiaro il perché nel 1946 la rivista cambi il proprio nome in Annales. Economies, Sociètès, Civilisation; come afferma Marc Bloch: «Abbiamo riconosciuto che, in una società, qualunque essa sia, tutto si lega e si condiziona vicendevolmente: la struttura politica e sociale, l’economia, le credenze, le manifestazioni più elementari come le più sottili della mentalità umana»[1].

Nasce infatti un’attenzione alla psicologia collettiva, alla sensibilità e quotidianità degli uomini comuni che permette il recupero di alcuni soggetti, spesso relegati ai margini della storia, quali ad esempio le donne, i contadini o i poveri. Si crea insomma uno sguardo storico attento ai diversi livelli della realtà sociale e intenzionato a osservare, senza creare separazioni, la complessità dei processi che contemporaneamente scorrono e plasmano un determinato spazio di vita.

 

Una nuova geografia per la storia

Ebbene, l’opera di Braudel dedicata al Mediterraneo costituisce un’eccezionale sintesi di questo nuovo approccio storiografico. In particolare, possiamo anche qui individuare quattro aspetti che mostrano chiaramente come i princìpi appena esposti possano trovare una concreta traduzione nel lavoro dello storico:

  • Se l’approccio storiografico allora dominante, rappresentato dal paradigma della storia-politica, costruiva le proprie ricerche attorno ai due cardini: dell’epoca (piano temporale) e della società nazionale (piano spaziale), Braudel rifiuta la scelta di un soggetto storico, mettendo in primo piano un soggetto geografico, il Mediterraneo appunto, con le sue molteplicità culturali, temporali e sociali.
  • Si insiste poi molto sugli elementi naturali, pensati quali fattori che influenzano in maniera decisiva la vita umana, il che permette alla natura e all’ambiente di entrare nella storia ottenendo per la priva volta un forte riconoscimento in quanto aspetti inalienabili dalla narrazione storiografica.
  • Prende così avvio lo studio della storia del «mondo-Mediterraneo», dove con mondo si intende precisamente una realtà non omogenea, plurale, nella quale ci sono popoli e stati differenti, che interagiscono e si trasformano in continuazione. Il problema diviene allora capire come sia possibile descrivere tale cambiamento nel momento in cui ad essere considerato è un intero mondo e non più un solo evento.
  • Braudel è dunque costretto ad introdurre, conseguentemente al nuovo approccio metodologico, anche un nuovo apparato concettuale. É in quest’opera infatti che emerge la categoria di longue durée (lunga durata), con la quale si afferma l’idea che i processi storici e le strutture sociali vadano studiati considerando la lunga durata dai vari eventi che li hanno portati a manifestarsi o istituirsi, in polemica ovviamente con quella concezione di storia schiacciata sull’evento e sul mero fatto politico allora dominante. Successivamente andrà poi ad approfondire ulteriormente questa intuizione istituendo una tripartizione nella temporalità storica composta da:
  • il «tempo geografico» (le temps géographique) che rappresenta il livello più profondo, dove la storia sembra quasi immobile e dove le trasformazioni si osservano nell’arco dei decenni o dei secoli.
  • il «tempo sociale» (le temps social) proprio di quella storia che appartiene ai gruppi sociali nei quali i cambiamenti sono costanti ma comunque lenti.
  • il «tempo individuale» (le temps individuel) appartenente alla storia degli eventi, ovvero di ciò che appare nell’immediato, è la superficie della storia stessa.

A questa differenziazione della temporalità si aggiunge poi il concetto di reciprocità (réciproquement), già centrale in Bloch e indicante un’immagine di storia-totale dove in quel mondo oggetto di studio «tutto influisce su tutto in modo reciproco: l’economia è anche politica, cultura e società». Emerge così un’immagine di società, prima ancora che di storia, totalmente aperta alla contingenza e in alcun modo determinata a priori da un qualche principio originario o struttura latente.

Per Braudel il mondo è stato e sarà sempre attraversato da una molteplicità di storie, perché la storia è sempre molteplice, non si declina mai al singolare, ma si pluralizza incessantemente ramificandosi, dileguandosi e inventandosi. La storia va infatti pensata come un tempo e un luogo creativo e aperto: la lunga durata e la reciprocità testimoniano dunque la nascita di una nuova coscienza del proprio tempo di vita, passato, presente e futuro.

Non stupisce quindi che si arrivi a parlare anche di geo-storia (géohistoire), ossia di quella maniera di osservare la storia che rompe con il primato tipicamente moderno della temporalità, sostituendolo con una maggiore sensibilità alla dimensione geografica e spaziale dei processi.

A tal proposito molto significative, anche pensando alla situazione presente, sono le parole di Braudel il quale scrive: «Che cosa è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre, insomma, un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere»[2].

 

Il Mediterraneo di Braudel

Ad ogni modo, ciò che qui interessa più sottolineare è proprio il rapporto che lega la storia al carattere intrinsecamente molteplice di ogni “mondo geografico” e alle possibilità di trasformazione di essa medesima. Detto con altre parole, qui interessa la relazione fra storia e latenza, ovvero: da un lato la storia intesa come ciò che si è manifestato, dall’altro la storia come culla di potenzialità inespresse che aprono a futuri alternativi.

Considerando la lunga durata dei fenomeni, la loro estensione geografica, nonché l’aspetto di reciprocità che mostra il perenne e vicendevole influenzarsi di ciascun sistema (economia, politica, religione, arte ecc…) sull’altro, si riescono a individuare quelle che Deleuze chiamerebbe le “linee di fuga”, cioè quei percorsi ancora intentati e indicanti un’alternativa. La latenza che abita il reale, passato e presente, diventa sorgente per il cambiamento, una differenza che va attualizzata.

Può sembrare paradossale, eppure anche la storia, se letta non semplicemente in quanto mera somma di eventi lontani, può suggerire importanti coordinate per individuare il virtuale, cioè il possibile, che si trova già incastonato nel reale ma che necessita di essere scoperto e portato alla luce attraverso l’invenzione.

Per concludere, un’ultimissima riflessione sul fatto che la storia, persino quella con la “s” minuscola, sembra essere un tema ormai passato di moda, vista l’ossessione sempre più forte dimostrata dalle società contemporanee nei confronti della categoria di futuro. Ciononostante, se si pensa di poter vivere perennemente nel domani o addirittura nel dopodomani, abbandonando totalmente il presente e il passato, si commette un grande errore.

Il valore aggiunto dato dall’École des Annales risiede infatti anche nell’aver mostrato come la storia non sia affatto «cosa morta» o determinata a priori, anzi, il suo correre su più livelli, da quelli profondi a quelli superficiali, il suo chiamare in causa ogni soggettività, persino quelle più emarginate, il suo mantenere sempre uno sguardo ampio su un territorio vasto, trasforma ogni individualità (sia essa un soggetto, uno spazio, una volontà) in una forza capace di scriverla e formarla, facendo del futuro un campo di potenzialità e non di necessità. In apertura alla sua opera Braudel scriveva: «La storia non è altro che una costante interrogazione dei tempi passati in nome dei problemi, delle curiosità e persino delle inquietudini e delle angosce, del tempo presente che ci circondano e ci assediano»[3], inquietudini che devono restare il principale motore per lottare insieme, uniti, congiungendo la memoria con l’immaginazione.


[1] Marc Bloch, Apologia della storia, presentazione di Lucien Febvre, Torino, Einaudi, 1950.

[2]  Fernand Braudel, Il Mediterraneo: lo spazio la storia gli uomini le tradizioni, traduzione di Elena De Angeli, Milano, Bompiani, 2008, p. 43.

[3] Ivi, p. 22.

Scritto da
Andrea Baldazzini

Classe 1992, laureato in filosofia contemporanea presso l'Università di Bologna, mi occupo di trasformazioni dei sistemi di welfare con particolare interesse per il Terzo Settore e il welfare di comunità. Presso la stessa università sono tutor del corso di alta formazione in Welfare Community Manager e collaboro con il Centro Servizi del Volontariato di Modena.

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