Il movimento BDS e Israele: scontri economici e informativi
- 18 Giugno 2021

Il movimento BDS e Israele: scontri economici e informativi

Scritto da Giacomo Centanaro

12 minuti di lettura

Stati e società civile organizzata negli scontri economici e informativi

In L’art de la Guerre Économique il politologo francese Christian Harbulot definisce in maniera evocativa la capacità di uno Stato di far valere i propri interessi in questa sfera del conflitto interstatale come “l’arte di combattere su scacchiere invisibili”. Infatti, le iniziative souterraines della “guerra” economica coprono un campo d’azione molto ampio, e includono operazioni di influenza e di pressione politica, di ingerenza (illegali), di spionaggio industriale e le moderne tecniche di guerra informativa. Nonostante l’estensione dei fenomeni rientranti in una definizione ne diminuisca la capacità analitica, esplicitare le diverse componenti è comunque utile per osservare come l’influenza si orchestri su livelli molto diversi, anche in intrecci meno evidenti e con velocità differenti rispetto ai tempi di azione e reazione statali, in reti sociali differenti[1]. Harbulot ricorda la sua esperienza come consigliere ai tempi della redazione del rapporto Martre[2] del 1994, che rappresenta un utile documento governativo sulla materia, una riflessione fortemente voluta dal presidente François Mitterrand[3]. Quello che allora veniva evidenziato da funzionari e studiosi era la sostanziale difficoltà delle imprese francesi a leggere e interpretare le sfide che venivano loro poste dal nuovo contesto iper-globalizzato[4].

Una risposta a queste difficoltà, condivise sia da attori pubblici che privati, è secondo Harbulot una rappresentazione del quadro analitico attraverso scacchiere poste su piani paralleli e interdipendenti, in cui le mosse di un attore di un piano si riflettono con effetti diversi sulle altre. Questa astrazione consente di identificare a livello concettuale le correlazioni e i contrasti tra azioni apparentemente isolate e svelare quindi la strategia dei diversi attori, in quanto tra le diverse scacchiere vi è permeabilità:

  • La scacchiera concorrenziale: imprese, categorie professionali;
  • La scacchiera istituzionale: Stati, istituzioni pubbliche, collettività;
  • La scacchiera della società civile: consumatori, sindacati, gruppi di interesse, associazioni[5];

Questo approccio appartiene a un filone di studi che – constatando una sempre maggiore importanza dei confronti sul piano geoeconomico – concentra la sua analisi sull’aspetto delle decisioni a livello di singolo attore economico e che, più che sul piano internazionale, dedica le sue riflessioni all’analisi delle informazioni e ai modelli decisionali più adeguati.

Con il caso del movimento BDS ci affacciamo alla terza scacchiera presentata da Harbulot, al potenziale ruolo che l’associazionismo organizzato di privati cittadini (spesso su una dimensione trans-nazionale) può ricoprire nell’ostacolare seriamente i progetti di Stati sovrani, che possono essere colpiti su fondamentali elementi politici quali la loro stessa legittimità. Si può subito lecitamente obiettare che difficilmente la protesta e l’opposizione di un gruppo di organizzazioni non governative contro un governo nazionale può essere considerato come un caso di scontro geoeconomico. Di fatto, però, ogni conflitto ha un potenziale politico e ideologico che può essere sfruttato dalle parti in gioco. In un contesto di comunicazioni globalizzate e istantanee si creano determinate percezioni trasversali alle diverse opinioni pubbliche nazionali, e determinati attori statali si possono sentire quindi costretti a prendere una posizione e ad agire di conseguenza.

La situazione allora assume un significato diverso, soprattutto se uno Stato vede minacciata la propria sicurezza in settori strategici per il proprio mantenimento e benessere. Il caso studio che segue ha delle ovvie e importanti implicazioni politiche riguardanti il conflitto israelo-palestinese, ma è possibile rintracciare in letteratura e nelle riflessioni offerte dalle grandi testate giornalistiche un ampio spettro di posizioni per tentare di averne un quadro il più oggettivo possibile.

 

Boycott, Divestment and Sanctions (BDS) e gli investimenti nei territori palestinesi

Nell’agosto del 2015, la società francese Veolia abbandonò il mercato israeliano, dove da vent’anni era presente con le sue filiali nei settori dell’acqua, dell’energia, dei servizi ambientali e dei trasporti. La motivazione ufficialmente addotta era di natura puramente economica, ma una grande responsabilità di questa decisione pesava sulle spalle della campagna “Boycott, Divestment and Sanctions” (BDS), condotta da diversi Paesi, sia occidentali che orientali[6]. Questa campagna, lanciata nel luglio del 2005 con il sostegno iniziale di 170 associazioni palestinesi[7] come forma di resistenza civile all’espansione politica ed economica israeliana nei territori occupati, aveva – già prima di Veolia – costretto un fondo pensioni dei Paesi Bassi e la principale banca danese a rinunciare a effettuare investimenti in Israele. Nel giugno del 2014, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahou descrisse BDS come una “minaccia strategica” agli interessi dello Stato ebraico. Le perdite finanziarie di Veolia furono stimate intorno a 20 miliardi di dollari, dovute agli ostacoli all’accesso ai mercati pubblici in Europa e negli Stati Uniti durante gli anni in cui era durata la campagna[8]. Nello stesso 2014 Veolia Environnement (la cui casa madre era stata impegnata insieme ad altre società nella costruzione di una linea tramviaria nei quartieri Est di Gerusalemme) subì, sotto la pressione di BDS, una perdita di contratti in Kuwait nel settore dell’acqua e dell’ambiente per un totale di 2,25 miliardi di euro; il gruppo decise allora di cedere la totalità delle sue attività in Israele al fondo di investimenti statunitense Oaktree Capital Management[9]. L’appello al boicottaggio nacque dopo che, ad un anno dalla decisione della Corte penale internazionale di sanzionare la costruzione del “Muro” sui territori palestinesi occupati, la situazione non vedeva alcun cambiamento, spingendo alcune parti a pensare al precedente storico dell’attivismo e della retorica utilizzata contro l’apartheid sudafricano. Il boicottaggio era una risposta alle politiche israeliane che offrivano vantaggi fiscali alle imprese che si sarebbero impiantate sui territori occupati. La campagna raccolse subito grande sostegno e mobilitazione in diversi Paesi, ed ebbe come sponsor anche membri della comunità accademica e popolari personalità che si schierarono pubblicamente contro la politica del governo israeliano, tra cui numerosi Premi Nobel e la stessa cognata di Sarah Netanyahu, moglie del Primo ministro[10].

In questo caso di studio è possibile individuare i possibili danni che possono essere inflitti attraverso la circolazione, l’utilizzo e lo sfruttamento oculato delle informazioni. Secondo Harbulot, la nuova natura di diffusione e fruizione delle informazioni è capace di invertire rapporti di forza che fino a vent’anni fa sembravano essere inscalfibili, parlando proprio di una nuova dinamica dei rapporti tra “forte” e “debole”[11]. La società dell’informazione ha offerto agli attivisti della società civile i mezzi per invertire – in alcuni casi e con determinate precondizioni politiche di garanzia dei diritti civili, ci sentiamo di specificare – questi rapporti di forza, prima dominati esclusivamente dalle forze politiche governative e dai grandi soggetti economici. Questi detenevano infatti il monopolio dei mezzi per imporre la propria visione: relazioni privilegiate con i poteri in carica, quote di partecipazione nei principali media, il peso finanziario per influenzare le istituzioni pubbliche e private, la conoscenza delle problematiche giuridiche e la capacità di ricorrere a strutture specializzate di lobbying e intelligence (anche economica)[12].

Il movimento BDS giustificava le sue azioni in base ad alcune precise premesse fattuali: lo Stato di Israele sfrutta e beneficia a livello economico dell’uso di territori occupati manu militari, che formalmente non sono stati annessi, insediandovi inoltre propri cittadini (i “coloni”). Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra – di cui Israele stesso è firmatario – ciò è illegale, ed è quindi da ritenersi illegale ogni attività economica che debba la sua esistenza a queste violazioni; allo stesso modo sostenere con acquisti o investimenti queste imprese sarebbe, secondo alcuni, come supportare attività criminali[13]. Sui territori palestinesi occupati sono impiantate numerose imprese israeliane, che beneficiano delle risorse naturali e della manodopera a basso costo locali; questa tendenza è aggravata dal fatto che l’UE riconosce a Israele, di cui è il principale partner economico, vantaggiosi benefici commerciali (come tariffe più basse e uguali standard qualitativi), ma non riconosce questo status ai prodotti provenienti dai territori occupati. Per ovviare a questo le imprese israeliane dissimulano spesso la reale provenienza dei prodotti e, sostenute direttamente dal governo israeliano, etichettano i propri prodotti con il marchio “made in Israel”[14] (come, per esempio, è stato fatto da Soda Stream[15]). Le aziende israeliane beneficiano di forti incentivi a stabilire fabbriche, magazzini e uffici nelle colonie: sussidi governativi, tasse meno elevate e soprattutto norme di tutela ambientale meno rigide e una manodopera esclusa dalle principali norme di diritto del lavoro israeliano. Per questo hanno un grande interesse a mantenere occulte le loro operazioni nelle colonie, affittando come facciata piccoli uffici all’interno dei confini ufficiali di Israele, indicati come sede effettiva dell’azienda[16]. Ad essere coinvolte nelle dinamiche economiche dei territori palestinesi sono anche imprese effettivamente israeliane ma che forniscono prodotti e servizi a controparti nelle colonie. Il valore economico di queste operazioni è per Israele molto alto e secondo alcuni questo porta la nutrita comunità imprenditoriale impegnata nei territori a godere di ampio credito politico presso la politica israeliana[17]. La questione è ovviamente oggetto di numerose valutazioni di natura politica e quindi ciò che per gli esponenti e i sostenitori del movimento è una legittima campagna di difesa dei diritti del popolo palestinese, per parti dell’opinione pubblica israeliana è una minaccia esistenziale, come per il quotidiano Yediot Ahronot, che solo nel giugno del 2015 pubblicò 80 contenuti riguardo il movimento BDS titolando, ad esempio, The Threat to the Right to Exist.

È in questa cornice che si collocano le azioni del movimento BDS: boicottaggio, ostacolo o ritiro degli investimenti e sanzioni. Ognuna di queste sfere si rivolge ad attori diversi, che possono essere influenzati in maniera diversa. Il boicottaggio è appannaggio principalmente dei consumatori e dei singoli componenti dell’opinione pubblica di un Paese che decidono di spendersi singolarmente per la causa, influenzando anche il comportamento delle istituzioni di cui sono parte[18]. Le sanzioni rientrano negli strumenti di esclusivo dominio dei governi nazionali, su cui vengono effettuate pressioni. Il “divestment” è invece appannaggio degli investitori, che non comprendono solamente pesi massimi finanziari, ma anche il piccolo azionariato diffuso familiare e ogni persona che sia interessata a come e dove sono investiti i propri risparmi (fondi pensione, università e sindacati detengono spesso asset finanziari). Un’operazione di sospensione o ritiro degli investimenti può essere dettata da ragioni ideologiche o morali (ad esempio non rendersi “complici”) o, meno romanticamente, da convenienza politica, sottraendosi a scomode posizioni e a potenziali danni di immagine. Un ritiro degli investimenti, dettato da ragioni politiche o morali, se continuato nel tempo arriverà a influenzare anche investitori prima impermeabili a determinati argomenti, che percepiscono un probabile calo nel valore delle proprie attività[19]. Shir Hever porta ad esempio il caso dell’azienda Africa Israel, le cui attività di costruzione nei territori occupati ne hanno fatto un bersaglio privilegiato della campagna BDS. Gli attivisti riuscirono con le loro pressioni a convincere il Norwegian Pension Fund a togliere il proprio sostegno finanziario all’azienda; a seguire, fecero lo stesso alcune banche svedesi e la compagnia Blackrock – che disinvestirono per ragioni economiche, più che politiche[20]. A seguito di ciò, il proprietario di Africa Israel, Lev Leviev, fu costretto a convocare una conferenza stampa in cui dichiarava di non essere in grado di soddisfare le richieste dei debitori[21]; 15 mesi dopo, Africa Israel dichiarò che non avrebbe più lavorato sui territori palestinesi occupati[22]. Il danno economico che negli ultimi 15 anni ha colpito numerosi grandi esponenti del mondo imprenditoriale israeliano, con un conseguente danno per l’intero sistema Paese, è evidente. Israele è, nello specifico, un Paese fortemente dipendente dai contatti commerciali con l’estero, sia per l’importazione di materie prime, di cui è largamente sprovvisto, sia per la cooperazione in termini di capitali con il mondo occidentale[23]. In un contesto regionale in cui la sua stessa esistenza è messa in discussione, una perdita di benessere economico e un parziale isolamento possono avere seri risvolti sulla sicurezza di un Paese.

L’effetto della campagna BDS non si è però limitato a interferenze economiche, ma ha portato anche a degli effetti tipici di una “wedge strategy” (letteralmente “strategia del cuneo”, incunearsi nello schieramento nemico per dividerlo), operazioni ibride (utilizzo orchestrato di un ampio spettro di strumenti per costringere un avversario alla propria volontà, coercizione articolata su più domini contemporaneamente) che lavorano sulle percezioni dell’opinione pubblica[24] e sull’utilizzo calibrato delle informazioni, indirizzandole a bersagli specifici. A partire dagli inizi del nuovo secolo, si è assistito a un significativo incremento di riferimenti negativi a Israele nei media internazionali. Per esempio, INSS Insight nel 2015 riportava come una ricerca che combinasse “Israele” e “apartheid” fornisse 50 articoli se si considerava il periodo che intercorreva tra il 1967 e il 2000 e 1741 articoli negli anni tra il 2001 e il luglio 2015[25]. La rinnovata sensibilizzazione sulla tematica dei territori palestinesi occupati e la decisa messa in discussione della ormai canonizzata soluzione dei due Stati[26] hanno polarizzato la discussione politica sulla questione palestinese sia in Israele che nell’opinione pubblica dei suoi maggiori alleati. Hanno spinto le forze che si collocano a sinistra verso un maggiore supporto per la causa palestinese, rendendo le riflessioni su Israele negli Stati Uniti sempre meno sfumate e più animate da partigianeria e nella comunità ebraica al di fuori di Israele hanno provocato un nuovo scisma all’interno nelle forze di centro-sinistra, sollecitando i sionisti più liberali a fare i conti con il perché essi hanno accettato il boicottaggio di alcuni prodotti degli insediamenti illegali ma non il boicottaggio dello stesso Stato che li promuove. Allo stesso tempo, hanno allarmato gli ambienti conservatori. Più radicalmente, il variegato e transnazionale movimento BDS ha messo in discussione il consenso della comunità internazionale verso la soluzione dei due Stati e ha risollevato la vecchia questione riguardo le fondamenta ideologiche del Sionismo su cui è stata fondata l’esistenza dello Stato di Israele[27]. Questo ha anche portato l’ex Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo a definire la posizione del movimento BDS come “anti-semitica” e ad assicurarsi che né fondi federali né governi alleati sostenessero entità legate ad esso[28]. Negli Stati Uniti, sono molte le amministrazioni statali in cui sono attualmente in vigore normative che sanzionano imprese, organizzazioni o cittadini che intraprendono o sostengono azioni di boicottaggio nei confronti di Israele. La questione della posizione da intraprendere nei confronti di BDS si pone ciclicamente ai massimi decisori politici statunitensi[29].

 

Conclusioni

Quella descritta non intende presentare una novità, bensì un’ulteriore dimostrazione di quanto cogenti per governi nazionali possano diventare schermaglie informative politiche (con le relative ricadute economiche) promosse da attori provenienti dalla società civile. Riferendoci a un fenomeno ritornato agli onori della cronaca a partire dalla globalizzazione degli anni Novanta (ma in realtà plurisecolare), la tendenza all’ibridizzazione delle dinamiche di offesa economica verso attori statali non si presenta solo nei diversi mezzi utilizzati nel conflitto tra Stati, lungo un continuum tra guerra e pace non più dicotomico, ma anche nei soggetti giuridici che le attuano. Il caso studio di questo articolo ha mostrato anche il basso costo, a fronte dell’impatto degli effetti sull’attore statale bersaglio, di azioni di coercizione che si articolano su più domini contemporaneamente. Se a partire dai primissimi anni del XXI secolo si è posta prepotentemente anche sul piano del diritto internazionale la questione di come qualificare, alla luce di trattati[30], consuetudini e sentenze, azioni ostili di attori privati capaci di minare la sicurezza interna di uno Stato, bisogna comunque – anche nel caso in analisi – evitare di utilizzare con disinvoltura l’etichetta di “guerra ibrida”. Questo perché esaspererebbe una intensa tendenza di “securitizzazione” che potrebbe derivare dall’etichettare come forma di guerra – seppur ibrida – storici strumenti di politica estera come la coercizione economica, la disinformazione e l’influenza in processi elettorali stranieri. Tralasciando considerazioni strettamente legate alla contesa politica, che le pratiche appena menzionate costituiscano minacce alla sicurezza di un Paese è innegabile, ma parificarle ad atti di guerra cinetica abbassa la soglia di percezione di ciò che viene considerato come pericolo esistenziale (come, per esempio, BDS è stato o è considerato da Israele) aprendo così la strada a un’escalation di azioni e reazioni altrimenti evitabile, dinamica particolarmente pericolosa nei casi in cui, contrariamente alle dinamiche qui descritte, a fronteggiarsi siano due attori statuali.


[1] C. Harbulot, L’art de la guerre économique. Surveiller, analyser, protéger, influencer, Edizioni Va Press, Versailles 2018, p. 93.

[2] Per una breve descrizione e il testo integrale della relazione si veda questo link. Il rapporto è considerato dalla quasi totalità della letteratura francese come l’atto fondativo del rinnovamento dell’intelligence economica francese. Si veda A. Laidi, Histoire mondiale de la guerre économique, Perrin, Parigi, 2016, pp. 484-486.

[3] C. Jean, P. Savona, Intelligence economica, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2011, p. 91.

[4] C. Harbulot, op. cit., p. 103.

[5] Ibidem.

[6] C. Harbulot, op. cit., p. 107.

[7] Secondo il sito ufficiale della campagna, le organizzazioni rappresentano le tre componenti maggiori del popolo palestinese: i rifugiati in esilio, i palestinesi che vivono sotto occupazione nella West Bank e nella Striscia di Gaza e i cittadini palestinesi discriminati nello Stato di Israele.

[8] Ibidem.

[9] Ivi, p. 108.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 67.

[12] Ivi, p. 68.

[13] Shir Hever, “Perspectives of an Israeli Economist” in Generation Palestine. Voices from the Boycott, Divestment and Sanctions Movement, Rich Wiles (a cura di), Pluto Press, 2012, p. 111. È giusto evidenziare che la posizione espressa da Hever nel suo contributo è certamente influenzata dalla sua opinione politica, che esprime apertamente nel paragrafo a p. 120 “Why do I support BDS?”, tuttavia la descrizione della cornice economica e l’analisi degli strumenti in mano al movimento BDS risulta oggettiva. Per avere un confronto che corrobori le sue osservazioni si veda Arturo Marzano, “L’Unione Europea e la “rimozione” del conflitto israelo-palestinese”, in L’Unione Europea e il Mediterraneo. Interdipendenza politica e rappresentazioni mediatiche (1947-2017), Sante Cruciani, Maurizio Ridolfi (a cura di), FrancoAngeli, 2017, pp. 191-208.

[14] Ibidem.

[15] Who Profits, Soda Stream; A Case Study for Corporate Activity in Illegal Israeli Settlements, Case Study No. 1., January 2011.

[16] S. Hever, op. cit., p. 111.

[17] Ivi, p. 112.

[18] Tra i numerosi esempi si è assistito a un sempre maggiore attivismo nei campus delle università europee e statunitensi, che ha destato grandi preoccupazioni nell’establishment israeliano, principalmente per via della trasversalità di parte delle proteste, che coinvolgeva anche studenti ebrei e membri della sinistra moderata e liberale. Non solo, quindi, associazioni palestinesi dalle posizioni nette e intransigenti. Si veda Zipi Israeli, Michal Hatuel-Radoshitzky, Fighting the Boycott: BDS and the Media, INSS Insight No. 731, Agosto 2015 e il lungo articoli di The Guardian, BDS: how a controversial non-violent movement has transformed the Israeli-Palestinian debate, 14.08.2018. Consultato 30.06.2020.

[19] S. Hever, op. cit., p. 114.

[20] Press Agencies, 2009, Blackrock Following the British Embassy, UNICEF and Oxfam – Withdraws from Investing in Africa Israel, Kalkalist, 25 August 2008.

[21] Gilad Shalmor, ‘Leviev: “Preparing as if the Crisis isn’t Over”’, Channel 2, 30 agosto 2009, in S. Hever, op. cit.

[22] Coalition of Women for Peace, ‘Press Release: Israeli Holding Company Africa Israel Claims it Will Not Build in Settlements’, Coalition of Women for Peace, 1 novembre 2010, in S. Hever, op. cit.

[23] Basti guardare i dati forniti dall’Observatory of Economic Complexity in merito ai dettagli dell’interscambio commerciale di Israele nel 2017, https://oec.world/en/profile/country/isr/.

[24] INSS, Fighting the Boycott: BDS and the Media, 11 agosto 2015.

[25] Ibidem.

[26] Ehud Rosen, What is the Real BDS Endgame? The Elimination of Israel, Jerusalem Center for Public Affairs Institute for Contemporary Affairs, Vol. 14/Number 3, February 12, 2014. Nell’articolo – chiaramente volto a dare un determinato tipo di immagine al movimento – sono state raccolte numerose dichiarazioni di alcuni degli attivisti più in vista del movimento, come quella del professore presso la California State University As’ad Abu Khalil “Justice and freedom for the Palestinians are incompatible with the existence of the State of Israel”.

[27] The Guardian, BDS: how a controversial non-violent movement has transformed the Israeli-Palestinian debate, 14.08.2018.

[28] “[…] anti-Zionism is anti-Semitism. The United States is, therefore, committed to countering the Global BDS Campaign as a manifestation of anti-Semitism”, U.S. Embassy in Israel, Identifying Organizations Engaged in Anti-Semitic BDS Activities.

[29] Human Rights Watch, US: States Use Anti-Boycott Laws to Punish Responsible Businesses. Laws Penalize Companies that Cut Ties With Israeli Settlements, 23 aprile 2019.

[30] Si pensi allo Statuto delle Nazioni Unite e all’eccezione al divieto di utilizzo della forza nelle relazioni internazionali in caso di autotutela da un attacco armato previsto dall’articolo 51.

Scritto da
Giacomo Centanaro

Laureato in Scienze Politiche – Studi internazionali alla Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze. Laureando alla magistrale in Relazioni Internazionali dell’Università di Firenze. Ha completato il Corso Executive Affari Strategici alla LUISS School of Government, tenuto in collaborazione con il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS). Ha completato un periodo di studio all’Université Paris 1 Pantheon-Sorbonne.

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