Intervista a Mario Del Pero sugli Stati Uniti

Del Pero

Abbiamo avuto il piacere di rivolgere alcune domande a Mario Del Pero, tra i principali americanisti italiani ed attualmente docente di Storia internazionale e Storia della politica estera degli Stati Uniti all’Institut d’études politiques/SciencesPo a Parigi. Del Pero ha inoltre insegnato per molti anni alla facoltà di Scienze Politiche “Roberto Ruffilli” dell’ateneo di Forlì.

La sua riconosciuta competenza nell’ambito della politica statunitense è riscontrabile nelle sue pubblicazioni, tra cui il recentissimo volume Era Obama (qui la nostra recensione), edito da Feltrinelli ed uscito nel 2017. Proprio nel suo ultimo lavoro Del Pero cerca di offrire una ricostruzione delle peculiarità e del lascito dell’amministrazione di Barack Obama in questi otto anni di presidenza, tra speranze e disillusioni seguite alla sua elezione.

L’intervista che segue si concentra in particolare sull’esperienza e sui nuovi paradigmi che la presidenza Obama ha impresso nella politica estera statunitense, in un periodo di riposizionamento e di riconfigurazione dell’egemonia americana sulla scacchiera globale, e quale sia, se esiste, il filo conduttore in termini politico-economici, che ha portato all’elezione imprevista del repubblicano Donald Trump.


La discontinuità politica di Obama si è, come lei afferma nel suo libro, perfettamente collocata all’interno di un moto di polarizzazione partitica alla quale il presidente ha finito per contribuire. In questo senso si può affermare che il fenomeno, imprevisto, dell’ascesa di Donald Trump sia un epilogo coerente di questa fase storica iniziata nel 2008?

Del Pero: In una certa misura sì. Se guardiamo le due mappe elettorali, le dinamiche di voto e gli indicatori degli exit poll vediamo che vi sono molte somiglianze tra il ciclo elettorale del 2008 e quello del 2016, ovvero che nel secondo si acutizzano e rafforzano elementi già presenti nel primo. Dopodiché Trump è sì il portato di un processo di polarizzazione politica ed elettorale fattosi vieppiù intenso, ma anche di un partito repubblicano spostatosi su posizioni sempre più estreme e radicali.

Una delle peculiarità della presidenza Obama è rintracciabile nel suo discorso di politica estera. L’internazionalismo liberal di Obama – discostatosi tanto dal «manualetto di Washington» e dall’unilateralismo militare di George W. Bush, quanto dall’interventismo umanitario clintoniano – come si può inquadrare?

Del Pero: Assieme alla presidenza Carter (1977-1981) quella di Obama è forse la presidenza dal 1945 a oggi che più ha cercato di parlare un lessico “post-imperiale”, centrato sul riconoscimento sia dei limiti con i quali gli Usa, e la loro politica estera, sono chiamati a confrontarsi sia della limitata spendibilità di uno strumento, quello militare, del quale si è abusato e si è sopravvalutata l’efficacia. In parte si è trattato di una risposta obbligata, imposta dall’indisponibilità dell’opinione pubblica statunitense a sostenere nuove crociate globali e dall’indebolimento relativo della posizione degli Stati Uniti. Questo nuovo discorso dei limiti si è concretizzato attraverso la definizione di una rinnovata gerarchia geopolitica – centrata sul primato del teatro dell’Asia-Pacifico – ed è stata veicolato per il tramite di un lessico soffertamente realista, come abbiamo visto bene in alcuni discorsi che hanno segnato l’era obamiana, su tutti quello a Oslo in occasione del conferimento del Nobel per la pace.

Nell’elezione del 2016 si è insistito sull’impresentabilità dei due canditati alla presidenza. Questa convinzione è attribuibile solamente all’agency di Obama, nell’aver impresso nuova linfa e credibilità all’ufficio presidenziale? Quanto hanno pesato, invece, la deriva populista di Trump e l’incapacità della Clinton di attirare un elettorato forse orfano della figura di Obama?

Del Pero: Da un lato agiscono dinamiche di lungo periodo che concorrono a un processo di delegittimazione della politica e di chi la rappresenta. Dall’altro vi è un oggettivo imbarbarimento della discussione politica e pubblica, alimentato forse anche dalle nuove forme della comunicazione e che consegue alla polarizzazione politica, finendo a sua volta per esasperarla. In un contesto così diviso e con due elettorati (e partiti) costruiti attorno a identità politiche e culturali sempre più omogenee e antitetiche, il traino primario di mobilitazione diventa l’opposizione alla controparte. E questo contribuisce ad alimentare campagne negative e al degrado del confronto politico. Trump è espressione e prodotto di quel degrado, prima ancora che causa e matrice. Io credo che tra i grandi meriti di Obama vi sia stato quello di aver quasi sempre risposto a questo degrado alzando la barra: offrendo un discorso alto, sofisticato e mai banale, come tanti suoi interventi pubblici ben dimostrano. Dimostrando insomma che quella in atto non può né deve essere una corsa al ribasso: che volgarità, demagogia e violenza verbale non sono naturali o irreversibili nel ciclo politico corrente.

Nell’ultimo biennio abbiamo assistito ad un presidente più spregiudicato, soprattutto in politica estera, nell’utilizzo degli strumenti presidenziali e nel confrontarsi faccia a faccia con l’opposizione serrata del partito repubblicano. Un atteggiamento diverso rispetto al primo biennio, quando sforzi notevoli furono dispiegati nelle riforme interne. Quali sono stai i fattori più determinanti nell’imprimere questa svolta? I successi raccolti da Obama tra il 2014 e il 2016 sono frutto di una gerarchia di priorità o di un potenziale politico finalmente liberato?

Del Pero: Intanto va detto che sono successi fragili proprio in quanto ottenuti utilizzando la leva presidenziale, nella forma di accordi e ordini esecutivi o di azione promossa non tanto per via legislativa – stante la rigida opposizione democratica – ma attraverso strumenti amministrativi, su tutti le indicazioni date alle burocrazie federali responsabili per l’attuazione di determinati provvedimenti. Detto questo, credo che l’attivismo dell’ultimo biennio presidenziale sia stato dovuto a una pluralità di fattori: a) il venire a maturazione di processi attivati prima (penso all’apertura a Cuba o ai negoziati, e poi accordi, con la Cina in materia di cambiamento climatico che sono stati in una certa misura propedeutici all’accordo di Parigi del dicembre 2015); b) la piena consapevolezza che la via della collaborazione bipartisan a lungo cercata e invocata non era in ultimo praticabile; c) l’auspicio – non realizzato – che anche laddove questi provvedimenti fossero stati poi bloccati (è così è stato su immigrazione e parte delle politiche ambientali), essi avrebbero tracciato un primo solco sul quale si sarebbe poi dovuta inserire l’azione dell’amministrazione Clinton.

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Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Alberto Prina Cerai: Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l'Università degli Studi di Torino nel 2015. Studia Storia Contemporanea a Bologna. Interessato di teoria e storia della geopolitica.

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