Intervista a Mario Del Pero sugli Stati Uniti
- 11 Giugno 2017

Intervista a Mario Del Pero sugli Stati Uniti

Scritto da Lorenzo Mesini e Alberto Prina Cerai

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In uno dei suoi ultimi libri, Fine del secolo americano?, Joseph Nye ha allontanato lo spettro di un presunto declino e di una forzata abdicazione americana dalla leadership nel sistema internazionale, convinto che gli Stati Uniti possano godere ancora di un ampio vantaggio – in termini di hard e soft power – rispetto agli sfidanti. Secondo lei in quest’orizzonte, nel dibattito tra declinisti e trionfalisti, come si può collocare e valutare la presidenza Obama?

Del Pero: Io credo che la categoria di declino, soprattutto nell’accezione molto meccanica con la quale spesso la si usa, sia inutile se non addirittura fuorviante. Rimanda a un’idea ciclica della storia, dove le relazioni internazionali sono una sorta di “gioco a somma zero”, in virtù del quale la preservazione dell’equilibrio ultimo impone che l’ascesa di potenza di un soggetto si combini con la concomitante e speculare riduzione della potenza di un altro. In un mondo caratterizzato da processi d’integrazione globale e forme profonde, e spesso assai contraddittorie, d’interdipendenza, il paradigma declinista insomma non mi pare granché utile. Dopodiché, se applichiamo quei parametri oggettivi cui si affida chi, come Mann o Kennedy, prova a “misurare” la potenza, il quadro che ne esce risulta assai più sfaccettato e gli otto anni di Obama non sembrano affatto indicare un’accelerazione del declino statunitense: la crescita economica si è attestata attorno a un buon 2% anno (con una disoccupazione attorno al 4.5); il PIL statunitense come percentuale di quello globale è tornato a salire; il ruolo egemonico del dollaro non è stato scalfito e anzi si è consolidato (come mostra la percentuale di dollari nelle riserve globali). Poi, ripeto, come la crisi del 2007-8 ben ci ricorda, nessuno ha interesse a un crollo degli Usa, che rischia (e ha rischiato) di portare con sé quello del resto del mondo.

In seguito alla crisi dei mutui subprime del 2008 come si è declinata la risposta economica dell’amministrazione Obama da poco eletta? Su quali misure specifiche e su quali convinzioni si è basata la risposta di Obama alla crisi? Ha trovato ostacoli? Quali sono stati i suoi effetti? Vi è stata discontinuità tra le misure di politica economica e fiscale prese dalla prima amministrazione Obama e quelle due precedenti amministrazioni repubblicane a guida Bush?

Del Pero: La discontinuità con Bush è stata marcata sul piano delle politiche di sostegno alla domanda (con lo stimulus del 2009), molto meno per quanto riguarda la politica di messa in sicurezza del settore bancario e finanziario, rispetto alla quale le due amministrazioni hanno agito in piena continuità (anche se con Obama vi è stato poi uno sforzo di ri-regolamentare tale settore ben più incisivo di quello che, presumibilmente, vi sarebbe stato con Bush). Lo stimulus ha rappresentato il più ampio programma di sostegno alla domanda della storia statunitense (il totale stanziato alla fine è stato di quasi 900 miliardi di dollari), anche se da sinistra vi sono state critiche, ché si riteneva dovesse essere anche maggiore. In estrema sintesi esso ha offerto un mix di tagli alle tasse, trasferimenti a enti locali in grave sofferenza, offerta di beni pubblici e finanziamenti ad attività produttive, soprattutto in ambiti ad alto contenuto tecnologico (come le fonti energetiche rinnovabili). Sono state mosse varie critiche al piano, da destra (per l’impatto sui conti pubblici) e, come detto, da sinistra. La gran parte degli studiosi ritiene che abbia avuto un effetto importante sulla crescita, anche se vi è una forte diversità di valutazione nel definire la natura del moltiplicatore attivato (e alcuni ritengono che la decisione di usare lo stimulus anche come strumento di lotta alla povertà abbia in taluni casi inciso negativamente sul moltiplicatore, portando a sovrainvestire in aree a basso reddito piuttosto che a capacità produttiva sottoutilizzata). Poi, lo stimulus è stato il primo esempio del rigido dogmatismo repubblicano, con le allora minoranze di Camera e Senato indisponibili, salvo rare eccezioni (3 senatori/trici), a votare a favore nonostante le evidenti concessioni dell’amministrazione.

Tra i principali propositi del neo-eletto presidente Donald Trump vi è stato quello di smantellare le varie misure della riforma sanitaria varata da Obama, note sotto il nome di ObamacarePotrebbe descrivere brevemente la natura dell’Obamacare? Quali ostacoli ha incontrato durante le fasi della sua approvazione e della sua implementazione poi? Quali sono i motivi che hanno suscitato l’accesa opposizione dei repubblicani e poi di Trump?

Del Pero: In poche righe è davvero difficile, poiché si tratta di una riforma complessa e articolata che s’innesta su di un corpo, quello del sistema sanitario americano, quasi grottesco nella sua complicatezza, nella sua farraginosità, nelle sue iniquità e, anche, nei suoi costi (tra il 15 e il 20% del PIL, ben al di là di quanto non costino i sistemi sanitari europei). In estrema sintesi, i pilastri della riforma sono stati: a) l’obbligo d’assicurazione individuale pena il pagamento di una sanzione pecuniaria; b) la proibizione della pratica, prima assai diffusa, di negare l’assicurazione sulla base delle “condizioni pregresse” di chi voleva assicurarsi (le assicurazioni, in altre parole, rifiutavano di coprire persone a rischio per i costi che ciò avrebbe comportato); c) Una serie di sussidi federali e, soprattutto, l’estensione della fascia della popolazione che può accedere alla copertura sanitaria pubblica di Medicaid (destinata alle fasce più povere della popolazione e amministrata a livello statale). Perché è stata così controversa e una parte della popolazione si è mobilitata così ferocemente contro di essa? L’obbligo di assicurazione è stato visto come una invasiva intrusione nella libertà individuale; molti americani erano soddisfatti del tipo di assicurazione di cui godevano (anche perché non vedevano la distribuzione dei costi ultimi e una spirale della spesa ormai fuori controllo); soprattutto ampliare il numero di assicurati, ovviando a un evidente elemento d’ingiustizia sociale, poteva comportare (e ha in taluni casi comportato) un aumento dei costi delle polizze per molti altri.

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Scritto da
Lorenzo Mesini e Alberto Prina Cerai

Lorenzo Mesini: Bolognese, classe '92. Laureato in Scienze filosofiche al Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Attualmente è dottorando in Filosofia presso la Scuola Normale di Pisa. Appassionato di arti marziali. Scrive su diverse riviste cartacee e online. Alberto Prina Cerai: Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l'Università degli Studi di Torino nel 2015. Studia Storia Contemporanea a Bologna. Interessato di teoria e storia della geopolitica.

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