La corsa globale al vaccino non è una nuova Guerra Fredda
- 10 Settembre 2020

La corsa globale al vaccino non è una nuova Guerra Fredda

Scritto da Fabio Lavagno

6 minuti di lettura

Possiamo affermare, nemmeno troppo provocatoriamente, che il 2020 non sia cominciato il primo gennaio, ma, almeno simbolicamente, che abbia trovato il suo vero inizio con il capodanno cinese. Nel seguire il calendario lunare, che fissava l’inizio del nuovo anno “del Topo” sul finire del mese di gennaio, la Cina, prima, e il Mondo, poi, sono entrati nel nuovo anno o forse, sarebbe meglio dire, in una nuova epoca.

Le settimane precedenti ai festeggiamenti sono state caratterizzate da una crescente apprensione a causa di notizie relative ad una grave infezione polmonare che si diffondeva da una città, Wuhan, invero poco conosciuta fino ad allora in Occidente, nonostante i suoi undici milioni di abitanti ed il suo essere capoluogo di un’importante provincia come lo Hubei.

Il resto lo conosciamo: la preoccupazione per Wuhan ha travalicato i confini della città, messa in quarantena, ed anche quelli della Repubblica Popolare Cinese, trasformandosi in pandemia mondiale secondo la dichiarazione dell’11 marzo 2020 da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, quando il Corona Virus Disease 19, meglio conosciuto con il suo acronimo di COVID-19, ha iniziato a condizionare le vite, le scelte dei governi e probabilmente influirà sui nuovi scenari mondiali.

Il propagarsi del virus a livello planetario ha, dunque, messo in evidenza atteggiamenti differenti, in base alle attitudini delle istituzioni che si sono trovate ad affrontarlo. Se l’Unione Europea ha evidenziato una volta di più la propria frammentarietà e il ritardo nel dare risposte comuni, ha comunque mantenuto saldo il principio di universalità di accesso ai propri sistemi sanitari e, seppur tardivamente, ha previsto misure imponenti e straordinarie con le quali affrontare le conseguenze sociali ed economiche. Opposto all’atteggiamento europeo quello statunitense, che con il proprio impianto sanitario, i fondamenti liberisti della propria economia e la presidenza di Donald Trump, vanta il non invidiabile primato per decessi a livello mondiale. L’epidemia si è inserita quindi nei sistemi politici e nel dibattito pubblico, incrinando, forse definitivamente, la fiducia nell’efficacia dei sistemi liberali che, per quanto abbiano dato risposte differenziate, sono state percepite come tardive o inefficaci in particolare a causa di un distorto paragone con regimi autoritari o semi-autoritari, i quali hanno beneficiato, nelle risposte alla crisi sanitaria, di asset differenti (economia pianificata, controllo delle informazioni e dei media, centralità decisionali) e che non hanno esitato ad utilizzare strumenti propagandistici nel descrivere la propria immagine[1].

Tra questi, la Cina è riuscita, nel giro di poche settimane, a ribaltare la propria percezione esterna che, in quanto luogo d’origine dell’epidemia, corrispondeva a quella di “untrice” del Mondo. Un’attenta tessitura di relazioni diplomatiche, aiuti e missioni – tipiche del soft power cinese – e l’arresto della crescita di contagi e vittime hanno permesso un processo di “de-sinizzazione” del virus, ribadendo la posizione di Pechino come uno tra gli attori principali sulla scena mondiale[2].

Se la Russia in un primo tempo ha assunto una posizione minimizzatrice rispetto a vittime e contagi, offrendosi come partner per l’aiuto di Paesi europei (le vicende e i dubbi che legano queste azioni ad operazioni di intelligence, dimostrano il carattere non propriamente disinteressato di queste operazioni) ha dovuto fare presto i conti con una realtà ben più drammatica. Sul piano simbolico la stessa Russia gioca la sua partita, come gli altri principali attori mondiali, rispetto alla ricerca di un vaccino. Ed è proprio sulla “corsa” al vaccino che si sta aprendo un’importante sfida internazionale, capace di portare con sé conseguenze non solo di carattere sanitario, ma anche e soprattutto geopolitiche, nonché economiche e simboliche.

Nei giorni scorsi la rivista «Lancet»[3] ha riportato la notizia secondo la quale il vaccino russo svilupperebbe anticorpi, ma già dall’inizio di agosto è chiaro l’intento di Vladimir Putin di sfruttare il tema del vaccino per posizionare il proprio Paese sul palcoscenico mondiale[4]. Non è tanto la dichiarazione resa l’11 agosto da parte del presidente russo, dove si affermava che il primo vaccino registrato contro il Covid sarebbe stato iniettato alla figlia, quanto il nome scelto per lo stesso: Sputnik – come il primo satellite lanciato in orbita nel 1957 dall’Unione Sovietica – a voler sottolineare una primazia scientifico-tecnologica rispetto agli altri Paesi.

Se quello russo vuole apparire una sorta di “atto di forza”, il vaccino europeo, nelle parole spese da parte della Commissaria Stella Kyriakides, manterrà il principio di universalismo e della (necessaria) collaborazione con le aziende farmaceutiche (AstraZeneca) per la fornitura di 300 milioni di dosi, più la possibilità di ottenerne altri 100 milioni, con l’obiettivo di creare scorte pari a 1,5 miliardi, tali da consentire di soddisfare le richieste non solo dei cittadini comunitari, ma anche quelle dei partner[5]. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la corsa al vaccino si intreccia con quella alla Casa Bianca, con Trump alla ricerca della riconferma. In questo caso, le preoccupazioni principali sembrano legate alla possibilità di divulgare annunci in “tempo utile” per eventualmente condizionare il risultato elettorale e ribadire la polemica con le organizzazioni internazionali – in primis l’OMS – accusate di essere conniventi con le autorità di Pechino, in piena coerenza con le dispute commerciali e le minacce (dazi, 5G, social network come WeChat e Tik-Tok), con l’irrealistico intento di riportare in pareggio la bilancia commerciale USA-Cina, e secondo i dettati dell’America First. Gli Stati Uniti corrono, così, il rischio di trovarsi isolati nella ricerca di un vaccino, così come gli equilibri internazionali risentiranno di un progressivo e sempre più marcato ritiro di quello che era considerato il “gendarme del mondo”.

La Cina, dal canto suo, è uno dei 172 Paesi che collaborano con l’OMS al progetto “Covid-19 Vaccine Global Access Facility[6]” – che tanto ha fatto infuriare Trump – e secondo quanto dichiarato da Xi Jinping in occasione della 73esima Assemblea dell’OMS nel maggio 2020 il vaccino dovrà avere le caratteristiche di “prodotto pubblico globale” tale da essere accessibile anche ai Paesi in via di sviluppo[7]. Una retorica, quella del presidente cinese, che si accompagna alla promessa di aiuti economici e sanitari soprattutto verso l’area africana, da tempo ormai, influenzata dalla presenza cinese. Alle parole di Xi sembrano fare eco quelle di Liu Jingzhen (Presidente del Gruppo Sinopharm), che nei giorni scorsi, descrivendo lo stato di avanzamento della ricerca del vaccino e ipotizzando i ritmi di produzione e somministrazione, ne vanta l’assoluta economicità[8].

La ricerca del vaccino ha, nell’ottica cinese, un aspetto simbolico tutt’altro che trascurabile. Uno dei poli di ricerca, infatti, ha sede presso un istituto di Sinopharm, proprio a Wuhan. Nella decisione di ubicare nella città simbolo della diffusione mondiale del virus la ricerca del vaccino che sarebbe la soluzione ad una catastrofica crisi sanitaria, economica e sociale, resta del tutto evidente l’intento di riscatto e di proiezione verso il futuro. Si tratta della stessa volontà di riscatto che ha guidato le classi dirigenti cinesi dalla fondazione della Repubblica Popolare fino a Xi Jinping: una progressiva emancipazione dal cosiddetto “secolo di umiliazione” che ha condotto un Paese rurale e sottosviluppato a sfidare, da pari, le superpotenze mondiali.

È evidente che ci troviamo di fronte ad una sorta di spartiacque e che la ricerca del vaccino – così come la gestione delle crisi sanitaria ed economica – determinerà i futuri equilibri mondiali. Attualmente, risulta molto difficile fare previsioni, ma certamente restano errati e talvolta fuorvianti certi riferimenti espliciti e richiami a scenari che evocano (o invocano) una nuova Guerra Fredda o gli equilibri dei blocchi contrapposti[9]. I due principali contendenti – Cina e Usa – «non offrono più modelli economici così diversi a chi si schieri in un campo o nell’altro, e dunque non costringono necessariamente a scegliere: ciò fa prevedere che le alleanze resteranno fluide, e non “bloccate” come invece era accaduto fino a pochi decenni fa»[10]. Si tratterà pertanto di uno scenario piuttosto incerto e mutevole, caratterizzato da forme di multilateralismo, in cui difficilmente si delineeranno prospettive di stabilità. In questo contesto, probabilmente non facile, una sfida particolarmente importante la dovranno sopportare le (sempre più in crisi) democrazie liberali – ulteriormente minate al proprio interno da un crescente populismo[11] – e le istituzioni comunitarie, in primo luogo, l’Unione Europea.


[1] Sulla crisi delle democrazie liberali, aggravata dall’emergenza sanitaria, si veda il recente contributo di D. Palano, La democrazia e il contagio globale, in A. Campi (a cura di). Dopo. Come la pandemia può cambiare la politica, l’economia, la comunicazione e le relazioni internazionali, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020 [E-book], pp. 25-36.

[2] F. Lavagno, Il ruolo della Cina durante (e dopo) la pandemia? Sempre più forte nel mondo, in «Gli Stati Generali», 25 marzo 2020.

[3] Burki, T. K. (2020). The Russian vaccine for COVID-19 in «The Lancet Respiratory Medicine», DOI: https://doi.org/10.1016/S2213-2600(20)30402-1.

[4] Sulla Russia di Vladimir Putin e le sue politiche, cfr. in M. Morini, La Russia di Putin, il Mulino, Bologna 2020. Sullo stesso tema, si veda anche Il referendum costituzionale, la crisi bielorussa e il futuro del Cremlino: intervista a Mara Morini, in «Geopolitica.info» (1 settembre 2020).

[5] European Commission, Coronavirus: the Commission signs first contract with AstraZeneca, 27 agosto 2020.

[6] World Health Organization, 172 countries and multiple candidate vaccines engaged in COVID-19 vaccine Global Access Facility, 24 agosto 2020.

[7] XinhuaNet Chinese Version, 习近平在第73届世界卫生大会视频会议开幕式上致辞, 18 maggio 2020.

[8]XinhauaNet Chinese Version, 新冠肺炎疫苗何时上市, 18 agosto 2020.

[9] M. Molinari, La corsa al vaccino nella nuova Guerra Fredda Usa-Cina-Russia, in «La Repubblica», 6 settembre 2020. Diversi autorevoli quotidiani hanno titolato in maniera simile negli ultimi giorni.

[10] Cit. da: C Mingardi e A. Prina Cerai, (a cura di). Il mondo prima e dopo il coronavirus. Intervista a Paolo Magri, in «Pandora Rivista», n. 2/2020, p. 76.

[11] Sull’ascesa dei cosiddetti “neopopulismi” e sui fattori che porterebbero ad una loro stabilità all’interno dei sistemi politici a democrazia consolidata, si veda, tra gli altri, P. Graziano, Neopopulismi. Perché sono destinati a durare, il Mulino, Bologna 2018.

Scritto da
Fabio Lavagno

Laureato in Lingue e Letterature Orientali (cinese) all’Università Ca’ Foscari di Venezia e specializzato in Studi Storici Internazionali all’Università Sorbona di Parigi, è professore di Lingua e Civiltà Cinese presso due Licei del Piemonte. Parlamentare nella XVII Legislatura, ha fatto parte delle Commissioni Finanze e Lavoro ed è stato membro di diverse delegazioni internazionali a Taiwan e in Giappone. Nel 2018 ha ottenuto una borsa di perfezionamento nell’ambito del Huayu Enrichment Scholarship Program dei Ministeri dell’Educazione e degli Affari Esteri della Repubblica di Cina (Taiwan) presso la National Normal University di Taipei. È autore con Vladimiro Satta di “Moro. L’inchiesta senza finale” (Edup 2018) e collabora con «Gli Stati Generali».

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