“La storia al tempo dell’oggi” di Francesco Benigno
- 30 Gennaio 2026

“La storia al tempo dell’oggi” di Francesco Benigno

Recensione a: Francesco Benigno, La storia al tempo dell’oggi, il Mulino, Bologna, 2024, pp. 176, 14 euro (scheda libro)

Scritto da Andrea Raffaele Aquino

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Che cosa chiediamo alla storia? Se essa, travolta nell’epoca della post-verità, appare non più capace di comprendere, interpretare e spiegare il mondo presente, allora a cosa serve? E perché continuare a studiarla?

A partire da queste domande Francesco Benigno, professore di Storia moderna alla Scuola Normale Superiore di Pisa, si mette alla prova e ci interroga sul significato del nostro presente e sulle deludenti aspettative di osservarlo attraverso il tradizionale e ormai esausto legame tra l’oggi, l’ieri e il domani. Ne nasce un viaggio metodologico e semantico attraverso le principali questioni della disciplina storica, rilette e ripensate lucidamente alla luce della contemporaneità, raccolte in un agile volume dal titolo La storia al tempo dell’oggi (il Mulino 2024). L’autore non è nuovo a trattazioni del genere – qui ricordiamo solo Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia (Viella 2013) – ma questo lavoro è esplicitamente concepito come un piccolo e denso volumetto, in linea con la collana in cui è inserito, Voci, che cerca di offrire risposte – o più spesso nuove domande – a grandi questioni della nostra società, in spazi ridotti, costringendo l’autore e il lettore a soffermarsi sull’essenziale.

Diciamolo subito: la storia, al contrario di altre discipline umanistiche, oggi è in alcune sue forme una materia popolare, sulla bocca di tutti. Identitarismo e memoria ne caratterizzano le espressioni attuali, mentre un futuro incerto e forse in eclissi, complici le crisi climatica, pandemica ed economica, sembra far vacillare il vecchio mito delle “magnifiche sorti e progressive” e di uno sviluppo perenne, senza costi e senza soluzione di continuità, come è stato inteso negli ultimi due secoli.

Alla base di qualsiasi riflessione storica sul presente, Benigno pone la consapevolezza di essere intrappolati in un “moderno che non finisce”, un passé qui ne passe pas. Pur nella convinzione che l’industrialismo e il produttivismo che hanno trainato la crescita economica del XIX e XX secolo appartengano al passato, restiamo ancorati a quel modello economico, non riusciamo a pensare a un futuro diverso e questo ci obbliga a guardare indietro nel tempo, svelando esempi, modelli e orrori del passato, che sembrano costantemente ritornare. L’ineffabilità del periodo che viviamo si evince dal rapidissimo esaurimento di definizioni e categorie continuamente elaborate dagli storici come quelle di post-modernità e di post-contemporaneità, ormai già superate.

In questo contesto, la storia, tra appiattimento sul presente e miti costitutivi di “male sacro”, si trasforma in liturgia della memoria: una memoria emotiva, impressionistica, “che crea un ponte diretto e vertiginoso tra l’oggi e quell’evento unico e minaccioso, da ricordare e da scongiurare, che fonda l’identità collettiva di un gruppo o di un popolo”. Un discorso profondamente connesso al mito delle origini e a identificazioni etnico-culturali strumentali per costruire radici e per giustificare scelte tutte contemporanee, come ha spiegato Patrick J. Geary ne Il mito delle nazioni. Non si tratta di una novità: basti pensare alla sistematica cartografia dei “luoghi di memoria” prodotta dalla storiografia recente, ma in un’epoca di post-verità, dove non conta più cosa si dice ma quante interazioni provoca ciò che viene detto, la storia diventa, orwellianamente, instrumentum regni. La memoria si configura come una storia fai da te, uno spazio conflittuale (pensiamo alle “guerre di memoria”) che non prevede verifica; del resto, una narrazione storica funziona finché è letta, finché circola, e anche se viene smentita non è meno “vera”. Gli storici sanno che la verità è una categoria problematica nel lessico della disciplina: sul piano ermeneutico non esistono narrazioni vere o false, ma narrazioni funzionanti o non funzionanti. La post-verità mette, tuttavia, in dubbio fatti anche noti, come lo sbarco sulla Luna o l’esistenza del virus SARS-CoV-2, o talvolta crea teorie del complotto piuttosto permeanti, in una società sommersa da informazione di qualità diversissima, incapace di selezionare, e quindi disinformata. Da ultimo, l’intelligenza artificiale arriva ad inventare fatti, bibliografie, interpretazioni seguendo un principio elementare: l’importante è che sia credibile, attraente e verosimile, non deve per forza essere vero. Nella medesima direzione sembra muoversi anche l’ordinamento scolastico, sempre più attento a raccontare la storia, piuttosto che a problematizzarla. La disciplina si trasforma in un insieme di fatti da memorizzare e collocare su una linea del tempo, senza bisogno di leggere le fonti o di confrontarsi con analisi storiografiche critiche. Eventuali progetti di realtà virtuale che sostituiscono l’apprendimento testuale – si pensi alla pubblicità di Meta di alcuni anni fa che prometteva di rivoluzionare l’insegnamento della storia mediante un visore virtuale – assolvono proprio a questo compito, così come scelte “immersive” di taluni musei che, nell’epoca del contenuto “instagrammabile”, puntano quasi esclusivamente su ciò che può catturare rapidamente l’attenzione, sorprendere e colpire visivamente.

Potremmo dire, allora, che per la storia, almeno per come l’abbiamo conosciuta e studiata, non c’è più posto. E, senza dover esprimere giudizi, siamo chiamati, come storici e come società, a reagire. La storia va perciò ripensata, tanto come disciplina scientifica quanto nel suo rapporto con i non addetti ai lavori e con la terza missione, quella divulgativa. Benigno, mostrando un’acribia notevole, ne descrive le principali linee di espressione presenti, immaginando quelle future. Anzitutto, si registra un’espansione spazio-temporale notevole: dalla Deep History, che supera il tradizionale scoglio-limite della scrittura e si avvale di nuove discipline sussidiarie, alla World History e poi alla Global History, che nasce dal rifiuto dell’eurocentrismo e percepisce l’esigenza di esaltare le connessioni e i contatti, senza più centri o periferie. Si assiste anche al ritorno della soggettività, a lungo rimossa da una storiografia che mirava all’obiettività, a volte sfociando nel descrittivismo. Constatata la limitatezza di tale modello, la soggettività, per reazione, viene sdoganata, dando spazio a prospettive che si concentrano sulle minoranze (di genere, etniche, sociali, religiose, urbane), alla storia delle idee, delle emozioni, alla storia locale e talvolta prende il sopravvento, facendo di nuovo scivolare il discorso nella memoria e nelle emozioni.

L’ultima parte del lavoro di Benigno è forse la più interessante, perché affronta direttamente il tema dell’identità tra storia e storiografia a livello internazionale. L’autore registra una tendenza a rimuovere determinati temi e ad affidare la trattazione di altri, soprattutto concernenti le minoranze, esclusivamente a studiose e studiosi facenti parte di tali minoranze, che rivelano una difficoltà a giudicare il passato con categorie altre dalle nostre e soprattutto la tentazione di considerarlo, a prescindere, diviso in categorie di cui, in molti casi, gli uomini e le donne del passato non avevano contezza. Si tende quindi, nell’ottica di un’iperspecializzazione, a isolare chierici, militari, mercanti, ebrei, donne, esaltando i caratteri precipui di ciascuna comunità piuttosto che gli elementi di connessione. Questa compartimentazione favorisce prospettive di microstoria e spesso non aiuta, o rende materialmente impossibile, ricostruzioni di ampio raggio, superando il pluralismo e cambiandone i connotati concettuali. D’altra parte, la cosiddetta cancel culture, ancora non oggetto di studi precipui, detta le norme sulla fruizione del passato e sulla sua pensabilità anteponendo, ancora, l’emozione all’analisi. È evidente che la storia non ha esclusivamente valore “museale”, ma anche memoriale e ogni comunità può e deve scegliere i simboli, anche materiali, che la caratterizzano. In molte università americane però questa tendenza ha portato a ostracizzare autori, temi, libri, fonti considerati offensivi. La questione sulla storia è diventata politica, tra difensori e detrattori e, parafrasando, in ogni guerra la prima vittima è proprio la verità (storica).

Per uscire dall’opacità Benigno propone alcune linee di ricerca: il riconoscimento della pluralità delle identità, spesso liquide; l’interazione tra strumenti e categorie proprie della storia antica-medievale e moderna-contemporanea; il dialogo tra centro e periferia; l’attenzione ai diversi livelli di identità: città, corporazioni, singolo, e soprattutto, il ritorno alla storia come problema, più che come descrizione o racconto.

In conclusione, Francesco Benigno propone un volume agile ma densissimo di contenuti, forse non per tutti per la profondità ermeneutica che lo caratterizza. Eppure, che riguarda il vissuto di tutti, perché ogni lettore si sarà imbattuto, direttamente o indirettamente, in pratiche di identitarismo; avrà sentito in televisione, forse con perplessità, l’espressione cancel culture; o si sarà accorto di aver creduto, suo malgrado, a una notizia dimostratasi poi falsa. Da questo dialogo tra lettore e autore emerge una vera e propria “radiografia” non solo del senso della storia nel presente, ma anche del nostro presente stesso, strappato, rattoppato, scucito, con urgente bisogno non di un ripensamento ma di una vera e propria rivoluzione metodologica, che coinvolga discipline umanistiche e scientifiche, metodologie differenti, attori plurali.

Scritto da
Andrea Raffaele Aquino

Dottorando in Storia, Antropologia, Religioni, curriculum medievistico, alla “Sapienza” Università di Roma. Si è diplomato presso la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Roma. È inoltre membro della Consulta Giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura.

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