La NATO e la comunità transatlantica al bivio dei 70 anni
- 05 Aprile 2019

La NATO e la comunità transatlantica al bivio dei 70 anni

Scritto da Alberto Prina Cerai

7 minuti di lettura

Il 3 aprile, il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha tenuto un sentito e apprezzato discorso sullo stato dell’Alleanza Atlantica di fronte ad una sessione congiunta del Congresso. Un onore che, nel corso del tempo, è stato riservato ai più grandi oratori e rappresentanti degli alleati americani. Francois Mitterand, Margaret Thatcher, Nelson Mandela, Tony Blair fino alla più recente apparizione di Emmanuel Macron circa un anno or sono, tutti hanno – con la notevole eccezione di Benjamin Netanyahu nel suo durissimo intervento del 2015 contro l’accordo sul nucleare iraniano – generalmente riscosso apprezzamento e rinsaldato tanto la cooperazione atlantica, quanto quello storico appoggio bipartisan di democratici e repubblicani che, al netto di alcune discontinuità, ha costituito il pilastro domestico della leadership americana all’interno della NATO.

Il valoro simbolico della presenza di Stoltenberg al Congresso è rilevante ancor prima dei contenuti del suo discorso. Un evento inusuale, trattandosi della prima volta che il supremo leader della NATO si rivolge alla platea di Capitol Hill. E non si tratta sicuramente soltanto di una celebrata ricorrenza, ora che si è giunti al traguardo dei settant’anni dalla ratifica del North Atlantic Treaty. Oggi più che mai è in gioco lo status strategico e valoriale della comunità atlantica. Le sfide, d’altronde, sono all’ordine del giorno su entrambe le sponde. Da una parte impersonificate nella visione di Donald Trump, che della NATO ha fatto bersaglio durante la sua campagna elettorale nel 2016 definendola «un’alleanza obsoleta», criticando la logicità della difesa collettiva e, naturalmente, il drenaggio delle risorse destinate alla spesa militare dell’alleanza, a uso e consumo europeo e a svantaggio americano. Dall’altra, la crisi trasversale che attraversa la politica europea – con l’avvicinarsi delle prossime elezioni – che ha e avrà un impatto significativo nella tenuta e salute della comunità transatlantica.

Soffermarsi su quest’ultimo concetto, prima ancora che sulla ratio militare dell’alleanza, così come fu concepita dai suoi padri fondatori nel percorso storico che portò alla sua creazione, aiuta a comprendere l’importanza e la pregnanza delle parole di Stoltenberg nel delineare le sfide attuali e prossime della NATO.

Il 4 aprile 1949 Harry Truman, durante la cerimonia per la ratifica del trattato, ne riassunse in poche sintetiche righe la natura:

«What we are about to do here is a neighborly act. We are like a group of householders, living in the same locality, who decide to express their community of interests by entering into a formal association for their mutual self-protection»[1]

È bene considerare la scelta delle parole, così come impone la tradizione della retorica presidenziale, come il frutto di una chiara gerarchizzazione. Infatti, come si evince dalla citazione, fu la preesistenza di una comunità di interessi, di valori e di principi liberal-democratici tra le due sponde dell’Atlantico che rese condizione necessaria, ma non sufficiente, la creazione di un’alleanza militare – peraltro osteggiata negli Stati Uniti da una cospicua fetta di isolazionisti e di fedeli seguaci del monito di George Washington – per il consolidamento della comunità transatlantica.

Proprio l’anno precedente, l’amministrazione Truman aveva varato il Piano Marshall – il vero perno strategico della teoria del contenimento dell’Unione Sovietica – con il quale, come argomentato brillantemente da Benn Steil, gli Stati Uniti avrebbero assicurato, in un’ottica squisitamente realista, la ripresa economica dell’Europa e il suo definitivo orientamento verso Washington. Da un equilibrato calcolo geopolitico derivò la conclusione che una salda partnership tra Europa e Stati Uniti – uniti da una comune causa in favore della liberal-democrazia – avrebbe tenuto a bada le ambizioni dell’orso sovietico, fattosi sempre più assertivo e minaccioso, ma soprattutto affermato la leadership egemonica statunitense[2].

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Indice dell’articolo

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Pagina 2: Le origini della comunità atlantica

Pagina 3: Vecchie e nuove minacce


[1] Harry S. Truman citato in Lawrence S. Kaplan, A Community of Interests: NATO and the Military Assistance Program, 1948-1951, Washington, Office of Secretary of Defense, 1980, p. II.

[2] Benn Steil, Il piano Marshall. Alle origini della guerra fredda, Donzelli Editore, Roma 2018.


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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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