Note su alcuni usi recenti della categoria di fascismo

Fascismo

Pagina 2 – Torna all’inizio

Dall’Ur-fascismo al fascistometro 

Si tratta di un’operazione polemica ma piuttosto indicativa delle idee di un importante blocco sociale, che tende a fare poche distinzioni e, di fronte allo sgretolamento di un intero sistema politico, reagisce tacciando di fascismo ciò che mette in discussione l’esistente (come se l’esistente non fosse già un problema). Nella condanna della Murgia cadono tutti: oltre, ovviamente, ai capisaldi della Lega, diventa fascista lo slogan primigenio dei 5 Stelle («uno vale uno»), espressione piuttosto di un democratismo ingenuo; così come fascista è la renziana «rottamazione», insieme all’antiparlamentarismo spicciolo della polemica contro i privilegi dei parlamentari. Essa, invero, fu iniziata da due giornalisti dello storico giornale espressione della borghesia del Nord, il Corriere della sera (è lì che nasce «la casta»), dando ancora una volta ragione a Gramsci che parlava di sovversivismo delle classi dirigenti italiane. È singolare che giornalisti del Corriere, M5S – novelli fascisti – e presidente dell’Inps siano stati per anni uniti nella polemica contro i vitalizi (se le analogie vanno cercate, è da ricordare che furono proprio i liberali al potere a permettere l’ascesa del fascismo in Italia, così come furono capitali provenienti dalle democratiche Francia e Inghilterra a permettere a Mussolini di fondare il Popolo d’Italia).

Ognuna delle 65 tesi della Murgia meriterebbe un commento a sé (ma la distinzione, come detto sopra, è impossibile se si riduce tutto all’amico/nemico, antifascista/fascista). Per esempio, la tematica dell’antiparlamentarismo è sempre stata tipica della destra, ma di per sé affermare che il Parlamento non funziona non è necessariamente funzionale al “rottamarlo”, ma magari anche a farlo funzionare meglio. Dopotutto, altro è difendere le istituzioni democratiche, altro è farne feticcio: anche il pensiero che discende da Marx voleva la fine dello Stato come separazione tra società civile e società politica. Tra il serio e il faceto, Bordiga (allora segretario comunista, che fu sottoposto a restrizioni da parte del fascismo – meno di altri, perché fu poi espulso dal partito) nel 1922 affermava: «i fascisti vogliono buttar giù il baraccone parlamentare? Ma noi ne saremmo lietissimi». Nella Costituzione italiana è affermato l’istituto liberale dell’assenza del vincolo di mandato del parlamentare, che rappresenta (ciascuno) la Nazione. Ma è fascismo affermare che «senza vincolo di mandato i parlamentari cambiano casacca ogni volta che vogliono», in un paese dove dai tempi della Destra e della Sinistra storica il trasformismo è di casa? Prima dei reclami dei 5 Stelle, il vincolo di mandato e la revocabilità dei delegati (non rappresentanti) era d’uso nei Soviet. È chiaro che il soggetto sostanziale della politica parlamentare, in tale caso, sarebbe non il singolo parlamentare ma il partito, e tuttavia non si può dire che di questi tempi il problema sia l’onnipotenza dei partiti, quanto piuttosto il contrario.

Ancora: «il suffragio universale è sopravvalutato». Può valere a dire che sarebbe meglio privare molti del diritto di voto (cosa che, in realtà, molti lettori della Murgia pensano si debba fare proprio con gli elettori della Lega e dei 5 Stelle). D’altro canto, il suffragio universale è in effetti sopravvalutato se davvero si pensa che l’«opinione di un qualsiasi imbecille» valga «esattamente quanto quella di chi allo Stato e alla Nazione dedichi le sue migliori forze»: «i numeri (…) sono un semplice valore strumentale (…). E che cosa poi si misura? Si misura proprio l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle élites (…). Le idee e le opinioni non “nascono” spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione (…). La numerazione dei “voti” è la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che “dedicano allo Stato e alla Nazione le loro migliori forze” (quando lo sono). Se questo presunto gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede, non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi “nazionali” (…)» (Gramsci, Quaderno 13, nota 30). Partendo da una concezione di democrazia che ha letto e capito la lezione della migliore scienza politica italiana (Mosca etc.), il suffragio popolare, qualora lo si intenda come essenza unica della democrazia (democrazia formale, che si riduce alla regola della maggioranza), allora è davvero sopravvalutato: ma non nel senso che, assegnando a «ogni imbecille» (ogni “analfabeta funzionale”) un potere, è un metodo da cambiare perché sbagliato; bensì nel senso che «ogni imbecille» non ha alcun vero potere. Ed è da dubitare che un simile ragionare sia fascista.

Tema peculiare è quello dell’immigrazione, circa il quale viene in rilievo il famoso «sarebbe meglio aiutarli a casa loro», intenso come un modo per lavarsi le mani del problema. Tuttavia, da un punto di vista strettamente letterale, è fascista ritenere che un africano debba poter vivere, se ritiene, dove è nato, senza dover fuggire? Restringendo il problema all’Italia: se al Sud non c’è lavoro e i giovani vanno al Nord, ciò è un problema, che si risolve – oltre all’ovvia condanna del vecchio “non si affitta ai meridionali” – creando il lavoro al Sud, senza che ciò sia una soluzione fascista. Singolare, al proposito, è che in Europa e in Italia (si veda il recente appello di Cacciari) si guardi, fra gli altri, a Macron come possibile padre nobile dello schieramento anti-destre, quando la Francia ha sospeso Schengen ed è l’unico paese che tuttora svolge, nonostante l’indipendenza algerina, una efficace politica coloniale nel Nord Africa, patria di molti migranti (politica che si compone di basi militari, forze navali e force de frappe – la bomba atomica – nonché di una moneta – il franco CFA – in base alla quale 14 paesi sono sottoposti alle direttive monetarie di Parigi).

I risultati elettorali del 4 marzo scorso, specie quelli di San Babila a Milano, non devono poi essere stati molto chiari se si ritiene un’affermazione fascista «facile parlare quando hai il culo al caldo e l’attico in centro»: le elezioni italiane, l’elezione di Trump, la Brexit etc. saranno pure il segno di un enorme disagio (questo viene pur riconosciuto), ma tale disagio si dovrebbe combattere continuando nello stesso solco dei 20-30 anni passati. Allora «destra e sinistra sono ormai uguali» è affermazione che tende al fascismo, ma un conto è dire che la destra e la sinistra come categorie non hanno più ragion d’essere, altro conto è dire che sono di fatto uguali: sarebbe fascista affermare che dopo la fine del comunismo i vecchi partiti di sinistra hanno perso il bandolo della matassa e sono diventati liberisti? Che Blair in Inghilterra ha continuato l’opera della Thatcher, che la socialdemocrazia tedesca ha fatto riforme del mercato del lavoro di destra, e così in Italia, dove la sinistra ha fatto – e rivendica ancora – le privatizzazioni e le liberalizzazioni? Si potrebbe dire che le scelte non erano facili, ma che la sinistra abbia patito una riduzione dell’autonomia culturale e politica, tanto da non distinguersi, in molte scelte decisive, dalla destra liberista, è esattamente il problema, e non è certo fascista affermarlo.

Talora siamo proprio di fronte alla negazione pura e semplice dell’evidenza: «bisogna capire che la gente è stanca» sarebbe affermazione in odor di fascismo, così come «non si fa nulla per il problema delle culle vuote». Qui la puzza di fascismo è forte perché riecheggia la politica del Ventennio per la prole; nondimeno è vero che l’Italia ha un problema demografico, e non dirlo non lo risolve. Poi ci sono le soluzioni false, come le elargizioni di oboli alle madri; ma dire che in un paese ad alta disoccupazione e dove regna l’incertezza sul futuro è ovvio che non si fanno i figli, questo dovrebbe essere invece sacrosanto. L’applicazione indefessa della reductio fa sì che ogni volta che qualcuno solleva problemi veri, se questi problemi sono già presidiati dalla destra, allora quel qualcuno è di destra.

Ciò vale anche per l’Europa: ad esempio, sarebbe fascista rivendicare l’importanza dei confini (è chiaro che il riferimento è all’arrivo dei migranti). Gioverebbe forse ricordare che il confine classico degli Stati blocca non solo le persone, ma anche le merci e i capitali, tutte cose che i Trattati europei hanno inteso rendere libere nella loro circolazione, nell’ottica del mercato unico. Sicché se i prodotti del paese A sono migliori di quelli prodotti nel paese B, le imprese di quest’ultimo dovranno migliorarli o chiuderanno: è la concorrenza. L’agevolazione della concorrenza non ha però tenuto conto, per esempio, dei livelli di tassazione: se un paese abbassa ad arte le imposte per le imprese affinché esse vi trasferiscano la sede, questo è lecito, e non si può impedire. Se non c’è una Banca centrale che presidia i titoli del debito pubblico difendendoli dalla speculazione in modo forte, a ogni ondata speculativa vi sarà una lecita fuga di capitali dal paese: anche questa non si può in alcun modo impedire. Insomma, il limite crea un al di qua di possibilità: è un trascendentale della politica. Se in un’ottica di cosmopolitismo senza mediazioni (che è poi la globalizzazione) si aprono i confini senza nessuna sicurezza in cambio, si è oggi imparato che gli Stati perdono molte capacità di manovra, alienandosi il consenso delle masse e finendo delegittimati (si vedano i “trilemmi” di Rodrik o di Mundell-Fleming), senza che sia possibile far nulla (va pur detto, come notava Polanyi, che l’apertura ai mercati è pur sempre una scelta che qualcuno ha fatto). L’apertura dei confini, l’abbattimento dei muri deve allora fare i conti col fatto che il potere non sparisce insieme al muro abbattuto.

Continua a leggere – Pagina seguente


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Nato nel 1988 a Sassari. Dopo la laurea triennale in Filosofia e gli studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, studia Giurisprudenza all'Università di Pisa.

Comments are closed.