“L’omicidio Attanasio. Morte di un ambasciatore” di Matteo Giusti
- 10 Gennaio 2022

“L’omicidio Attanasio. Morte di un ambasciatore” di Matteo Giusti

Recensione a: Matteo Giusti, L’omicidio Attanasio. Morte di un ambasciatore, Castelvecchi, Roma 2021, pp. 128, 15 euro (scheda libro)

Scritto da Lorenzo Pedretti

7 minuti di lettura

La mattina del 22 febbraio 2021 Luca Attanasio, ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), è stato ucciso in un agguato a un convoglio del Programma alimentare mondiale (WFP) [1] che stava trasportando lui e altre cinque persone da Goma, capoluogo del Kivu Nord, a Rutshuru, una cittadina della stessa provincia. Insieme a lui sono morti anche il carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo. Questo volume di Matteo Giusti – giornalista e scrittore, africanista e collaboratore di Limes dal 2011 – ricostruisce la tragedia collocandola nel suo contesto nazionale e regionale, e rappresenta una lettura necessaria per capire a fondo tanto la prima quanto il secondo.

Poiché l’autore si rivolge – giustamente – soprattutto a chi è digiuno di storia africana, la narrazione parte da lontano. Il primo capitolo dell’opera traccia la storia della RDC a partire dalla colonizzazione europea. Dal 1885 al 1908 il Paese fu proprietà personale di Leopoldo II: il sovrano belga vi istituì un regime brutale che, sfruttando la raccolta del caucciù nelle foreste pluviali, terrorizzò la popolazione e causò la morte di circa dieci milioni di persone. In seguito a forti pressioni internazionali il Congo Belga divenne una colonia vera e propria, in grado di assicurare un lieve miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti e l’emergere di una classe dirigente locale. Gli anni successivi all’indipendenza (1959) furono drammatici, con il tentativo di secessione della regione mineraria del Katanga (1960-1963), l’arresto e omicidio del Primo ministro democraticamente eletto Patrice Lumumba (1961) e l’inizio della più che trentennale presidenza di Mobutu Sese Seko (1965-1997), che fece della Repubblica un’autocrazia segnata da culto della personalità e corruzione.

Con la fine della Guerra fredda, Mobutu perse il sostegno occidentale e durante la Prima guerra del Congo (1996-1997) i suoi avversari – appoggiati da Ruanda, Burundi, Uganda e Angola – invasero il Paese, sconfissero l’esercito e presero la capitale Kinshasa nel giro di pochi mesi. Quando però il nuovo presidente Laurent-Désiré Kabila rimosse molti ruandesi dalle posizioni governative, insorsero i suoi oppositori, principalmente ribelli tutsi organizzati in diversi gruppi armati. Questo conflitto, la Seconda guerra del Congo (1998-2003), ebbe una dimensione internazionale ancora più marcata: Zimbabwe, Angola, Ciad, Sudan e Namibia sostenevano il governo congolese, mentre i suoi avversari erano appoggiati da Ruanda e Burundi, entrambi Paesi a guida tutsi dopo il genocidio ruandese del 1994. A Kabila, assassinato nel 2001, subentrò il figlio Joseph, e nel 2002 furono firmati accordi di pace fra tutti gli Stati coinvolti nel conflitto. L’era dei Kabila si è ufficialmente conclusa solo nel 2018, con la vittoria di Félix Tshisekedi alle elezioni presidenziali.

Il secondo e il terzo capitolo documentano la tragica situazione del Kivu, teatro dell’omicidio Attanasio: un territorio di 130.000 chilometri quadrati, montuoso e dalla rigogliosa vegetazione, suddiviso in due province situate al confine con Burundi, Ruanda e Uganda. Negli anni, quest’angolo orientale della RDC è stato sconvolto sia dalle malattie (malaria, tifo, dengue ed ebola) che dalla violenza armata: vi si contano infatti oltre 100 milizie, sostenute talvolta dagli Stati confinanti e in lotta le une con le altre o contro l’esercito regolare nazionale (FARDC). Tra i gruppi più vecchi e pericolosi Giusti ricorda: le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR), guidate da alcuni degli hutu responsabili del genocidio; le Forze Democratiche Alleate (ADF), che mirano a rovesciare il governo ugandese di Yoweri Museveni, al potere dal 1986, e che in alcune zone assumono una connotazione islamista; e le decine di milizie Mai-Mai, gruppi a base etnica fondati spesso per assicurare la difesa di villaggi e campi coltivati o il controllo delle miniere.

La tristemente nota ricchezza del sottosuolo congolese spiega però solo in parte il perdurare degli scontri nel Kivu, in quanto questi ultimi hanno cause non solo economiche ma anche etniche, sociali, politiche e ideologiche [2]. Rimane comunque innegabile la devastazione che hanno provocato: decine di migliaia di morti, tredici milioni di persone dipendenti dagli aiuti internazionali, cinque milioni di sfollati interni ammassati nei campi profughi e un ricorso indiscriminato, da parte delle milizie, a saccheggi e stupri come armi di guerra, nonché all’impiego dei bambini soldato. Le Nazioni Unite sono presenti in questa e altre zone della RDC (tra cui il vicino Ituri) con una missione chiamata MONUSCO (Mission de l’Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo). Attiva dal 2000, è la più longeva di sempre, nonché una delle più massicce: quindicimila persone fra militari e osservatori da 49 Paesi, anche se quasi metà del totale è costituito da truppe indiane e pakistane. Tuttavia, sembra che neanche l’intervento dei caschi blu possa stabilizzare il Kivu, e la popolazione vede ormai tanto le istituzioni nazionali quanto gli attori internazionali come i distanti e inutili spettatori di un massacro.

Anche per questo motivo la società civile congolese ha cercato una via d’uscita autonoma dal dramma in cui versa, tramite la costituzione di un’ampia rete di gruppi tra cui associazioni, fondazioni e organizzazioni non governative. Giusti ha deciso di raccontare questo processo lasciando ampio spazio ad alcuni dei suoi protagonisti: tale scelta, decisamente indovinata, è uno dei maggiori pregi dell’opera. Sono decine le persone intervistate dall’autore e impegnate a vario titolo nella lotta contro la corruzione, nello sviluppo locale e nella difesa dei diritti umani nel Kivu: giornalisti, ricercatori, avvocati, attivisti, sindacalisti e sacerdoti. Fanno loro eco le parole di alcuni politici, diplomatici, cooperanti e missionari italiani con una lunga esperienza professionale nella RDC e attenti conoscitori delle realtà dove la popolazione è più vulnerabile. Queste importanti testimonianze non solo chiariscono alla perfezione la situazione nella quale si muoveva Luca Attanasio, ma conferiscono all’opera una dimensione più umana e profonda, nient’affatto scontata. Degno di nota è anche il fatto che nel libro coesistano opinioni contrastanti, in particolare quelle espresse sul presidente ruandese Paul Kagame, descritto da alcuni come liberatore e fautore dello sviluppo nazionale nei decenni seguenti il genocidio, e da altri come un dittatore che non solo avrebbe orchestrato l’invasione che portò al potere Laurent-Désiré Kabila ma si sarebbe anche arricchito con il commercio di metalli pregiati e pietre preziose, estratti nella RDC ed esportati dal Ruanda in tutto il mondo.

Il quarto e il quinto capitolo sono dedicati alla figura di Luca Attanasio, alla sua morte e alle indagini che ne sono seguite. Anche in questo caso Giusti lascia spazio agli interventi di alcune fra le persone che hanno conosciuto l’ambasciatore: ne emerge il toccante ritratto di un uomo che ricopriva il suo incarico con professionalità, umiltà, altruismo, vicinanza alle persone più bisognose (come bambini di strada, ragazze madri e profughi) e impegno nel sostenere progetti di sviluppo e di assistenza umanitaria, insieme alla moglie Zakia Seddiki, con cui ha fondato la ONG Mama Sofia.

La dinamica dell’agguato al convoglio del WFP è ricostruita dettagliatamente. Gli assalitori erano sette uomini armati di fucili d’assalto AK47 Kalashnikov e di machete. Milambo è morto per primo, colpito da una raffica mentre era al volante, mentre Iacovacci e Attanasio sono stati presi e portati nella boscaglia. Qui, il carabiniere avrebbe cercato di fare scudo col suo corpo al diplomatico, che sarebbe stato colpito per ultimo. Gli spari hanno suscitato la reazione dei ranger del vicino Parco naturale dei monti Virunga e delle FARDC, nonché l’arrivo dei soccorsi. Trasportato a Goma in condizioni gravissime, Attanasio è morto nell’ospedale cittadino, gestito dalle Nazioni Unite. Del convoglio faceva parte anche Rocco Leone, vicedirettore del WFP per la RDC, rimasto però illeso, avendo trovato rifugio nelle abitazioni di un villaggio vicino; altri membri del personale del WFP sono stati feriti ma rapidamente portati in ospedale da motociclisti locali.

Desta sconcerto il fatto che il WFP non abbia dotato il convoglio di una scorta armata. La strada percorsa, la Route Nationale 2, era considerata non particolarmente pericolosa; nondimeno, essa attraversa un territorio altamente instabile e dalla sicurezza volatile, ed è possibile che qualcuno abbia sottovalutato questi rischi. Stupiscono anche le contraddittorie dichiarazioni rese da alcune istituzioni nazionali: prima il Ministero dell’Interno e della Sicurezza ha sostenuto che le autorità provinciali del Nord Kivu non erano a conoscenza della presenza di Attanasio nel loro territorio, poi la direzione del Protocollo di Stato ha ammesso che l’ambasciata italiana aveva comunicato la visita del suo diplomatico, ma che lui stesso ne avrebbe disposto l’annullamento. Fra le reazioni alla tragedia, Giusti segnala il fatto che il governo di Kinshasa ne abbia attribuito la responsabilità, pur senza portare prove, alle FDLR, in un comunicato emesso il 22 febbraio stesso; i miliziani hutu hanno respinto le accuse e incolpato l’esercito congolese e quello ruandese.

L’autore, infine, spiega come siano state aperte tre inchieste sulla morte di Attanasio, Iacovacci e Milambo: quella degli inquirenti congolesi, che compete alla Corte Militare Operativa di Goma; quella condotta dalla Procura di Roma [3], che ha delegato le indagini in loco ai carabinieri del ROS; e quella delle Nazioni Unite. Crimini del genere sono purtroppo frequenti nel Kivu, in quanto le milizie usano i riscatti per finanziarsi, e il governo congolese ha subito interpretato l’assalto al convoglio del WFP come un tentativo di rapimento finito nel peggiore dei modi. Giusti fa però notare come quanto accaduto non paia rispettare i tipici criteri di un sequestro di persona: dalle indagini è infatti emerso che gli assalitori hanno aperto il fuoco sui mezzi del convoglio senza preoccuparsi dell’incolumità degli eventuali ostaggi. Stupisce inoltre la precisa conoscenza degli spostamenti di Attanasio che doveva avere chi ha organizzato l’agguato. Questi indizi lasciano supporre che l’intento degli assalitori fosse fin dall’inizio quello di uccidere l’ambasciatore italiano, non di rapirlo.

A questo proposito alcuni tra gli intervistati avanzano ipotesi inquietanti. Il sindacalista congolese Pierre Kabeza sostiene che l’omicidio potrebbe risultare da un tentativo di scoraggiare il turismo nel Parco dei monti Virunga, lasciando gli speculatori liberi di mettere le mani sui ricchi giacimenti petroliferi del Kivu. Gli fa eco il giornalista Massimo Alberizzi, che rivela come l’Eni abbia firmato una serie di contratti per lo sfruttamento degli idrocarburi nella zona: le concessioni si trovano più a nord, vicino al confine con l’Uganda, ma è possibile che attori locali, temendo di essere esclusi dalla spartizione di queste risorse, abbiano deciso di reagire ricorrendo alla violenza. Di altro avviso Padre Filippo Ivardi, direttore di Nigrizia, la rivista dei Padri Comboniani, secondo il quale Attanasio era entrato in possesso di prove della presenza di fosse comuni in quella parte del Kivu, e sarebbe stato eliminato in un attentato organizzato da ambienti militari per impedirne le indagini, che avrebbero potuto ostacolare gli interessi del Ruanda nella regione. In ogni caso, purtroppo, nessuna tra le fonti di Giusti si dimostra fiduciosa nella possibilità di arrivare alla verità: le inchieste possono facilmente essere ostacolate e finora sembra mancare, da parte di tutti gli attori coinvolti, la volontà politica di fare piena luce sull’accaduto.

Questa situazione di drammatica incertezza è la principale ragione dell’importanza del libro, la cui lettura e circolazione dovrebbero spingere la società e le istituzioni italiane a pretendere che le famiglie di Attanasio, Iacovacci e Milambo ottengano la verità e la giustizia che meritano. Allo stesso tempo, il notevole impegno profuso da Giusti rende impossibile dimenticare anche l’altra dimensione dell’opera: il dettagliato racconto della crisi umanitaria del Kivu, una delle più gravi al mondo, attraverso le voci di alcune fra le persone che la vivono sulla propria pelle e, come ha fatto l’ambasciatore italiano, cercano di reagire.


[1] Il World Food Program è l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare e la più grande organizzazione umanitaria del mondo.

[2] Per approfondire il tema delle risorse strategiche dell’Africa subsahariana, si veda Raffaele Masto: La variabile africana. Riserve naturali ed equilibrio geopolitico del pianeta, Egea, Milano 2019; per approfondire il tema dei conflitti nel continente, si veda: Mario Giro, Guerre nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, goWare e Guerini e Associati, Milano 2020.

[3] La Procura capitolina è titolare per i reati commessi all’estero che hanno come vittime cittadini italiani.

Scritto da
Lorenzo Pedretti

Nato a Bologna nel 1990. Nel 2015 consegue la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Scuola di Scienze Politiche “Roberto Ruffilli” dell’Università di Bologna, con tesi su “Immigrazione e stato sociale in Germania e in Italia negli anni Novanta e Duemila”. Nel 2016 completa il Master in cooperazione internazionale di ISPI a Milano. Nel 2017-2018 svolge il servizio civile in Senegal. Attualmente vive e lavora a Torino. Particolarmente interessato al tema delle migrazioni internazionali, ha vinto la Targa Athesis, nel quadro del Premio di Natale UCSI 2019, per un articolo sulla migrazione di ritorno dall’Italia al Senegal scritto insieme alla giornalista Giulia Paltrinieri e pubblicato su «La Stampa». Ha scritto anche per «The Bottom Up», «Policlic» e per «Resistenza e Nuove Resistenze» (periodico di ANPI Bologna).

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