Un esito imprevisto: Regno Unito ed Europa dopo le elezioni
- 10 Giugno 2017

Un esito imprevisto: Regno Unito ed Europa dopo le elezioni

Scritto da Andrea Pareschi

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Il Regno Unito e Theresa May

Lo scenario post-elettorale è illustrato almeno in parte dai dati. Per prima cosa, un notevole rinvigorimento dei consensi per entrambi i partiti maggiori inverte una precedente tendenza al rafforzamento di partiti autonomisti a base “regionale”. Conservatori (42%) e laburisti (40%) ottengono congiuntamente più dell’80% dei consensi per la prima volta dal 1979, migliorando di 5 e di 10 punti percentuali rispetto al 2015. A dispetto della loro campagna mirata ai sostenitori del Remain, i liberaldemocratici – mai riavutisi dalla débâcle del 2015 seguita alla fallimentare partecipazione al governo di coalizione – ottengono appena il 7% e una dozzina di seggi. Da tempo in difficoltà, lo UKIP – paradossalmente indebolito dall’aver già raggiunto il suo principale obiettivo con la vittoria del Leave, oltre che dal ritiro del suo controverso e carismatico ex-leader Farage – scivola nell’irrilevanza. Quanto allo SNP, resta sì il primo partito di Scozia, ma accusa un netto indietreggiamento in termini di voti (dal 50% al 37%) e di seggi (da 56 a 35).

Proprio in Scozia, per i laburisti – il partito più forte fino ad anni non lontani – l’esito (27%) non può essere soddisfacente, ma è un passo avanti rispetto alle deludenti elezioni scozzesi del 2016 e una fonte di sollievo rispetto al 13% che alcuni sondaggi accreditavano loro in aprile. I conservatori, dal canto loro, si aggiudicano il 29% e 13 seggi e confermano una “resurrezione” che ha avuto luogo interamente negli ultimi anni, mentre in precedenza il thatcherismo aveva screditato il partito a Nord del Vallo di Adriano. In Galles, anch’esso terra di storica prevalenza laburista ormai in erosione, i conservatori incrementano i consensi al 34%, ma è il Labour a vantare un exploit formidabile: il 49% del partito di Corbyn è paragonabile soltanto al risultato di Blair nel 2001. Da ultimo, in Irlanda del Nord ottengono 10 seggi gli unionisti radicali di destra del Democratic Unionist Party e 7 i repubblicani radicali di sinistra del Sinn Féin, lasciando a secco i partiti più centristi delle rispettive sponde.

Nonostante questi dati e il primato dei Tories, comunque, Theresa May ha ben poche ragioni di gioire. Il primo ministro uscente ha premuto per indire elezioni anticipate, venendo meno a sue precise e reiterate rassicurazioni in senso opposto, pur di sfruttare un vantaggio largamente accreditato ai conservatori su ogni fronte (in termini di intenzioni di voto, di gradimento di May rispetto a Corbyn, di percezioni di competenza dei partiti). L’obiettivo politico era chiaro: incrementare la limitata maggioranza parlamentare ereditata da Cameron, infliggendo un colpo durissimo al Labour Party, e ottenere un mandato politico per perseguire una hard Brexit. Dopo mesi in cui il mantra da parte del governo era stato il tautologico “Brexit means Brexit”, infatti, il programma elettorale dei conservatori ha chiarito quale fosse lo scenario di riferimento: all’intenzione di perseguire una nuova “profonda e speciale partnership con l’UE”, infatti, ha affiancato l’affermazione che “l’assenza di un accordo è migliore di un cattivo accordo” – ma senza fornire criteri di valutazione – e l’intenzione di limitare l’immigrazione comunitaria abbandonando unione doganale e mercato unico.

Persa la maggioranza assoluta, dilapidati vantaggio nei sondaggi e credito personale, a May non è rimasta altra strada se non cercare il sostegno dei 10 parlamentari del DUP: il cui prezzo pare essere la non-concessione all’Irlanda del Nord di uno “status speciale” che, dopo la Brexit, eviti l’allentamento dei suoi legami con la Repubblica d’Irlanda. Lo sforzo del primo ministro appare anche un tentativo di restare in sella, nella consapevolezza che, se i conservatori restano al potere, possono più difficilmente permettersi i costi (in termini di tempo e contrasti interni) legati all’elezione di un nuovo leader, nonostante l’impopolarità di quello in carica. May si avvia decisamente vacillante verso l’imminente inizio dei negoziati con l’UE, a maggior ragione dopo il crollo della sterlina, e priva di una maggioranza in un Parlamento che dopo il processo negoziale dovrà esprimere un voto per ratificare l’accordo finale. La “strong and stable leadership” promessa durante la campagna elettorale appare ora un ironico miraggio.

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Scritto da
Andrea Pareschi

Classe 1991, di Bologna. Professore a contratto all’Università di Bologna. Nel 2019 ha conseguito un dottorato di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso la Scuola Superiore Sant’Anna e le università di Siena, Pisa e Firenze. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha frequentato il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso periodi di studio presso l’ENS di Parigi e la UAB di Barcellona e soggiorni di ricerca presso l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King’s College London. I suoi studi si concentrano su: processo di integrazione europea, euroscetticismo, populismo, discrepanze di opinione tra élite e cittadini, politica britannica e Brexit.

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