Ripartenza verde. Intervista a Giuseppe Sabella
- 24 Marzo 2022

Ripartenza verde. Intervista a Giuseppe Sabella

Scritto da Giacomo Bottos

10 minuti di lettura

Le transizioni ecologica e digitale, al centro delle sfide del Piano Next Generation UE e del Green New Deal, portano in primo piano importanti riflessioni sul nostro sistema economico e sulle criticità che lo caratterizzano. Fragilità ulteriormente evidenziate dalla guerra in Ucraina. Per affrontare queste dinamiche abbiamo intervistato Giuseppe Sabella, autore di Ripartenza verde. Industria e globalizzazione ai tempi del covid, edito da Rubbettino. 

Giuseppe Sabella è direttore di OIKONOVA, think tank indipendente specializzato in welfare e industria, ora chiamata alla svolta del Green New Deal. Collabora e ha collaborato con diversi editori e testate, tra cui Il Sole 24Ore, Rai News, Il Sussidiario, Il Diario del lavoro e Start Magazine. È spesso ospite del Mediaset TGcom24 in qualità di commentatore economico.


Il suo libro era stato chiuso poco prima dello scoppio della pandemia nel 2020 e poi sostanzialmente riscritto a partire dal nuovo contesto. Questo ci permette di partire introducendo il tema dei cambiamenti che la pandemia ha portato al paradigma della transizione ecologica e del Green New Deal, rispetto a come erano concepiti in precedenza…

Giuseppe Sabella: Proprio così. A fine gennaio 2020 avevo consegnato all’Editore Rubbettino un testo dal titolo Motore verde, la cui trama – in linea con gli studi di Andrew McAfee, ricercatore capo al MIT di Cambridge – era quella di dare risalto alle potenzialità dell’innovazione digitale ed energetica anche nell’ottica di una maggior sostenibilità dell’industria e delle filiere produttive. La rivoluzione che il motore digitale e le fonti rinnovabili introducono è pari a quella del motore a vapore. Ma è, anche, l’inizio vero del percorso verso la sostenibilità ambientale. Mi era chiaro che la nuova Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen – insediatasi a ottobre 2019 – stava puntando moltissimo sul Green Deal, a tal punto che lo avrebbe presentato nella sua prima comunicazione al Parlamento (12 dicembre 2019) come programma centrale del suo mandato, non rinunciando anche a parole cariche di enfasi: “Per l’Europa, il Green Deal è come l’uomo sulla luna”. Perché questo slancio così deciso? Perché a Bruxelles era chiaro già da qualche anno – consideriamo che il Green New Deal è scritto quasi interamente dalla Commissione Juncker – che la “crescita debole” che si era registrata in Europa dal 2017 in poi – mentre USA e Cina invece continuavano a produrre ricchezza – aveva la sua origine nella mancanza di investimenti, cosa che è poi risultata evidente dal report del McKinsey Global Institute del 2018 e da alcuni elementi piuttosto inesorabili: l’85% degli investimenti in intelligenza artificiale era stato realizzato da imprese americane e cinesi. È proprio sul piano dell’innovazione che l’Europa capisce il suo gap rispetto a USA e Cina. E il Green Deal è la risposta a questo ritardo. Questo punto va capito bene: la rivoluzione verde per l’Europa è la strada per rilanciare la sua economia e sfidare il dominio asiatico e americano. Gli obiettivi, infatti, sono tre: 1) consolidamento del mercato interno; 2) innovazione digitale ed energetica; 3) risposta al climate change. Tuttavia, a questa programmazione economica molto chiara e ambiziosa – che l’Europa non ha mai avuto prima di quel momento – a gennaio 2020 non corrispondeva ancora una programmazione finanziaria. Si parlava di 1.000 miliardi di euro in 10 anni ma era tutto ancora molto teorico. Ci pensa il covid ad accelerare i lavori: mentre tra marzo e aprile il mondo si ferma, a maggio il Consiglio europeo raggiunge l’accordo che affianca il potente piano del Next Generation EU al Green New Deal. È l’inizio di una nuova storia europea fatta di maggior integrazione, di politiche economiche comuni e, anche, di un principio di debito comune, per ripartire dopo lo stop del covid. Da qui la riscrittura di Motore verde e il nuovo titolo Ripartenza verde. Proprio a margine dell’accordo sul Next Generation EU, ricorderei le significative parole di Angela Merkel perché credo che tra qualche anno le ritroveremo nei libri di storia: “Lo Stato nazione non ha futuro, la Germania starà bene solo se l’Europa starà bene”. Ora, purtroppo, la crisi ucraina aggiunge incertezza e dramma a questo quadro, anche se la mia sensazione è che il cammino dell’Unione verso la transizione ecologica ed energetica ne sarà accelerato.

 

La concomitanza delle strozzature e dei rallentamenti determinati dalla pandemia sulle catene del valore e dei cambiamenti legati alla transizione energetica hanno creato una situazione di stress? Quali ne sono stati gli elementi principali?

Giuseppe Sabella: Alla pandemia segue una situazione di stress – crisi di semiconduttori, microchip, materie prime, gas, energia – e, quindi, di spinta inflazione, che trova il suo punto più alto oggi durante la crisi ucraina. Circa le catene del valore, questo è argomento ancora oggi dibattuto: c’è chi dice che le grandi catene del valore, pur con fatica, sono rimaste sostanzialmente invariate durante la pandemia; c’è chi sostiene che lo shock del covid ha avviato la cosiddetta regionalizzazione della globalizzazione (o “regionalismo aggregato”, come lo chiama Alberto Quadrio Curzio). Come ho scritto in Ripartenza verde, io sono di quest’ultimo avviso: il covid introduce un cambiamento dei rapporti politici nel mondo che oggi, con la crisi ucraina, è in fase di profonda ridefinizione. Tuttavia, facendo un passo indietro, possiamo dire, semplificando, che il covid presenta alcuni macrofenomeni: 1) una nuova fase di back-reshoring delle produzioni: non è una novità, la rilocalizzazione delle imprese – che dagli anni Ottanta erano andate verso il mondo asiatico – è tendenza che si era avviata dopo la crisi del 2008 e che, in particolare, USA, GB, Germania, Francia e Giappone hanno incentivato. Durante la pandemia sono molte le imprese che lasciano in particolare la Cina. L’Italia non ha mai fatto una politica per il ritorno in patria delle sue imprese, eppure siamo il Paese europeo che più ha contribuito al back-reshoring delle produzioni. 2) la crisi di semiconduttori, microchip e materie prime: questo orientamento si spiega non solo con la forte ripartenza delle produzioni e dell’economia, dopo il primo lockdown, ma anche con il disallineamento dei diversi lockdown mondiali. Si pensi, ad esempio, a quel grande Paese fornitore che è il Vietnam, che è stato in lockdown fino a ottobre 2021. Come, del resto, l’Italia è stato il primo Paese europeo colpito dalla pandemia e il nostro rallentamento aveva causato problemi all’industria tedesca. Questo è un primo fattore di crisi delle materie prime. Inoltre, vi sono elementi che hanno a che fare con la riconfigurazione della globalizzazione: la Cina lo scorso anno, approfittando del lockdown generalizzato e del calo dei prezzi, ha comprato materie prime ovunque. C’è chi dice per fare scorta, la Cina del resto vale un terzo della produzione manifatturiera mondiale. Io penso, anche, che a Pechino siano molto attenti al fatto che l’Europa è concentrata sul consolidamento del suo mercato interno. Solo così, infatti, il Next Generation EU può avere successo. E ciò non può non avere riflessi sulla penetrazione nel MEC del prodotto made in China. Ecco che allora la Cina avendo acquistato materie prime in tutto il mondo si è rafforzata e ha allo stesso tempo indebolito l’Europa, costringendola a un difficile approvvigionamento e a comprare a prezzi notevolmente aumentati. 3) la crisi di gas, petrolio ed energia: anche in questo caso, la dinamica e le cause sono le stesse delle materie prime. Teniamo anche presente che, dopo la crisi del WTI (aprile 2020), produzione e commercio di petrolio hanno subito un ridimensionamento anche per evitare nuovi shock e nuovi crolli del prezzo del greggio. Per quanto riguarda il gas, la tensione Europa – Russia, ora esplosa, relativamente al Nord Stream 2 credo che abbia giocato un ruolo decisivo. Come con la Cina, in questo l’Europa ha pagato la sua dipendenza dalla Russia. E, naturalmente, l’inflazione è il risultato di questa situazione di stress.

 

Che ruolo può giocare l’inflazione in questo contesto?

Giuseppe Sabella: L’inflazione è tornata a crescere sensibilmente – sebbene con qualche differenza tra USA (+8% ca) e UE (+6% ca) – e non ci siamo più abituati. Negli USA, al momento, l’inflazione pare una variabile sotto controllo, al di là di quanto gli americani ne siano molto preoccupati: economia, occupazione e salari stanno resistendo e, per un sistema molto dipendente dal consumo, tutto questo è importante. Se pensiamo al periodo pre-pandemico, gli USA avevano ritmi di crescita tra il +3/4% annui. L’economia europea, invece, è da anni sofferente, dal 2017 il Vecchio continente ha smesso di crescere. E la spirale inflattiva – per quanto al momento lievemente meno pesante – potrebbe ridurre sensibilmente gli sforzi che la Commissione ha fatto e sta continuando a fare per la crescita dell’economia europea. Teniamo presente una cosa che riguarda in particolare il nostro Paese: non possono esservi transizione ecologica e Green Deal con questi salari bassi. È evidente che orientare il consumo sul prodotto europeo, a scapito di quello cinese, chiede un rafforzamento del potere d’acquisto. Altrimenti, dietro la porta, rischia di esserci non l’ecologia ma il malessere sociale.

 

Rispetto alla riconversione delle filiere qual è la situazione in Europa? Quali sono le principali criticità?

Giuseppe Sabella: Dopo il programma Green Deal (2019), abbiamo avuto 2 anni di produzione industriale a corrente alternata – per i già menzionati fenomeni delle crisi, in particolare, di semiconduttori, microchip e materie prime – e una spinta della Commissione, con il pacchetto “Fit for 55” verso la transizione. Sappiamo tutti, inoltre, che la crisi ucraina, nel breve termine, rallenterà il percorso di riconversione delle filiere. Per quanto riguarda il nostro Paese e per il soddisfacimento del suo fabbisogno energetico, si è non a caso ripensato ad alcune centrali a carbone ferme da anni. Al di là che la cosa è dibattuta, anche all’interno della maggioranza, mi pare si stia lavorando alacremente per accrescere la diversificazione del nostro approvvigionamento in particolare del gas: sappiamo, infatti, che il 40% del nostro consumo viene soddisfatto dal gas russo. In parte minore compriamo anche da Algeria, Qatar e Libia. La strada verso l’energia pulita non può, in questa fase, fare a meno del gas. Per il resto, in Europa la spinta verso le fonti rinnovabili è forte, in particolare nei Paesi nordici. In Italia, il 35% del nostro consumo energetico è sostenuto da fonti rinnovabili. In sintesi, la transizione dell’industria mi pare rallentata, un po’ per i problemi legati alla pandemia che richiamavo prima, un po’ perché la grande accelerazione partirà, ancora una volta, dal settore dell’auto, che in questo momento è piuttosto contratto.

 

Quali sono le condizioni affinché la riconversione industriale – pensiamo ad esempio alla filiera dell’auto – non crei conseguenze socialmente gravi?

Giuseppe Sabella: La sostenibilità, naturalmente, è ambientale, economica e sociale allo stesso tempo. La grande criticità che di recente, per esempio, si è manifestata proprio con il pacchetto “Fit for 55” è che un eccessivo carico regolatorio rischia di rallentare le filiere produttive e l’economia stessa. Dobbiamo stare attenti, anche perché già siamo in sofferenza rispetto a USA e Cina. Non credo sia del tutto vero, ma vi sono imprenditori che ritengono che il rallentamento dell’economia europea post 2017 e la cosiddetta “crescita debole” siano imputabili alla spinta dirigistica dell’Unione Europea per la riconversione industriale. C’è sicuramente del vero, anche se – come dicevo in apertura – la mancanza di processi innovativi ha maggiormente influito sul rallentamento della nostra economia. A ogni modo, si consideri che il motore elettrico ha meno della metà dei pezzi del motore endotermico. Ciò rende più sostenibile la mobilità ma crea un problema occupazionale. Meno pezzi, significa meno manodopera impiegata. E più flussi occupazionali in uscita dal mercato del lavoro. Qual è la soluzione? Il dado è tratto, ma dobbiamo essere capaci di riqualificare e di ricollocare questi flussi. Del resto, qualcuno dovrà pur occuparsi di costruire le infrastrutture della mobilità elettrica. Siamo all’inizio di un mondo nuovo, come all’inizio di un mondo nuovo l’umanità si è trovata – pur con tempi diversi e meno omogenei – quando si sono scoperte le potenti innovazioni della macchina a vapore. In confronto ad allora, il cambiamento è decisamente più veloce: quasi tutto il mondo è, infatti, connesso.

 

Qual è il ruolo della digitalizzazione in relazione a queste dinamiche?

Giuseppe Sabella: Se andiamo a vedere concretamente come stanno le cose, ci rendiamo conto che è proprio il processo di digitalizzazione che genera riconversione e la crescente e progressiva dematerializzazione dell’economia. Si intende dire, con questa espressione, che la digitalizzazione sta rendendo l’industria sempre più indipendente dalle materie prime. “Il progresso tecnologico ha cambiato pelle” per dirla con Andrew McAfee: se ci pensiamo bene, computer, Internet e tecnologie digitali ci stanno permettendo di dematerializzare produzioni e prodotti consentendoci di consumare sempre di più attingendo sempre di meno. Dematerializzare significa appunto conseguire una riduzione dell’uso di materie prime nell’economia, aumentando la produttività delle risorse naturali per unità di valore. E il digitale è il nuovo motore che rompe col paradigma dell’era industriale della macchina a vapore e dei suoi discendenti capaci di attingere dai combustibili fossili. Come siamo riusciti a ottenere di più con meno? Facciamo qualche esempio: nel 1959 la lattina della Coca Cola pesava 85 grammi di alluminio, oggi pesa circa 10 grammi; se consideriamo le automobili, i motori endotermici sono mediamente più piccoli del 40% rispetto agli anni Ottanta; oggi in uno smartphone vi è il telefono, la calcolatrice, la macchina fotografica, la videocamera, la radiosveglia, il registratore, il navigatore satellitare, la bussola, il barometro, ecc. Tutto questo significa meno metallo, plastica, vetro, silicio rispetto ai dispositivi che sono stati rimpiazzati. Come si vede le nuove tecnologie, e in particolare il digitale, ci stanno rendendo sempre più indipendenti dalla Terra. Certo, se restiamo senza semiconduttori e microchip ogni sforzo è vano.

 

L’attuazione del PNRR sta dando risposta alle effettive esigenze che si manifestano in relazione a queste dinamiche?

Giuseppe Sabella: Mi pare difficile, in questa fase, stimare l’effettiva attuazione del PNRR, così in Italia come del resto in Europa. Teniamo presente che – al netto dell’inflazione e dei suoi effetti – la produzione industriale in Italia già 6 mesi fa aveva raggiunto i livelli pre-pandemici (ultimo trimestre 2019), non così in Francia e Germania. Questo è un indicatore importante per la salute della nostra economia. Aggiungiamo anche che il sistema Italia sta dimostrando non solo buone capacità di tenuta ma anche spiccate attitudini nel farsi interprete della transizione: saremo tra i principali innovatori dell’energia e siamo – questo già possiamo dirlo – i pionieri dell’economia circolare: ricicliamo l’80% dei nostri rifiuti, siamo l’eccellenza europea.

 

L’attuale crisi, con lo scoppio del conflitto in Ucraina, rischia di segnare una battuta d’arresto rispetto a questo processo? Quali scenari possiamo formulare in proposito?

Giuseppe Sabella: La crisi in Ucraina segna chiaramente, se non una battuta d’arresto, un rallentamento del processo di transizione, quantomeno nel breve termine. È difficile formulare scenari in proposito perché non sappiamo quanto questo conflitto durerà, nella speranza che non si allarghi oltre i confini ucraini. Si tratta evidentemente di un evento che ha sconvolto gli equilibri politici ed economici da un giorno all’altro. E la variabile più pericolosa è quella degli approvvigionamenti energetici: è chiaro che se dovessimo andare in deficit, ciò avrebbe ripercussioni non soltanto nelle nostre case ma anche sulle imprese e sulla stessa stabilità finanziaria, come richiamava qualche giorno fa il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco: la finanza potrebbe pericolosamente risentire degli eventuali contraccolpi dell’economia reale. Senza una soluzione della crisi ucraina, quindi, lo scenario resta inevitabilmente incerto. La diplomazia sta lavorando a pieno regime, Joe Biden è in questi giorni in Europa, la Cina ha dato segnali confortanti di non volere questa guerra. Auspicando che si vada verso una risoluzione, certamente il processo che si standardizzerà sarà una crescente distanza tra Russia e Occidente e un maggior avvicinamento della Russia alla Cina. I problemi per l’Europa e per il nostro Paese sono più logistici che economici: il PIL generato dagli scambi Russia-UE è per l’Europa inferiore a 1,5%. Sono in particolare i nostri approvvigionamenti del gas russo – che per Mosca valgono quasi il 15% del PIL – che vanno rimpiazzati. Non sarà facile realizzare delle alternative, anche da un punto di vista logistico. Certo ci sono Algeria, Qatar e Libia. E c’è anche il nostro mare Adriatico. Ma, da un punto di vista della logistica e delle infrastrutture, la sfida è grande. Il Ministro Cingolani qualche giorno fa ha detto che per essere indipendenti dalla Russia ci vorranno tre anni. È anche vero che, da questa situazione, il percorso verso la transizione energetica ne sarà accelerato: avremo uno sviluppo importante delle fonti rinnovabili.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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